Lavoro, il divario Nord-Sud si allarga: 27 giorni in meno e stipendi dimezzati


Secondo la Cgia nel 2024 al Sud si lavorano 27 giorni in meno e si guadagna molto meno che al Nord. Tutti i numeri su giornate, stipendi e produttività.


5 Settembre 2026 alle 10:41




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Fonte: ANSA

Nel 2024 chi lavora nel Mezzogiorno ha totalizzato mediamente quasi un mese di lavoro in meno rispetto a chi è occupato nel Nord Italia. A evidenziarlo è un’analisi della Cgia di Mestre, l’associazione artigiani e piccole imprese, che mette nero su bianco una distanza sempre più marcata non solo in termini di giornate lavorate, ma anche di retribuzioni e produttività.

Giornate lavorate: 27 in meno al Sud ogni anno

Secondo i dati elaborati dalla Cgia, nel 2024 in Italia si è lavorato in media 246,5 giorni all’anno. Questa media nazionale, però, nasconde differenze territoriali molto ampie:

  • nel Nord la media è stata di 255 giornate lavorative annue;
  • nel Mezzogiorno ci si è fermati a 228 giornate.

Il divario è quindi di 27 giornate lavorative l’anno: un differenziale che equivale, di fatto, a quasi un mese di lavoro in più per i lavoratori del Nord rispetto a quelli del Sud.

Nel conteggio la Cgia considera il monte ore annuo rapportato al numero di occupati: si tratta quindi di un dato medio che tiene conto anche dei contratti a tempo parziale, delle interruzioni e delle diverse forme contrattuali.

Paghe giornaliere e produttività: il Nord stacca il Mezzogiorno

Il divario non riguarda solo il numero di giornate lavorate, ma anche il valore economico di ogni giornata.

Nel 2024 la paga media giornaliera è stata pari a:

  • 108 euro nel Nord;
  • 80 euro nel Sud.

Il differenziale è quindi del 36% a favore dei lavoratori settentrionali. La Cgia segnala che anche la produttività – cioè il valore di beni e servizi prodotti per ogni ora o giornata di lavoro – nel Nord è stata superiore di 36% rispetto a quella del Mezzogiorno.

Queste differenze incidono direttamente sulla capacità di reddito dei lavoratori e, a cascata, sui consumi, sugli investimenti delle famiglie e sulla tenuta del tessuto economico locale.

Perché il Sud lavora (ufficialmente) meno: precarietà, part time e lavoro nero

Per interpretare il divario nei giorni lavorati, la Cgia richiama una serie di fattori strutturali che caratterizzano il mercato del lavoro meridionale:

  • maggiore diffusione della precarietà, con contratti a termine più frequenti;
  • ricorso più ampio al part time involontario, cioè al lavoro a tempo parziale non per scelta del lavoratore ma per mancanza di alternative a tempo pieno;
  • peso rilevante del lavoro stagionale, in particolare nei servizi e nel turismo, che riduce il numero di giornate effettivamente retribuite nell’anno.

A questi elementi si aggiunge il tema del lavoro nero. Nel Mezzogiorno, segnala la Cgia, la componente di lavoro non dichiarato ha dimensioni significative: le ore prestate in nero non vengono registrate nelle statistiche ufficiali e quindi non entrano nel monte ore annuo, accentuando il divario apparente rispetto al Nord.

Il risultato è un mercato del lavoro più frammentato, meno stabile e con meno tutele, che si riflette sia sui redditi sia sulla continuità occupazionale.

La mappa delle giornate retribuite: Lecco in testa, Vibo Valentia in coda

L’analisi entra nel dettaglio provinciale, evidenziando forti differenze anche all’interno delle macro-aree geografiche. La città con il numero medio di giornate retribuite più alto nel 2024 è Lecco, con 265,4 giorni.

Seguono:

  • Biella con 263,9 giornate retribuite;
  • Vicenza con 263,4;
  • Monza-Brianza con 263,3;
  • Lodi con 262,8.

