Rimini, la spiaggia dei paradossi: l’ex presidente di Mare Libero processa i “mostri” che la sua battaglia ha contribuito a generare (e dimentica la scarsità)


Tre notizie uscite nello stesso weekend di inizio settembre raccontano, da tre angolazioni diverse, la stessa storia: quella di una spiaggia riminese sempre più contesa tra corporazioni, mentre chi ha sempre invocato “il bene comune” fatica a fare i conti con gli effetti concreti della battaglia che ha condotto per anni, e la giurisprudenza più recente della Corte di Giustizia europea rischia di far saltare le premesse stesse su cui si fonda l’intero scontro.

La rivolta degli albergatori

Patrizia Rinaldis, presidente di Federalberghi Rimini, ha acceso la miccia contestando il nuovo Piano dell’Arenile e in particolare le “macro-aggregazioni”: accorpamenti di più concessioni contigue affidati a un unico gestore, che il Comune consente su fronti minimi di 250 metri (circa otto stabilimenti) fino a superare, in caso di aggregazioni adiacenti, il chilometro di costa in mano a un solo soggetto. Per Rinaldis si tratta di un rischio di monopolio che spezzerebbe “l’identità riminese” fondata sul rapporto diretto tra cliente e bagnino di fiducia, e chiede un tetto più basso, attorno ai 300 metri.

Il Comune ha aperto una consultazione di mercato, con scadenza il 18 settembre 2026, per raccogliere proposte non vincolanti di macro-aggregazione in vista delle gare vere e proprie, mentre una recente variante ha già esteso a queste aggregazioni la possibilità di realizzare piscine e terrazze, alleggerendo alcuni vincoli edilizi sull’arenile.

L’affondo dell’ex presidente di Mare Libero

Nella polemica si è inserito Roberto Biagini, oggi esponente del Direttivo Nazionale di Mare Libero (non più presidente: la carica, dall’aprile 2026, è ricoperta da Danilo Ruggiero, socio fondatore dell’associazione), con un intervento durissimo verso entrambe le corporazioni in causa. Secondo Biagini, le dichiarazioni di Rinaldis smascherano la natura “meramente privatistica” del conflitto: la preoccupazione per i “maxi stabilimenti” e la perdita del “bagnino di fiducia” non nascerebbe dalla tutela del bene comune, ma “dalla paura degli albergatori di essere schiacciati all’interno della stessa filiera”. Biagini ribadisce la funzione costituzionale del demanio marittimo come bene destinato all’uso pubblico e gratuito, e denuncia che le forti pressioni per ottenere la variante sui maxi-accorpamenti sarebbero venute in particolare da “coloro che già detengono in consorzio un monopolio di fatto (vedi Rivazzurra)”, trovando terreno fertile in forze politiche di maggioranza compiacenti.

A supporto della sua tesi, Biagini richiama la sentenza del Consiglio di Stato n. 6539 del 18 agosto 2026, che ribadirebbe tre punti: le proroghe automatiche restano illegittime e le gare devono chiudersi entro il 30 settembre 2027; l’assenza dei decreti attuativi sugli indennizzi non giustifica più alcun rinvio dei bandi; i concessionari uscenti che smontano i propri manufatti, come previsto a Rimini, non hanno diritto a indennizzo dai subentranti. Chiude con un appello alla Procura affinché vigili su eventuali favoritismi nelle procedure di gara in corso e future.

Il buco giuridico che nessuno dei due cita: la scarsità va provata

Qui si inserisce un elemento che né il Consiglio di Stato nella sentenza citata da Biagini, né Biagini stesso, sembrano considerare — ed è tutt’altro che marginale. Con l’ordinanza del 10 luglio 2026, causa C-574/25, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata di nuovo proprio su un caso riminese, ribaltando un presupposto dato finora per acquisito: l’obbligo di gara previsto dall’articolo 12 della direttiva Bolkestein non scatta automaticamente per tutte le concessioni demaniali, ma solo se è dimostrata la scarsità effettiva della risorsa naturale (l’arenile). Fino a questa pronuncia, la scarsità delle spiagge era una presunzione relativa data per acquisita; ora la Corte chiarisce che va provata concretamente dall’autorità nazionale competente, sotto il controllo del giudice, combinando una valutazione generale a livello statale con un’analisi caso per caso a livello comunale.

Il punto non è di lana caprina: il Governo italiano ha già accertato, con una nota del 6 ottobre 2023, che su base nazionale l’insieme delle coste italiane non presenta condizioni di scarsità tali da giustificare l’applicazione automatica delle gare. Perché l’obbligo di gara operi comunque a Rimini, sarebbe quindi necessaria un’istruttoria comunale puntuale e motivata che dimostri una scarsità locale dell’arenile riminese, basata su criteri oggettivi come l’estensione della costa, la percentuale già in concessione e la disponibilità residua di spiaggia libera. Se questa istruttoria non è mai stata condotta — e nulla, nei documenti circolati finora sul Piano dell’Arenile, sembra dimostrarlo — l’intero impianto delle gare (e a cascata delle macro-aggregazioni) rischia di poggiare su un presupposto giuridico mai verificato. Un’omissione che pesa sia sulla sentenza del Consiglio di Stato invocata da Biagini, sia sulla sua stessa requisitoria, che dà per scontato un obbligo di gara la cui base giuridica, alla luce di Lussemburgo, andrebbe prima dimostrata comune per comune.

