| Il discorso di Meloni a Bari, l’attacco russo alla sede degli 007 di Kiev |
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La premier Giorgia Meloni ieri a Bari |
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La stabilità è la prima grande riforma. L’Italia ha smesso di essere il caso sorvegliato in Europa. (…) Io non intendo arrendermi e non intendo accontentarmi. Perché quando tra qualche decennio qualcuno racconterà questi anni, a me non interessa che si dica che siamo stati il governo che è durato di più. Io voglio che si dica che c’è stato un momento in cui questa nazione ha smesso di rassegnarsi». Tra la frase che ha aperto il suo comizio, ieri sera al porto di Bari («punto di partenza verso le prossime elezioni», scrive Simone Canettieri), per festeggiare il record di longevità del suo governo (1.413 giorni) e quella che l’ha chiuso, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato, per un’ora di orologio, i risultati ottenuti. I conti pubblici tenuti in ordine; gli interventi sulle accise sui carburanti, prorogati fino al 10 settembre («Altri provvedimenti sono in arrivo, ma questa volta saranno mirati: non possiamo permetterci di spendere soldi per darli a chi non ne ha bisogno o viene a fare benzina dalla Francia»); le misure per il Mezzogiorno («Abbiamo scommesso che il Sud potesse diventare locomotiva d’Italia, sbaragliando ogni pronostico i numeri dicono che era la scelta giusta», anche se non è mancata l’ammissione della complessità della crisi dell’ex Ilva: qui l’analisi di Rita Querzè) e quelle per la sanità («Le liste d’attesa esistevano già 5-6 anni fa ma nessuno se ne era occupato, la sinistra le ha lasciate a noi. E noi ci siamo chiesti come fare meglio»); la lotta all’immigrazione clandestina («Dicevano che le nostre proposte erano impresentabili, fuori dalla civiltà giuridica europea. Annuncio che oggi quelle posizioni sono legge europea, sono la civiltà giuridica europea»); il contrasto alla criminalità; il record di occupazione femminile e via elencando in un discorso «più politico che programmatico», secondo il nostro inviato a Bari. A parte le frecciate alla sinistra che «usa l’antifascismo come arma di distrazione di massa da 80 anni», «alla voce “notizie” – scrive ancora Canettieri – c’è da registrare l’attesa conferma dell’estensione della Zes (Zona economica speciale) a tutta Italia e l’intenzione di aumentare la quota di petrolio che si può estrarre in Italia “perché non ha senso andare a comprare il petrolio in Qatar se ce l’abbiamo in Basilicata“». Mentre «i grandi non citati sono Donald Trump, la guerra in Ucraina e Roberto Vannacci» (anche se era tacitamente rivolto a quest’ultimo il passaggio, dopo l’uccisione di Lorena Isceri a Barberino del Mugello, sul femminicidio, che per l’ex generale non dovrebbe costituire un’aggravante: «L’orrore che ha strappato ieri la vita a Lorena ci stringe il cuore e ci ricorda che il femminicidio esiste, eccome se esiste. E combatterlo non significa dire che la vita di un uomo vale meno, significa riconoscere che nel femminicidio c’è un’aggravante, si uccide una donna perché ha osato essere libera»). Ai lettori, e prossimamente agli elettori, giudicare se l’Italia del governo Meloni abbia in effetti smesso di rassegnarsi e cambiato passo. O se invece, come dice Giuseppe Conte (più volte preso di mira dalla premier per superbonus e reddito di cittadinanza), sono stati «quattro anni di nulla, di inerzia, non è una nota di merito ma un’aggravante»; o, come accusa Elly Schlein, «anziché perdere tempo ad autocelebrarsi, il governo dovrebbe occuparsi delle vertenze che riguardano lavoratrici e lavoratori, famiglie e imprese, e affrontare i nodi che in questi 4 anni non ha saputo risolvere». (Va detto che, come ha ricordato Gianluca Mercuri nella nostra Rassegna, il giudizio di un quotidiano autorevole a livello internazionale come il Financial Times non è stato tenerissimo: «Meloni non ha fatto quasi nulla per aumentare il potenziale di crescita del suo Paese. La crescita del Pil è stata debole e il tenore di vita è rimasto stagnante. Questo aiuta