«Scrivo qui perché ho bisogno di un confronto, ho 26 anni e non ho più motivazione»; «ho lasciato infermieristica perché non riuscivo a mantenermi»; «non arrivo a fine mese»; «ho sbagliato percorso»; «mi sento vecchia». Sono alcuni dei commenti anonimi del gruppo Facebook la studentessa sotto esame, una community al femminile nella quale utenti da tutta Italia si scambiano consigli sul mondo dell’Università, segnalando le difficoltà legate a trovare lavoro dopo la laurea. Ma anche su come sopravvivere tra stipendi troppo bassi, contratti precari e affitti sproporzionati.
Uno dei temi centrali è come far coincidere il desiderio di realizzare i propri obiettivi professionali con le reali possibilità economiche del mercato. Si tratta, principalmente, della generazione dei cosiddetti millennials: la classe d’età più istruita della storia, ma anche la più precaria, cresciuta con grandi promesse, ma costretta a ribilanciare continuamente il proprio futuro. Troppo colta per accettare qualsiasi lavoro, troppo fragile per costruire stabilità.
Sono giovani che oggi hanno, orientativamente, tra i 30 e i 45 anni, entrati nel mercato del lavoro a ridosso della crisi del 2008 e cresciuti con la ricchezza economica e industriale del boom del dopoguerra. «La metà dei miei pazienti porta in terapia un forte senso di delusione rispetto a come immaginava la propria vita a trent’anni. La strada è stata più ardua di quanto si aspettassero, l’obiettivo è stato più difficile da raggiungere e i tempi sono stati più lunghi. I loro genitori gli hanno dato degli strumenti che ai loro tempi erano giusti ma completamente diversi dal mondo di oggi», spiega Cecilia Caravaggi, psicoterapeuta specializzata in Psicologia Sistemico Relazionale.
In Italia solo il 67,5% dei giovani tra i 20 e i 34 anni riesce a trovare un lavoro entro tre anni dalla laurea, collocando il Paese in fondo alla classifica Ue. Il tasso di occupazione medio giovanile in Europa si attesta all’83,5 per cento con in testa alla lista: Malta (95,8%), Paesi Bassi (93,2%), Germania (91,5%) e Austria (89%). Inoltre, solo l’1 per cento dei giovani italiani sceglie gli Istituti tecnologici superiori rispetto alla formazione accademica, spesso fortemente orientata sullo studio teorico e non al passo con le offerte del mercato. Una netta differenza rispetto al 30 per cento dei coetanei francesi o spagnoli che optano per percorsi brevi, più pratici e con sbocchi diretti nel mondo del lavoro.
«Dopo il liceo, l’università era l’unica scelta possibile, ho pensato che mi avrebbe aperto la strada per fare quello che desideravo, ma nonostante la mia formazione vivo in un appartamento condiviso con due coinquiline». Chiara ha 33 anni è una cooperante, abita a Roma e per arrotondare fa ripetizioni di inglese.
L’Italia continua a non essere un paese per giovani nemmeno per gli occupati. Secondo Eurostat, gli stipendi italiani sono marcatamente inferiori rispetto alla media europea. Un dipendente dell’Ue guadagna in media 39.800 euro lordi l’anno, un italiano circa 33.500 (dati 2024). Per quanto riguarda lo stipendio mensile, secondo i dati AlmaLaurea, un italiano laureato di secondo livello percepisce attorno ai 1.500 euro a un anno dalla laurea, e quasi 1.850 euro a cinque anni. Stipendi che non permettono di raggiungere la piena autonomia abitativa, giacché un italiano su tre non può permettersi di affittare un intero appartamento o di accendere un mutuo in città come Roma, Milano e Torino, a cui dovrebbe destinare almeno il 70 per cento del proprio stipendio.
«Ho fatto la triennale e la magistrale, ho lavorato durante tutto il percorso accademico, questo mi ha rallentato. Ho 29 anni e un contratto a prestazione, non arrivo a fine mese. Abito a casa dei miei genitori. Penso spesso di lasciare l’Italia, anzi ci spero», racconta Matteo, giornalista laureato in relazioni internazionali.
L’incertezza economica, la scelta di percorsi formativi più lunghi e un ingresso tardivo nel mondo del lavoro posticipano, anche, la scelta di fare un figlio. Solo il 21,2% delle persone tra 18 e 49 anni intende avere un figlio nei successivi tre anni, un terzo a causa di motivi economici. In Italia l’età media alla nascita del primo figlio è attorno ai 32 anni, due anni dopo la media dell’Unione europea (29,8 anni). «La maggior parte dei giovani che seguo manifesta sintomi di ansia. Molti esprimono un senso di inadeguatezza, o la sindrome dell’impostore. Pensando di non fare abbastanza. Si sentono in colpa rispetto alle aspettative genitoriali: in colpa di dover chiedere aiuto economico, in colpa di non avergli ancora dato un nipote, in colpa di non aver concluso un percorso», spiega Caravaggi.
In risposta al grande bisogno di stabilità, però, almeno il 76 per cento dei laureati si è detto disposto ad accettare un lavoro non coerente con il proprio percorso di studi. Questo alimenta il fenomeno del mismatch verticale tra istruzione e mercato, ovvero quando si ha un titolo di studio troppo alto rispetto al lavoro svolto. «Sono laureata in Sociologia e faccio la commessa», «sono laureata in Lingue e faccio la receptionist», «sono laureata in Scienze e lavoro in banca», raccontano gli utenti de la studentessa sotto esame.
Negli ultimi 50 anni il numero di laureati in Italia è aumentato in modo esponenziale, passando da appena il 2,3 per cento della popolazione negli anni ’70, al 32 per cento per i giovani adulti nel 2023. Oggi si studia di più, ma non sempre questo investimento garantisce un ritorno adeguato. Nel 2025 l’Italia ha, sì, registrato il record di occupazione, ma non per la fascia 25-34 anni, l’unica in calo rispetto agli anni precedenti. Non sorprende, dunque, il progressivo aumento dell’emigrazione giovanile qualificata. Negli ultimi dieci anni, l’Italia ha perso circa 97 mila laureati di età compresa tra 25 e 34 anni, tra questi, quasi 146mila (39,7 per cento) avevano un titolo universitario. Solo nel 2023 si è raggiunta la cifra record di 21 mila partenze, più del 20 per cento rispetto al 2022. Di questi cervelli in fuga la maggior parte sceglie la Germania e il Regno Unito, seguite da Svizzera, Francia e Spagna.
«Ho studiato Lettere Classiche a Milano, per fortuna ho una famiglia alle spalle che mi ha aiutato, da poco ho finito un dottorato in Greco antico. Sto pensando di andare all’estero per fare un post dottorato perché in Italia non ci sono possibilità lavorative per me», racconta Maria, studentessa di Urbino. «Io sto facendo un post-dottorato a Liverpool. Vorrei tornare in Italia perché mi mancano i miei affetti. Ho una relazione da otto anni e vogliamo costruire qualcosa insieme. Ho mandato decine di curriculum per posti da ricercatrice, non mi hanno mai risposto. Recentemente un laboratorio in Svizzera mi ha offerto un contratto molto vantaggioso. A volte penso di mettere da parte il mio lavoro per coltivare la mia relazione, ma poi mi domando: cos’altro potrei fare?». «Io amo la ricerca scientifica, ho dedicato 10 anni della mia vita a questo”, racconta Giulia, biologa marina, classe ‘93. Romana, da tre anni risiede però in Inghilterra.
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