Secondo la Cgia nel 2024 al Sud si lavorano 27 giorni in meno e si guadagna molto meno che al Nord. Tutti i numeri su giornate, stipendi e produttività.
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Nel 2024 chi lavora nel Mezzogiorno ha totalizzato mediamente quasi un mese di lavoro in meno rispetto a chi è occupato nel Nord Italia. A evidenziarlo è un’analisi della Cgia di Mestre, l’associazione artigiani e piccole imprese, che mette nero su bianco una distanza sempre più marcata non solo in termini di giornate lavorate, ma anche di retribuzioni e produttività.
Giornate lavorate: 27 in meno al Sud ogni anno
Secondo i dati elaborati dalla Cgia, nel 2024 in Italia si è lavorato in media 246,5 giorni all’anno. Questa media nazionale, però, nasconde differenze territoriali molto ampie:
- nel Nord la media è stata di 255 giornate lavorative annue;
- nel Mezzogiorno ci si è fermati a 228 giornate.
Il divario è quindi di 27 giornate lavorative l’anno: un differenziale che equivale, di fatto, a quasi un mese di lavoro in più per i lavoratori del Nord rispetto a quelli del Sud.
Nel conteggio la Cgia considera il monte ore annuo rapportato al numero di occupati: si tratta quindi di un dato medio che tiene conto anche dei contratti a tempo parziale, delle interruzioni e delle diverse forme contrattuali.
Paghe giornaliere e produttività: il Nord stacca il Mezzogiorno
Il divario non riguarda solo il numero di giornate lavorate, ma anche il valore economico di ogni giornata.
Nel 2024 la paga media giornaliera è stata pari a:
- 108 euro nel Nord;
- 80 euro nel Sud.
Il differenziale è quindi del 36% a favore dei lavoratori settentrionali. La Cgia segnala che anche la produttività – cioè il valore di beni e servizi prodotti per ogni ora o giornata di lavoro – nel Nord è stata superiore di 36% rispetto a quella del Mezzogiorno.
Queste differenze incidono direttamente sulla capacità di reddito dei lavoratori e, a cascata, sui consumi, sugli investimenti delle famiglie e sulla tenuta del tessuto economico locale.
Perché il Sud lavora (ufficialmente) meno: precarietà, part time e lavoro nero
Per interpretare il divario nei giorni lavorati, la Cgia richiama una serie di fattori strutturali che caratterizzano il mercato del lavoro meridionale:
- maggiore diffusione della precarietà, con contratti a termine più frequenti;
- ricorso più ampio al part time involontario, cioè al lavoro a tempo parziale non per scelta del lavoratore ma per mancanza di alternative a tempo pieno;
- peso rilevante del lavoro stagionale, in particolare nei servizi e nel turismo, che riduce il numero di giornate effettivamente retribuite nell’anno.
A questi elementi si aggiunge il tema del lavoro nero. Nel Mezzogiorno, segnala la Cgia, la componente di lavoro non dichiarato ha dimensioni significative: le ore prestate in nero non vengono registrate nelle statistiche ufficiali e quindi non entrano nel monte ore annuo, accentuando il divario apparente rispetto al Nord.
Il risultato è un mercato del lavoro più frammentato, meno stabile e con meno tutele, che si riflette sia sui redditi sia sulla continuità occupazionale.
La mappa delle giornate retribuite: Lecco in testa, Vibo Valentia in coda
L’analisi entra nel dettaglio provinciale, evidenziando forti differenze anche all’interno delle macro-aree geografiche. La città con il numero medio di giornate retribuite più alto nel 2024 è Lecco, con 265,4 giorni.
Seguono:
- Biella con 263,9 giornate retribuite;
- Vicenza con 263,4;
- Monza-Brianza con 263,3;
- Lodi con 262,8.
All’estremo opposto della classifica si trovano:
- Rimini con 212 giornate retribuite;
- Nuoro con 205;
- Vibo Valentia con 195 giornate, il valore più basso fra le province citate.
Questi numeri fotografano un Paese in cui la possibilità di lavorare con continuità cambia radicalmente da territorio a territorio.
Contrattazione di secondo livello: coinvolto solo un lavoratore su quattro
La Cgia richiama anche i dati del Ministero del Lavoro sulla contrattazione di secondo livello, ovvero quella che si aggiunge al contratto collettivo nazionale e viene definita a livello aziendale o territoriale. Si tratta di uno strumento importante perché può introdurre premi di produttività, bonus e miglioramenti economici rispetto ai minimi fissati a livello nazionale.
In Italia, secondo gli ultimi numeri disponibili, questa contrattazione coinvolge 4,2 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato, pari ad appena il 26% del totale. Nel dettaglio:
- 3,1 milioni di lavoratori sono coperti da contratti aziendali;
- 1,1 milioni da contratti territoriali.
La diffusione limitata di questa leva contrattuale contribuisce a mantenere ampie le distanze retributive, soprattutto nelle aree e nei settori dove la produttività è più bassa o il tessuto imprenditoriale è frammentato.
Le regioni più produttive e quelle con gli stipendi più alti
Guardando alla produttività regionale, tra le prime cinque regioni italiane si collocano:
- Trentino-Alto Adige;
- Lombardia;
- Valle d’Aosta;
- Lazio;
- Emilia Romagna.
Se invece si considera la classifica delle retribuzioni medie lorde annuali regionali, in testa compaiono quasi le stesse aree, con qualche variazione:
- Lombardia con 30.384 euro annui;
- Emilia-Romagna con 26.377 euro;
- Piemonte con 26.249 euro;
- Veneto con 25.370 euro;
- Trentino-Alto Adige con 25.244 euro.
Questi valori sono lordi, cioè comprensivi di imposte e contributi: l’importo effettivamente percepito in busta paga è quindi inferiore dopo tasse e oneri previdenziali.
Milano al top per stipendi, Vibo Valentia in coda: differenze oltre il doppio
L’analisi della Cgia entra nel dettaglio delle singole province anche sul fronte delle retribuzioni lorde medie annue. Nel 2024:
- Milano guida la classifica con 35.670 euro, risultando la provincia con gli stipendi medi più elevati d’Italia;
- seguono Monza-Brianza con 29.576 euro, Parma con 28.747 euro, Modena con 28.731 euro, Bologna con 28.672 euro, Lecco con 27.788 euro e Reggio Emilia con 27.772 euro.
All’altro estremo della graduatoria si trovano le province con i salari più bassi:
- Crotone, dove la retribuzione media annua lorda è pari a 15.326 euro;
- Cosenza con 15.263 euro;
- Nuoro con 15.231 euro.
Il valore più basso in assoluto si registra a Vibo Valentia, con una retribuzione media annua lorda di appena 13.885 euro.
La media nazionale delle retribuzioni lorde è pari a 24.486 euro. Il confronto tra le province più ricche e quelle più povere evidenzia differenze che possono arrivare a più del doppio.
Reggio Calabria vs Milano: stipendi meno della metà
Emblematica, in questo quadro, è la distanza tra Reggio Calabria e Milano. Nel 2024, sottolinea la Cgia, a Reggio Calabria la retribuzione media annua – indicata come poco più di 17.000 euro – è risultata pari a meno della metà di quella percepita a Milano, dove i salari medi lordi hanno sfiorato 35.700 euro.
Il confronto mostra come il luogo in cui si lavora, a parità di tipologia contrattuale, possa determinare differenze economiche molto rilevanti per i lavoratori e le loro famiglie, con impatti diretti sul potere d’acquisto, sulla capacità di risparmio e sulle prospettive di lungo periodo.
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