Costa: «Accordo sul bilancio Ue entro fine anno. Competitività, difesa e industria al centro»


CERNOBBIO — «L’Europa non è in declino». António Costa sceglie il Forum Teha Ambrosetti per respingere una delle accuse che attraversano con più insistenza il dibattito sul futuro dell’Unione. Ma il presidente del Consiglio europeo non nega il problema che la alimenta: l’Europa deve diventare più competitiva, decidere più rapidamente, mobilitare capitali, ridurre le dipendenze e recuperare terreno nell’innovazione. E soprattutto deve passare dalle diagnosi ai risultati.

È su questo terreno che si gioca la partita del prossimo bilancio europeo, quello per il periodo 2028-2034. Per Costa non sarà semplicemente una trattativa sulle risorse da distribuire fra Paesi e politiche comuni, ma «una scelta politica» sull’Europa dei prossimi anni. E la scadenza è ravvicinata: l’accordo deve essere raggiunto entro la fine del 2026, per evitare che nel 2028 si producano interruzioni nei finanziamenti europei a imprese, agricoltori, studenti, ricercatori e innovatori.

Il nuovo bilancio, sostiene Costa, dovrà avere «al centro la competitività, la trasformazione industriale, la difesa, la sicurezza e la resilienza strategica». Un cambio di priorità che non significa però abbandonare le tradizionali politiche di coesione e agricole, che dovranno continuare a essere finanziate. Ed è qui che si apre il nodo politico: conciliare nuove ambizioni e vecchi impegni mentre le risorse restano limitate e i governi non vogliono aumentare eccessivamente i contributi nazionali. La risposta indicata da Costa passa da un «pacchetto equilibrato e ambizioso» di nuove risorse proprie dell’Unione.

Il presidente del Consiglio europeo prova così a ribaltare la narrazione di un continente condannato al declino. Proprio a Cernobbio, Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National, ha attaccato quella che definisce «la cultura della decrescita europea», mentre il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, ha sintetizzato la sua critica in una formula: «Più che ReArm Europe serve Reborn Europe». Costa risponde da una prospettiva opposta: l’Europa deve cambiare non perché stia arretrando inesorabilmente, ma «perché il mondo sta cambiando».

Non ignora, però, i ritardi. Cita esplicitamente i rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta, che hanno individuato i principali ostacoli alla competitività europea, e sostiene che adesso la priorità sia realizzare le riforme. Il programma «One Europe, One Market» prevede 42 misure da completare entro la fine del 2027. Costa promette di tenere i leader sotto pressione: ogni Consiglio europeo comincia ormai con una verifica dei progressi compiuti dalle istituzioni.

Il primo cantiere è il mercato unico. Nato oltre trent’anni fa, resta ancora frammentato proprio in alcuni dei settori decisivi per la crescita: telecomunicazioni, energia e mercati dei capitali. «Il 2028 sarà l’anno in cui completeremo ciò che abbiamo lasciato incompiuto nel 1992», promette Costa.

Qui si incrocia uno dei paradossi più evidenti dell’economia europea: l’abbondanza di risparmio e la difficoltà di trasformarlo in capitale per finanziare le imprese. Costa chiede un’Unione del risparmio e degli investimenti capace di indirizzare i risparmi europei verso investimenti europei e mercati dei capitali più profondi e integrati, in modo che le aziende innovative possano trovare finanziamenti in tutte le fasi della loro crescita.

È lo stesso problema sollevato venerdì a Cernobbio da Larry Fink. Il numero uno di BlackRock aveva ricordato di avere già 100 miliardi investiti in Italia e di poter arrivare a 120-125 miliardi se esistessero sufficienti opportunità di investimento di lungo periodo. Due prospettive diverse che convergono sullo stesso punto: all’Europa non manca il capitale, manca ancora un sistema capace di convogliarlo efficacemente verso la crescita.
Costa mette poi sul tavolo la semplificazione. Meno frammentazione normativa e un vero «28esimo regime» europeo che consenta alle imprese, almeno nel diritto societario, di scegliere un unico insieme di regole valido nei 27 Stati membri. Non si tratterebbe di armonizzare ancora una volta le legislazioni nazionali, ma di offrire alle aziende un’alternativa europea comune.

L’altro grande handicap è l’energia. Costa lega competitività e autonomia strategica: la crisi in Medio Oriente, sostiene, dimostra ancora una volta quanto sia importante ridurre la dipendenza europea dall’esterno. Dove il prezzo dell’elettricità è determinato più spesso da fonti domestiche e pulite, osserva, l’energia costa meno; dove resta necessario il gas naturale importato, costa di più. Da qui l’indicazione di investire tanto nelle rinnovabili quanto nel nucleare.

Poi c’è la tecnologia. «L’Europa non ha perso la corsa all’intelligenza artificiale», sostiene Costa, citando le aziende europee che stanno provando a competere nel settore. Ma la sfida non riguarda soltanto l’AI: quantum, energia pulita e infrastrutture digitali determineranno, secondo il presidente del Consiglio europeo, la prossima generazione della leadership economica. E serviranno non soltanto investimenti, ma persone: attrarre talenti, formarli e soprattutto trattenerli. Costa inserisce qui un tema meno consueto nel dibattito sulla competitività: la casa. Il costo e la disponibilità degli alloggi sono diventati, dice, una questione decisiva se l’Europa vuole restare «la casa delle giovani generazioni».

La sua difesa del progetto europeo si estende infine oltre l’economia. Costa rivendica una rete di accordi commerciali che coinvolge 84 Paesi e altri 25 con i quali sono in corso processi di adozione o ratifica. «Invece dei dazi, l’Europa offre risultati vantaggiosi per tutti», dice, contrapponendo alle sfere d’influenza una rete multipolare di cooperazione economica e politica.
E considera l’allargamento a Ucraina, Moldova e Balcani occidentali «il più grande investimento geopolitico» compiuto dall’Europa, destinato a rafforzarne il ruolo come attore di pace, sicurezza e prosperità.

Il punto, però, torna alla capacità di trasformare questa ambizione in potere economico. Perché la risposta di Costa a chi parla di declino europeo non è che tutto funzioni già. È quasi l’opposto: mercato unico incompleto, capitali frammentati, energia cara, innovazione da finanziare, burocrazia da ridurre e nuovi impegni per difesa e sicurezza. Il prossimo bilancio dovrà dimostrare se l’Unione è davvero capace di mettere risorse e decisioni dietro le priorità che da tempo dice di avere.

5 settembre 2026


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