a spiegare perché ora rischi di essere scavalcata all’estrema destra da Roberto Vannacci. (…) Meloni ha portato in Italia una stabilità invidiabile, ma non l’ha sfruttata per trasformare le prospettive del suo Paese. Quasi quattro anni al governo sono un risultato, sì, ma anche un’occasione mancata»). Dal punto di vista politico, il passaggio più rilevante è stato quello sulla riforma elettorale che il governo intende mandare in porto prima del voto del prossimo anno. «Proponiamo che alle prossime elezioni e alle successive gli italiani possano scegliere la coalizione, il programma e il candidato da proporre al capo dello Stato – ha detto Meloni -. Significa niente ribaltoni, manovre di palazzo come vorrebbe fare il Pd anche questa volta, e avere cinque anni per governare». Riguardo alla legge elettorale, restano però sul tavolo, per la prossima settimana, i due temi più spinosi: il ballottaggio e la soglia anticespugli. Il doppio turno è previsto in un emendamento a firma di Marcello Pera che andrebbe direttamente in Aula (il dibattito inizia mercoledì). Ma sembra destinato al ritiro, dato che i dubbi tecnici e politici attraversano anche FI e FdI, oltre alla Lega che teme, in caso di doppio turno, di essere «fagocitata» da Vannacci. Abbassare la soglia sotto la quale una lista non elegge parlamentari è invece necessario: lo chiederebbe, sostengono i proponenti, il Quirinale. Gli azzurri che l’hanno voluta fissare al 3%, però, si oppongono ad abbassarla all’1%. Anche questo tema, con un possibile compromesso al 2%, dovrebbe risolversi direttamente in Aula. A proposito di elezioni, Adriana Logroscino segnala che l’ipotesi di anticipare il voto alla primavera 2027, accorpando quello politico con quello dei Comuni – ipotesi alla quale lavorerebbe la presidente del Consiglio pare in asse con la segretaria del Pd, Elly Schlein – agita, in particolare, i partiti di centrodestra. «I leader di Lega e Forza Italia, infatti, respingono per una volta con identica intenzione l’idea. “Non c’è nessuna data prevedibile. Per me è la fine della legislatura, quindi si vedrà“, dice il vicepremier forzista Antonio Tajani. “Abbiamo tante cose da fare e abbiamo bisogno di usare bene tutto il tempo assegnato. Il governo andrà a scadenza“, è l’opinione del leghista Matteo Salvini». Che si schiera anche apertamente contro l’election day: «Amministrative e politiche vanno tenute separate». Una posizione sulla quale lo punge la fronda interna: «Nel 2022 Salvini voleva accorpare il voto per risparmiare 200 milioni — scrivono in una nota dal Patto per il Nord — ora non gli importa?». Giuseppe Conte, leader del M5S, ostenta invece sicurezza: «Se si voterà in primavera saremo pronti. Già in autunno avremo un progetto condiviso». (Qui l’approfondimento di Francesco Verderami sul perché, per il centrosinistra, un record di durata al governo è stato finora un miraggio) Mosca alza ancora il livello dei suoi attacchi all’Ucraina. Un drone russo in pieno giorno sull’ufficio del capo dell’Sbu, il servizio di sicurezza ucraino, nel cuore di Kiev: è la prima volta, dall’inizio della guerra, che la sede centrale dell’intelligence interna ucraina viene colpita in modo così diretto. L’attacco è avvenuto nel quartiere Shevchenkivskyi, di fronte alla cattedrale di Santa Sofia, che ha riportato danni. Il bilancio diffuso dalle autorità locali parla di almeno dodici feriti. Secondo il sindaco della capitale, Vitali Klitschko, il raid ha danneggiato un edificio non residenziale, provocando anche un incendio, poi spento dai soccorritori, e lesioni alla parete esterna della struttura. Il bersaglio era proprio l’ufficio di Oleksandr Poklad, capo ad interim dell’Sbu. Il Servizio di sicurezza ha confermato che il drone ha colpito deliberatamente quella sede, senza però raggiungere l’obiettivo operativo: Poklad non è rimasto ferito. Volodymyr Zelensky ha presentato l’attacco come un colpo diretto al cuore dell’apparato di sicurezza dello Stato e ha affidato allo stesso Poklad il compito di organizzare la risposta. Più tardi, dopo aver ricevuto un rapporto operativo, Zelensky ha aggiunto