Polizia di Stato, gonna obbligatoria e tatuaggi: dopo il caso alla Corte Ue chieste nuove regole sulle uniformi femminili


Il sindacato scrive al Viminale: “Regole anacronistiche da superare”

Il SILP CGIL chiede al Ministero dell’Interno di riaprire con urgenza il confronto sull’utilizzo della gonna per il personale femminile della Polizia di Stato, soprattutto nei servizi formali e di rappresentanza. La richiesta è contenuta in una nota inviata il 10 settembre 2026 al Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Segreteria del Dipartimento della P.S., Ufficio per le Relazioni Sindacali.

Al centro della posizione del sindacato c’è la necessità di aggiornare disposizioni considerate non più coerenti con l’evoluzione normativa, sociale e culturale degli ultimi decenni. Per il SILP CGIL, i principi di parità, non discriminazione, dignità professionale e proporzionalità devono orientare anche l’organizzazione interna della Polizia di Stato.

La questione, secondo il sindacato, non riguarda soltanto un capo di vestiario, ma il modo in cui l’Amministrazione interpreta oggi il rapporto tra tradizione, immagine istituzionale e diritti del personale.

“La gonna non può diventare un ostacolo all’accesso alla professione”

Nella nota firmata dal segretario generale nazionale Pietro Colapietro, il SILP CGIL richiama l’articolo 5 del D.M. 4 ottobre 2005, che prevede il dovere per l’operatore di indossare la divisa con proprietà, dignità e decoro, mantenendola pulita e in perfetto stato.

Secondo il sindacato, però, l’imposizione di un determinato capo di vestiario sulla base del genere “nulla ha a che vedere” con il decoro, la dignità e l’autorevolezza dell’uniforme.

Le disposizioni sul vestiario hanno già riconosciuto, per il personale femminile, una sostanziale equivalenza tra gonna e pantalone, consentendo l’utilizzo dei pantaloni nei servizi ordinari e nelle attività operative. Il nodo resta invece l’ambito formale e di rappresentanza, dove specifiche disposizioni o ordini di servizio possono ancora disciplinare l’utilizzo della gonna.

Un esempio richiamato dal SILP CGIL è quello del giuramento al termine dei corsi formativi per l’immissione in ruolo, circostanza nella quale alcune colleghe hanno chiesto di poter indossare i pantaloni. Richieste che, secondo il sindacato, non sempre sono state accolte favorevolmente a causa dell’anacronismo delle regole.

Il caso davanti alla Corte Ue e le conclusioni dell’Avvocata generale

La richiesta del SILP CGIL assume un peso ulteriore alla luce delle recentissime conclusioni dell’Avvocata generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Tamara Ćapeta, nella causa C-320/25 Lertimene, pubblicate il 3 settembre 2026.

Il caso riguarda una candidata alla Polizia di Stato italiana esclusa dal concorso a causa di un tatuaggio visibile sulla parte inferiore della gamba. Secondo l’Avvocata generale, la combinazione tra il divieto di tatuaggi visibili e l’obbligo, per le donne, di indossare una divisa di rappresentanza caratterizzata dalla gonna determina una discriminazione fondata sul sesso.

La Direttiva 2006/54/CE vieta infatti le discriminazioni fondate sul sesso nell’accesso all’occupazione e ammette differenze di trattamento solo quando una determinata caratteristica costituisca un requisito essenziale e determinante per l’attività lavorativa, purché il requisito sia proporzionato rispetto a un obiettivo legittimo.

Nel ragionamento richiamato dal sindacato, le cerimonie rappresentano soltanto una parte limitata dell’attività di polizia. Inoltre, le operatrici già utilizzano i pantaloni nell’uniforme operativa e, secondo questa impostazione, dovrebbe essere possibile consentirne l’utilizzo anche durante una cerimonia.

Il nodo dei tatuaggi: “Non si può escludere chi poi potrebbe svolgere il servizio”

Il SILP CGIL collega il tema dell’uniforme femminile a quello dei tatuaggi, evidenziando quella che definisce un’evidente asimmetria nell’attuale impostazione.

Da un lato, la presenza di tatuaggi in determinate parti visibili del corpo può essere causa di esclusione o di inidoneità nelle procedure concorsuali. Dall’altro, una volta instaurato il rapporto di lavoro, tatuaggi precedentemente considerati incompatibili con l’appartenenza alla Polizia di Stato risultano, nella prassi, ampiamente tollerati.

