È possibile che un Paese cambi senza che nessuno abbia formalmente deciso di cambiarlo. L’Italia ne è una prova. Un laboratorio sperimentale in cui è possibile osservare gli effetti della strategia del non avere una vera strategia.
Non esiste un documento programmatico, non viene annunciata alcuna riforma e non si individua un’unica cabina di regia. Eppure, anno dopo anno, decisioni parziali, omissioni, emergenze e politiche inefficaci finiscono per convergere nella stessa direzione. È ciò che potremmo definire, appunto, la strategia della non strategia: un processo in cui la mancanza di una politica coerente produce conseguenze tanto sistematiche da assumere, di fatto, la forma di un progetto.
Il caso più evidente è quello dello spopolamento italiano, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne. Nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini e sono morte 652 mila persone. Il saldo naturale è stato negativo per quasi 300 mila unità e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. La popolazione complessiva è rimasta quasi stabile grazie all’immigrazione, ma il dato nazionale nasconde una crescente divaricazione territoriale: mentre alcune regioni settentrionali continuano ad attrarre residenti, il Mezzogiorno perde popolazione, giovani e capitale umano.
Le previsioni dell’Istat indicano che entro il 2050 il Sud potrebbe perdere 3,4 milioni di abitanti. Nel 2080 la perdita potrebbe raggiungere 7,9 milioni. Non si tratta soltanto di una diminuzione numerica. Esiste, infatti, un importante fenomeno: quello degli expat. A partire sono soprattutto persone giovani, spesso istruite, nelle cui famiglie e istituzioni pubbliche hanno investito per molti anni. Nel 2024, tra gli italiani laureati di età compresa fra 25 e 34 anni, gli espatri hanno superato i rimpatri di quasi 21 mila unità. Il risultato è un trasferimento silenzioso di ricchezza.
L’Italia sostiene i costi dell’istruzione e della formazione; altri territori ricevono lavoratori qualificati nel momento in cui possono generare reddito, innovazione e figli. Le comunità di origine perdono contemporaneamente la capacità produttiva, il gettito fiscale, la domanda interna e la possibilità di ricambio demografico.
Le politiche adottate per contrastare questa tendenza sono state prevalentemente episodiche: bonus per le nascite, agevolazioni fiscali temporanee, incentivi al rientro e contributi per l’acquisto o la ristrutturazione delle abitazioni. Provvedimenti che possono aiutare singole famiglie, ma non modificano le condizioni strutturali in cui maturano le decisioni di partire, di restare o di avere figli. Non si costruisce una famiglia grazie a un trasferimento occasionale se mancano un lavoro stabile, servizi per l’infanzia, abitazioni accessibili e prospettive di crescita. E non si convince un giovane a restare in un’area interna se, per raggiungere un ospedale, un’università o un luogo di lavoro, deve affrontare un sistema di trasporti insufficiente e spesso inefficiente.
Da qui prende avvio un meccanismo di causazione cumulativa. La perdita di popolazione comporta la riduzione dei servizi; la riduzione dei servizi rende il territorio ancora meno attrattivo; la nuova emigrazione riduce ulteriormente la domanda locale e, di conseguenza, anche il valore degli immobili. Scuole, negozi, uffici pubblici e collegamenti vengono soppressi perché il numero di utenti è ritenuto troppo basso. Ma è proprio la loro soppressione a rendere ancora più difficile la permanenza dei residenti. Alla fine del processo rimangono case vuote, edifici pubblici inutilizzati e proprietà frammentate tra eredi lontani e amministrazioni comunali prive delle risorse necessarie alla manutenzione. È a questo punto che lo spopolamento può trasformarsi nella precondizione della finanziarizzazione del territorio.
Non occorre immaginare la vendita formale di un’intera cittadina. Un comune, una comunità montana o un borgo non sono beni trasferibili con un unico contratto. La stessa conseguenza può però essere raggiunta attraverso la concentrazione progressiva delle abitazioni, l’acquisizione degli immobili principali, la concessione pluridecennale degli edifici pubblici e il controllo dell’offerta turistica e commerciale. Il programma dell’Agenzia del Demanio, denominato “Valore Paese Italia”, comprende esplicitamente borghi e aree interne, dimore, fortificazioni, fari, riserve e siti naturali.
Gli immobili possono essere affidati a operatori privati mediante concessioni o locazioni di valorizzazione che possono durare fino a cinquant’anni. Formalmente la proprietà resta pubblica. Sostanzialmente, per la durata di una generazione, la destinazione economica del bene, la produzione della rendita e una parte delle condizioni di accesso vengono trasferite al concessionario. È una privatizzazione dell’uso, più sottile della vendita e, proprio per questo, meno immediatamente percepibile.
Il tema centrale, però, non consiste nel recupero turistico in sé. Il turismo può rappresentare una risorsa fondamentale per le aree interne. Il problema nasce quando la rigenerazione viene realizzata senza una comunità residente dotata di potere economico e decisionale.
In quel caso, il borgo smette di essere un luogo in cui si vive e diventa un prodotto in cui si investe. Le abitazioni si trasformano in strutture ricettive; le botteghe in servizi destinati ai visitatori; gli spazi collettivi in componenti dell’offerta commerciale. Gli abitanti rimasti non partecipano necessariamente alla rendita generata dalla trasformazione. Possono diventare lavoratori stagionali in un territorio che apparteneva alle loro famiglie, mentre le decisioni strategiche vengono prese altrove. Si crea così un’enclave turistico-patrimoniale: restaurata esteticamente, redditizia finanziariamente, ma progressivamente separata dalla vita economica e sociale circostante. Un borgo perfettamente recuperato, ma privo di abitanti, non è una comunità salvata. È una scenografia.
Lo spopolamento, di fatto, è diventato funzionale a un determinato modello economico. Governi diversi, privi di una vera strategia di contrasto a un fenomeno strutturale e complesso come lo spopolamento, hanno creato le premesse affinché gli attori privati reagiscano alle opportunità offerte dalla riduzione dei prezzi, dalla debolezza finanziaria degli enti locali e dalla frammentazione delle proprietà.
La strategia della non strategia è precisamente questa: nessuno deve aver progettato l’intero processo affinché produca vincitori, perdenti e una trasformazione coerente del territorio. La vera alternativa non consiste nel lasciare che gli immobili crollino per preservarne, astrattamente, la proprietà pubblica. Consiste nel vincolare ogni intervento di valorizzazione alla permanenza della comunità: partecipazione dei residenti, quote di proprietà locale, cooperative di comunità, limiti alla concentrazione immobiliare, diritto di prelazione, canoni destinati ai servizi essenziali e obblighi occupazionali non soltanto stagionali. Prima di concedere per decenni un bene pubblico bisognerebbe valutarne l’impatto demografico, sociale e distributivo, non soltanto la sostenibilità finanziaria. La domanda non può essere incentrata esclusivamente su quanto renda un immobile, ma su chi riceva quella rendita e su quale territorio rimanga alla scadenza della concessione.
Il pericolo, altrimenti, non è che l’Italia perda fisicamente i propri borghi. È che continui a possederne le facciate dopo averne perduto la popolazione, la memoria e la capacità di decidere. La domanda decisiva non è dunque chi comprerà l’Italia che si svuota; ma se, quando gli investitori arriveranno, troveranno ancora delle comunità oppure soltanto degli asset su cui speculare.
Guido Tortorella Esposito
Unisannio (DEMM)
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