che l’Ucraina ha già deciso dove colpire in risposta e che resta da stabilire soltanto il momento migliore, «per il massimo effetto». L’attacco è arrivato mentre Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi oggi a Mosca e domani a Kiev. Ieri sera, confermando il viaggio in due tappe, Donald Trump ha affermato che i suoi inviati porteranno con sé «una proposta per mettere fine alla guerra». E ha aggiunto che, nelle loro telefonate, Vladimir Putin gli ha garantito di non avere intenzione di attaccare i territori della Nato. «Circa la missione del duo Wiktoff-Kushner – segnala Marta Serafini – ieri fonti citate dal Kyiv Independent riferivano che il primo “ha cominciato ad avere paura”, mentre da più parti si insiste sul fatto che “i russi non vogliono che vengano qui a Kiev”: un elemento che misura già, di per sé, l’effetto politico e intimidatorio dell’offensiva russa». Federico Fubini rivela che Vladimir Putin potrebbe mettere piede negli Stati Uniti per la seconda volta durante l’attuale presidenza di Donald Trump. «Nel 2025 l’occasione è arrivata quando il presidente degli Stati Uniti lo ha invitato ad Anchorage, Alaska, per discutere un piano di pace che poi non ha mai preso forma perché il Cremlino chiedeva in sostanza una resa di Kiev senza contropartite. Quest’anno, invece, la destinazione potrebbe essere Miami: al vertice dei leader del G20, sotto presidenza di turno americana, che si terrà nella città della Florida a metà dicembre. Secondo due persone al corrente dei contatti in corso, nessuna decisione è ancora stata presa in modo definitivo; ma la Casa Bianca sta lavorando per avere il presidente russo a Miami e in proposito sta tenendo informate le controparti cinesi». Sarebbe l’ennesimo schiaffo all’Europa e agli alleati degli Usa nella Nato e non solo.
L’intervista di Andrea Pasqualetto a Juan Martin Guevara, fratello del «Che», che dice: «Era straordinario, non un mito. Il capitalismo ha colpito anche lui». I servizi sulla Mostra del Cinema di Venezia, dove ieri è stato presentato La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini sull’omicidio di Luca Varani (qui la recensione di Paolo Mereghetti). L’editoriale di Angelo Panebianco «L’Occidente non è un demonio». La rubrica di Paolo Lepri, dedicata alle prossime elezioni in Svezia e alla liberale Simona Mohamsson. Il nuovo episodio del podcast «In settimana» di Fiorenza Sarzanini. Si parla di Alessandro Di Battista e del futuro di Report. Il Caffè di Gramellini Solo una donna può fermare quell’uomo e non è Meloni e nemmeno Schlein, ma Camelia Mihailescu, sua moglie. Il video in cui, mascherata da contadina della steppa, la signora Vannacci si scola un bicchierino di vodka alla salute dell’«amico Vladimir» ci rivela un paio di cose fondamentali. La prima è che, nell’era dei social, la comunicazione politica ha perso ogni residuo accento di gravitas e non procede più neanche per slogan ma per scenette (sembrano tornati i tempi di Carosello: oggi Gino Bramieri sarebbe candidato premier). La seconda è che si è finalmente capito chi detta la linea da quelle parti. Non sappiamo infatti se dietro ai libri al contrario e ai video in toga e colbacco del Generale ci siano davvero i mestatori russi, ma di sicuro c’è un’avvocata rumena. La tostissima Camelia, al cui confronto il marito è solo una copia di mille riassunti (scritti, tra l’altro, in buona parte da lei). A volte viene quasi il sospetto che Vannacci vagheggi il ritorno del patriarcato mediterraneo per sottrarsi al giogo di un matriarcato del Mar Nero. Ma l’uomo è intelligente e gli starà benissimo così. Il problema, semmai, riguarda i nostalgici che lo osannano: con due lauree, una carriera brillante, un carattere spigliato e persino una vena sarcastica, Camelia si direbbe il tipo di donna che piace più agli elettori degli altri partiti che a quelli di suo marito. E comunque, se a casa Vannacci si fanno le primarie, io voto per lei. Grazie per aver letto Prima Ora e buon fine settimana (qui il meteo) Questa newsletter è stata chiusa alle 2.30 |
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