Quatti quatti, mogi mogi, quest’estate è successo. Il 7 agosto 2026, quando mezza Italia pensava alle ferie e l’altra metà cercava un posto all’ombra, la Città Metropolitana di Torino ha messo il timbro definitivo su uno dei più importanti impianti fotovoltaici progettati negli ultimi anni nell’area nord di Torino. L’Autorizzazione Unica è arrivata per il progetto presentato da FRV Italia Srl a Leini, località Cascina Brunetta: 16,27 megawatt di potenza installata, 15,51 megawatt immessi in rete, quasi 25 mila pannelli fotovoltaici, tre distinti lotti e una superficie catastale interessata di circa 23 ettari. Tradotto in un’unità di misura più comprensibile: una distesa grande quanto 32 campi da calcio regolamentari.
Non siamo davanti a qualche fila di pannelli dietro un capannone. Il progetto prevede 24.648 moduli monocristallini da 660 watt, montati su strutture mobili capaci di inseguire il sole durante la giornata. La produzione stimata è di circa 24 gigawattora all’anno. Per portare quell’energia nella rete elettrica nazionale verrà realizzata una linea interrata che da Leini correrà fino alla cabina primaria “Cebrosa” di Settimo Torinese, collegata alla rete Terna. Il progetto, quindi, nasce nei campi di Leini ma allunga i suoi cavi fino a Settimo. Dentro l’area sono previste anche la demolizione di due fabbricati rurali, per un volume complessivo nell’ordine dei settemila metri cubi, strade di servizio, cabine, recinzioni e opere di mitigazione ambientale.
La parola interessante, però, non è “fotovoltaico”. È agricolo.
Perché Cascina Brunetta non è una zona industriale nel senso in cui la intenderebbe una persona normale osservando una carta o passeggiando sul posto. Una parte consistente dei terreni coinvolti è agricola: la superficie direttamente interessata viene indicata nella documentazione in circa 18,5 ettari. Eppure proprio qui entra in scena una delle più singolari acrobazie della legislazione italiana sulle energie rinnovabili. Quei terreni non vengono trasformati magicamente in capannoni, né cambiano necessariamente destinazione urbanistica. Restano terreni agricoli. Ma possono essere considerati “aree idonee ex lege” alla realizzazione degli impianti perché si trovano nella fascia individuata dalla normativa attorno ad aree e insediamenti produttivi.
È una differenza sottile solo sulla carta. Nella realtà cambia tutto.
Il principio introdotto dal legislatore è semplice: per accelerare la transizione energetica bisogna individuare aree nelle quali gli impianti possano essere autorizzati più facilmente. Tra queste finiscono anche porzioni di territorio che si trovano in prossimità di stabilimenti industriali, artigianali o commerciali. Morale? Un campo può continuare a essere agricolo per ciò che è ma, contemporaneamente, diventare “idoneo” a ospitare ettari di pannelli per ciò che ha vicino.
Ed è proprio questo a rendere la questione politicamente più interessante. Perché quando si discute di consumo di suolo agricolo si immagina normalmente una scelta urbanistica. Un Comune che trasforma un terreno, una variante, una nuova area produttiva. Qui il meccanismo è diverso. Non serve raccontare che il campo è diventato industria, basta che la normativa riconosca a quel campo una condizione favorevole per l’installazione di un impianto energetico.
Nel luglio 2025 il progetto aveva già superato uno dei passaggi più delicati. La Città Metropolitana aveva infatti deciso di escluderlo dalla procedura completa di Valutazione di Impatto Ambientale, imponendo prescrizioni ma ritenendo non necessario sottoporlo al livello più approfondito della VIA. Durante quella fase non risultano osservazioni presentate da cittadini, associazioni o altri soggetti. Nessuna levata di scudi, nessuna mobilitazione pubblica capace di lasciare traccia negli atti. Il progetto ha continuato così il proprio percorso amministrativo fino all’Autorizzazione Unica dell’agosto 2026.
Prima ancora del via libera si è mossa la Giunta comunale. Il 17 giugno 2026, con la deliberazione numero 151, ha approvato la bozza della convenzione per le compensazioni. Tant’è. Si salvi chi può. Un’unica speranza.