Per il sindacato, un elemento estetico non dovrebbe determinare l’esclusione di una candidata o di un candidato quando non contenga riferimenti offensivi, discriminatori, criminali o comunque incompatibili con i valori e il decoro dell’Istituzione.

Il punto sollevato è preciso: se un tatuaggio può essere coperto mediante il pantalone d’ordinanza e non costituisce un impedimento concreto allo svolgimento del servizio, non dovrebbe diventare motivo di esclusione per il solo effetto combinato tra una norma sull’uniforme e una sui tatuaggi.

Le richieste del SILP CGIL al Dipartimento della Pubblica Sicurezza

Nella comunicazione inviata al Ministero dell’Interno, il SILP CGIL formula una serie di richieste puntuali.

Il sindacato chiede innanzitutto la revisione delle disposizioni relative all’utilizzo della gonna da parte del personale femminile, riconoscendo pienamente la possibilità di utilizzare il pantalone d’ordinanza anche nei servizi formali e di rappresentanza.

Viene poi chiesto che nessuna lavoratrice possa essere esclusa da un concorso, da un percorso professionale o da un impiego per il solo effetto combinato di una disposizione sull’uniforme e di una norma relativa ai tatuaggi, quando il tatuaggio possa essere coperto attraverso il pantalone d’ordinanza.

Il SILP CGIL sollecita inoltre l’emanazione di disposizioni uniformi a livello nazionale, per evitare applicazioni diverse delle regole sull’abbigliamento tra uffici e territori.

Tra le richieste figurano anche una verifica complessiva delle disposizioni sul vestiario, affinché siano coerenti con i principi di parità di trattamento, proporzionalità, non discriminazione e adeguatezza dell’organizzazione del servizio, e l’apertura di un tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali per una revisione organica della materia.

Infine, il sindacato chiede di avviare un confronto finalizzato alla revisione delle disposizioni sui tatuaggi, distinguendo tra decoro istituzionale e semplice conformità estetica.

La richiesta di modificare i D.P.R. 737/1981 e 782/1985

Per il SILP CGIL, la questione della gonna è soltanto la manifestazione più evidente di un problema più ampio. Il sindacato chiede infatti al Dipartimento della Pubblica Sicurezza di aprire una trattativa organica per la revisione e l’aggiornamento dei D.P.R. 737/1981 e 782/1985.

La legge n. 121/1981, ricorda il sindacato, prevede che il regolamento di servizio venga emanato sentiti i sindacati di polizia maggiormente rappresentativi.

L’obiettivo indicato dal SILP CGIL è superare disposizioni e impostazioni considerate ormai anacronistiche, costruendo un quadro regolamentare coerente con l’attuale contesto storico e con la realtà della Polizia di Stato contemporanea.

“L’autorevolezza della divisa deriva da chi la indossa”

La posizione del sindacato è netta: l’autorevolezza della divisa non dipende dalla riproposizione automatica di consuetudini prive di concreta necessità operativa, ma dalla professionalità, dalla competenza, dalla correttezza e dalla qualità del servizio reso alla cittadinanza.

Per il SILP CGIL, una Polizia moderna non può continuare a utilizzare la tradizione come giustificazione per mantenere differenze di trattamento che non trovano una reale necessità funzionale.

La divisa deve garantire uniformità, riconoscibilità e decoro, ma deve anche rispettare professionalità, dignità, parità di genere e libertà di scelta, sempre nel quadro delle esigenze del servizio.

Il sindacato chiede un percorso trasparente e verificabile

Nella parte finale della nota, il SILP CGIL sottolinea che il rispetto della dignità professionale del personale non può essere relegato a enunciati di principio o a lavori di commissioni di cui il personale e le rappresentanze sindacali non conoscono gli sviluppi.

La richiesta è quella di un percorso trasparente, partecipato e verificabile, capace di tradurre le dichiarazioni di principio in regole nuove.

“Chiediamo dignità, professionalità, parità e autorevolezza per tutte le donne e tutti gli uomini che quella divisa la indossano ogni giorno”, scrive il segretario generale nazionale Pietro Colapietro nella nota indirizzata al Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

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