Due euro l’ora. Dieci ore al giorno, sei giorni su sette. È la cifra che un bracciante agricolo di origine cingalese avrebbe percepito lavorando nelle campagne del Vesuviano, prima di raccontarla ad alta voce e perdere, nel giro di pochi giorni, il lavoro e il tetto sotto cui viveva a Boscoreale.
A rendere pubblica la vicenda è stata la Rete Vesuviana Solidale, organizzazione impegnata nell’assistenza ai cittadini migranti e nel contrasto al lavoro irregolare sul territorio. Il racconto raccolto dagli operatori descrive turni sistematicamente sopra le dieci ore, retribuiti con cifre che, se confermate nelle sedi competenti, configurerebbero una delle forme più nette di sfruttamento della manodopera agricola censite negli ultimi tempi nell’area. Dopo aver deciso di parlarne, l’uomo sarebbe stato avvicinato da persone che non è stato in grado di riconoscere: gli avrebbero intimato di allontanarsi dalla zona e poche ore dopo avrebbe dovuto lasciare anche il casolare dove viveva, una struttura fatiscente accanto a una serra, occupata senza un regolare contratto di locazione, nonostante, come riferisce sempre la Rete Vesuviana Solidale, l’affitto fosse sempre stato pagato puntualmente.
Non è possibile, sulla base di quanto reso pubblico finora, stabilire chi siano i responsabili delle minacce né se esista un collegamento diretto con la denuncia sulle condizioni di lavoro. Sarà compito delle autorità, informate dalla stessa Rete Vesuviana Solidale, chiarire ogni aspetto della vicenda: la natura delle intimidazioni, le circostanze dello sfratto, le reali condizioni contrattuali in cui l’uomo avrebbe lavorato. Nel frattempo l’organizzazione ha accompagnato il lavoratore in un luogo ritenuto sicuro, sottraendolo a una situazione che si era fatta, in pochi giorni, doppiamente precaria.
Per un lavoratore straniero in condizioni di fragilità economica, perdere l’impiego significa il più delle volte perdere anche l’abitazione legata a quell’impiego, e con essa ogni margine di trattativa, è il meccanismo su cui si regge buona parte del caporalato in agricoltura, dove il datore di lavoro o chi per lui controlla contemporaneamente lo stipendio, il tetto e, indirettamente, la possibilità stessa di restare regolarmente sul territorio.
Il lavoratore è stato ricevuto dalla Regione Campania, che ha raccolto la sua testimonianza e si è impegnata a portarla al prossimo tavolo istituzionale contro il caporalato, in programma il 28 settembre presso la Prefettura di Salerno. Sarà quella la sede in cui affrontare, oltre al caso specifico, il tema più ampio delle condizioni dei lavoratori agricoli nei territori a maggiore fragilità sociale.
Accanto alle aziende che rispettano le regole tornano periodicamente a galla situazioni di lavoro irregolare, compensi fuori mercato, difficoltà di accesso ai diritti più elementari: Poggiomarino, in particolare, resta tra i territori dove la manodopera bracciantile pesa di più sul sistema produttivo locale, e dove le testimonianze raccolte negli anni descrivono giornate lunghissime associate a paghe ridotte a pochi euro l’ora, numeri che, se confermati caso per caso, certificano condizioni di grave vulnerabilità più che episodi isolati.
Ridurre il caporalato alla sola cifra scritta, o non scritta, in busta paga sarebbe però un errore di prospettiva. Per un lavoratore straniero senza rete di protezione pesano insieme la difficoltà di trovare una casa regolare, l’assenza di un contratto, la precarietà di un permesso di soggiorno legato quasi sempre alla continuità di un impiego. Chi denuncia rischia di perdere non solo lo stipendio, ma la copertura legale che gli consente di restare in Italia. Ed è questa catena (lavoro, casa, documenti) a rendere la denuncia un atto quasi eroico, e il silenzio la scelta più razionale per chi non ha alternative reali.
Le responsabilità, in una vicenda come questa, non si esauriscono nell’individuazione di eventuali caporali o datori di lavoro scorretti: il Comune di Boscoreale è chiamato a rispondere sulla regolarità degli immobili affittati di fatto come alloggi ai braccianti, spesso ai margini dei controlli edilizi e igienico-sanitari; la Regione Campania, che pure ha accolto la testimonianza e promesso attenzione, gestisce da anni un tavolo contro il caporalato che fatica a tradursi in controlli sistematici e continuativi sul territorio; lo Stato, dal canto suo, continua a legare il permesso di soggiorno alla stabilità di un rapporto di lavoro attraverso il meccanismo del decreto flussi, rendendo strutturalmente più debole chi dovrebbe poter denunciare proprio la persona da cui dipende quel rapporto. Esiste anche una Rete del lavoro agricolo di qualità, il registro pensato per distinguere le aziende in regola da quelle che sfruttano la manodopera: l’iscrizione resta però volontaria, e chi ha già scelto di sfruttare i propri braccianti non ha alcun incentivo a farne parte.
È un impianto che interviene quando il danno è già fatto e che raramente riesce a prevenire la condizione di ricatto prima che si consolidi. La legge 199 del 2016 ha inasprito le pene contro lo sfruttamento in agricoltura e rafforzato l’articolo 603-bis del codice penale, ma la sua efficacia si misura sul numero di controlli realmente effettuati nei campi, non sulle norme scritte nei testi di legge.
Le stesse organizzazioni che lavorano sul territorio insistono su un punto: il contrasto allo sfruttamento non deve tradursi in una generalizzazione sull’intero comparto agricolo vesuviano. Le aziende che rispettano lavoratori e contratti restano la parte più consistente del settore, e continuano a sostenere produzioni che reggono parte dell’economia locale. Isolare le situazioni di abuso, senza criminalizzare un intero comparto, richiede però strumenti che oggi mancano quasi ovunque: controlli realmente capillari, assistenza continuativa, canali di denuncia che non espongano chi parla, una rete capace di proteggere concretamente chi decide di raccontare la propria condizione.
Il 28 settembre, in Prefettura a Salerno, si tornerà purtroppo a parlare di caporalato nel Vesuviano.
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