All’estremo opposto della classifica si trovano:

  • Rimini con 212 giornate retribuite;
  • Nuoro con 205;
  • Vibo Valentia con 195 giornate, il valore più basso fra le province citate.

Questi numeri fotografano un Paese in cui la possibilità di lavorare con continuità cambia radicalmente da territorio a territorio.

Contrattazione di secondo livello: coinvolto solo un lavoratore su quattro

La Cgia richiama anche i dati del Ministero del Lavoro sulla contrattazione di secondo livello, ovvero quella che si aggiunge al contratto collettivo nazionale e viene definita a livello aziendale o territoriale. Si tratta di uno strumento importante perché può introdurre premi di produttività, bonus e miglioramenti economici rispetto ai minimi fissati a livello nazionale.

In Italia, secondo gli ultimi numeri disponibili, questa contrattazione coinvolge 4,2 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato, pari ad appena il 26% del totale. Nel dettaglio:

  • 3,1 milioni di lavoratori sono coperti da contratti aziendali;
  • 1,1 milioni da contratti territoriali.

La diffusione limitata di questa leva contrattuale contribuisce a mantenere ampie le distanze retributive, soprattutto nelle aree e nei settori dove la produttività è più bassa o il tessuto imprenditoriale è frammentato.

Le regioni più produttive e quelle con gli stipendi più alti

Guardando alla produttività regionale, tra le prime cinque regioni italiane si collocano:

  • Trentino-Alto Adige;
  • Lombardia;
  • Valle d’Aosta;
  • Lazio;
  • Emilia Romagna.

Se invece si considera la classifica delle retribuzioni medie lorde annuali regionali, in testa compaiono quasi le stesse aree, con qualche variazione:

  • Lombardia con 30.384 euro annui;
  • Emilia-Romagna con 26.377 euro;
  • Piemonte con 26.249 euro;
  • Veneto con 25.370 euro;
  • Trentino-Alto Adige con 25.244 euro.

Questi valori sono lordi, cioè comprensivi di imposte e contributi: l’importo effettivamente percepito in busta paga è quindi inferiore dopo tasse e oneri previdenziali.

Milano al top per stipendi, Vibo Valentia in coda: differenze oltre il doppio

L’analisi della Cgia entra nel dettaglio delle singole province anche sul fronte delle retribuzioni lorde medie annue. Nel 2024:

  • Milano guida la classifica con 35.670 euro, risultando la provincia con gli stipendi medi più elevati d’Italia;
  • seguono Monza-Brianza con 29.576 euro, Parma con 28.747 euro, Modena con 28.731 euro, Bologna con 28.672 euro, Lecco con 27.788 euro e Reggio Emilia con 27.772 euro.

All’altro estremo della graduatoria si trovano le province con i salari più bassi:

  • Crotone, dove la retribuzione media annua lorda è pari a 15.326 euro;
  • Cosenza con 15.263 euro;
  • Nuoro con 15.231 euro.

Il valore più basso in assoluto si registra a Vibo Valentia, con una retribuzione media annua lorda di appena 13.885 euro.

La media nazionale delle retribuzioni lorde è pari a 24.486 euro. Il confronto tra le province più ricche e quelle più povere evidenzia differenze che possono arrivare a più del doppio.

Reggio Calabria vs Milano: stipendi meno della metà

Emblematica, in questo quadro, è la distanza tra Reggio Calabria e Milano. Nel 2024, sottolinea la Cgia, a Reggio Calabria la retribuzione media annua – indicata come poco più di 17.000 euro – è risultata pari a meno della metà di quella percepita a Milano, dove i salari medi lordi hanno sfiorato 35.700 euro.

Il confronto mostra come il luogo in cui si lavora, a parità di tipologia contrattuale, possa determinare differenze economiche molto rilevanti per i lavoratori e le loro famiglie, con impatti diretti sul potere d’acquisto, sulla capacità di risparmio e sulle prospettive di lungo periodo.

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