Il paradosso: chi ha aperto la porta ai “maxi stabilimenti”

C’è poi una seconda contraddizione, più politica che giuridica. Mare Libero nasce nel 2019 come Coordinamento Nazionale (Conamal), fondato dall’avvocato Biagini — per dieci anni, dal 2006 al 2016, assessore all’urbanistica e demanio nel Comune di Rimini — con l’obiettivo dichiarato di restituire il mare alla collettività. La sua battaglia storica, fatta di diffide, esposti e ricorsi contro le proroghe automatiche concesse ai balneari, ha contribuito al percorso giudiziario che ha portato alle “sentenze gemelle” del Consiglio di Stato (nn. 4479, 4480, 4481 del 2024, che richiamano i principi delle nn. 17-18/2021), quelle che hanno dichiarato illegittime le proroghe imponendo lo svolgimento di gare pubbliche competitive su tutto il demanio.

È esattamente quel percorso — gare vere, concorrenza aperta, fine delle rendite di posizione legate alle proroghe — che ha reso possibile, e in qualche misura inevitabile, lo scenario che oggi Biagini denuncia. Una gara pubblica premia chi può presentare piani di investimento più solidi: capitali, economie di scala, capacità di ammortizzare canoni più alti su superfici più ampie. Sono esattamente gli ingredienti delle macro-aggregazioni. Va detto, a onore di completezza, che Mare Libero aveva proposto ai Comuni anche un correttivo esplicito — il limite di una sola concessione per soggetto nello stesso Comune, proprio per scongiurare le concentrazioni — ma si tratta di una proposta che i piani spiaggia approvati, incluso quello riminese, non hanno recepito. Il risultato è che la stessa cornice competitiva invocata da Mare Libero per anni, priva dei correttivi anti-concentrazione che l’associazione stessa suggeriva, sta producendo oggi il fenomeno che Biagini si trova a combattere: non più la rendita del vecchio concessionario prorogato, ma il potenziale monopolio del nuovo aggregatore capitalizzato.

Il precedente veneto: cosa succede quando le gare si concludono davvero

Se a Rimini si discute ancora di piani e consultazioni, a Jesolo le gare Bolkestein sono già state assegnate, e gli effetti pratici confermano proprio i timori sollevati dagli albergatori riminesi. Il nuovo Piano dell’Arenile jesolano impone piazzole da 4×4 metri al posto delle tradizionali 3×2, per adeguarsi ai nuovi standard di distanziamento e qualità del servizio: il risultato stimato è un calo dagli attuali circa 45mila ombrelloni sul litorale a circa 30mila entro il 2027, fino al 40% in meno nelle concessioni già riassegnate.

Meno piazzole sulla stessa superficie, a fronte di canoni e investimenti di riqualificazione più alti, si traduce inevitabilmente in rincari: tariffe giornaliere già comprese tra 15 e 30 euro, con punte di 40-50 euro nelle prime file, e aumenti fino al 10-15% annuo segnalati dalla stampa locale. Ma il dato più rilevante per il parallelo con Rimini riguarda proprio hotel e residence dell’entroterra: gli operatori di categoria (Confapi-Cin) segnalano che il modello storico camera d’hotel con ombrellone incluso nel prezzo è destinato a sparire entro un quinquennio, perché semplicemente non ci saranno più abbastanza piazzole per garantirlo ai vecchi clienti fedeli delle strutture ricettive e degli appartamenti retrostanti la spiaggia.

Chi paga il conto

Messe in fila, le vicende disegnano un’unica traiettoria, ma anche un’incognita giuridica di fondo. La fine delle proroghe, imposta dal diritto europeo, sta producendo — nella sua applicazione concreta a Rimini come già avvenuto a Jesolo — una concentrazione della gestione delle spiagge in mano a pochi operatori strutturati, con famiglie storiche di villeggianti e piccoli alberghi dell’entroterra schiacciati fra l’aumento dei prezzi e la riduzione dei posti disponibili. L’ex presidente di Mare Libero ha ragione a denunciare il rischio “villaggio privato”, ma la stessa battaglia che ha condotto per anni contro le rendite di posizione dei vecchi concessionari, senza i correttivi anti-concentrazione che pure l’associazione aveva proposto, rischia oggi di consegnare l’arenile non alla collettività invocata, ma a un nuovo, più grande e più capitalizzato, monopolio di fatto. E il tutto avviene mentre la stessa premessa giuridica delle gare obbligatorie — la scarsità della risorsa — resta, alla luce dell’ultima ordinanza di Lussemburgo, tutta da dimostrare comune per comune, Rimini compresa.


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