La Soprintendenza ha segnalato il rischio archeologico dell’area, collocata nell’antico territorio di Augusta Taurinorum e in una zona segnata dalla centuriazione romana. Prima di scavare per fondazioni, cavidotti e infrastrutture saranno quindi necessarie verifiche archeologiche. Fatte quelle, addio granoturco…
Ma chi è FRV Italia?
Il nome, preso da solo, suggerisce una normale società italiana delle rinnovabili. La sede è a Roma e la sigla sta per Fotowatio Renewable Ventures. La dimensione reale dell’operazione emerge salendo di qualche gradino nella catena societaria. FRV è un gruppo internazionale presente nel fotovoltaico, nell’eolico e soprattutto, negli ultimi anni, nei grandi sistemi di accumulo dell’energia. Nel 2015 il controllo è passato integralmente ad Abdul Latif Jameel, cioè uno dei grandi gruppi familiari sauditi, fondato nel 1945 da Abdul Latif Jameel e cresciuto inizialmente nel settore automobilistico. Dal 1955 il gruppo lega il proprio nome alla distribuzione di Toyota in Arabia Saudita, attività sulla quale ha costruito una parte fondamentale della propria fortuna. Negli anni la famiglia ha allargato enormemente il raggio d’azione: mobilità, servizi finanziari, immobiliare, sanità, acqua, tecnologie e soprattutto energia.
L’ingresso nelle rinnovabili non è stato quindi un diversivo verde. È diventato uno degli assi strategici dell’impero Jameel. Con l’acquisizione del cento per cento di FRV, la famiglia saudita si è comprata una piattaforma internazionale capace di sviluppare, finanziare, costruire e gestire grandi impianti energetici in numerosi Paesi e l’Italia è diventata uno dei terreni della nuova espansione europea del gruppo.
FRV Italia, infatti, non sta puntando soltanto sui pannelli. La società ha annunciato programmi enormi anche nel settore dei BESS, i giganteschi sistemi di batterie utilizzati per immagazzinare energia elettrica e restituirla alla rete quando serve. Nel 2026 indicava in Italia una pipeline superiore a 2,9 gigawatt, distribuita in dieci regioni. Cascina Brunetta, vista da questa prospettiva è un tassello dentro una strategia industriale internazionale.
Ed è anche questo che rende stonato il modo quasi silenzioso con cui operazioni del genere attraversano il territorio. Da una parte ci sono società con capitali, tecnici, studi legali, progettisti e una struttura internazionale alle spalle. Dall’altra ci sono Comuni chiamati a confrontarsi con normative che hanno scelto di accelerare drasticamente l’installazione delle rinnovabili, trasformando la vicinanza a un’area produttiva in una chiave capace di aprire ai pannelli anche porzioni di campagna.
Nessuno può sostenere seriamente che la transizione energetica si faccia senza impianti. L’energia rinnovabile deve essere prodotta da qualche parte. Ma proprio per questo il vero dibattito dovrebbe riguardare dove, quanto, su quali terreni e con quale vantaggio concreto per le comunità che quegli impianti se li ritrovano davanti agli occhi per decenni.
A Leini, invece, il percorso amministrativo è andato avanti senza grandi rumori. Prima l’esclusione dalla VIA completa, quindi la convenzione sulle compensazioni, infine l’Autorizzazione Unica. E mentre sulla carta scorrono formule come “area idonea”, “mitigazione paesaggistica”, “connessione alla rete” e “produzione da fonte rinnovabile”, nella campagna di Cascina Brunetta la trasformazione è molto più concreta: ettari di buona terra destinati a ospitare migliaia di moduli, tracker metallici, cabine elettriche e infrastrutture.
Il capitale, invece, prende una strada molto più lunga. Parte da una società con sede italiana, sale verso FRV e arriva dentro la galassia di Abdul Latif Jameel, il gruppo saudita nato vendendo automobili e diventato uno dei protagonisti globali della corsa all’energia.
A Cascina Brunetta continueremo probabilmente a chiamarli campi. Solo che il prossimo raccolto non si misurerà più in quintali.
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