Epr acque reflue, la Corte di giustizia Ue dà ragione alla Polonia (e all’industria di farmaci e cosmetici)


L’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Ue Juliane Kokott si è espressa il 3 settembre sulla causa C-193/25 avviata dalla Polonia contro Parlamento e Consiglio Ue in merito all’introduzione dell’Epr nella direttiva Acque reflue, dando completa ragione al ricorrente.

La Polonia è stata l’unico Stato membro a ricorrere contro questa parte della Direttiva, facendosi portavoce autorevole delle posizioni contrarie delle industrie all’attuale meccanismo di copertura dei costi dei trattamenti quaternari nella depurazione di acque reflue urbani, poste a carico di industria farmaceutica e cosmetica. Altri ricorsi pendono proprio presentati dalle associazioni delle imprese.

Argomento complesso quindi breve riepilogo. La Direttiva Europea sulle acque reflue 2024/3019 prevede all’articolo nove l’introduzione nel servizio idrico del principio di responsabilità estesa del produttore (EPR) a carico dell’industria farmaceutica e cosmetica chiamata dalla direttiva espressamente a coprire almeno l’80% dei costi attuali e futuri dei trattamenti quaternari delle acque reflue per la rimozione dei micorinquinanti. La decisione di attribuire a queste due sole filiere industriali la copertura dei costi derivava da una attività preliminare di assesment che le individuava come responsabili delle molecole da rimuovere.

Un aggiornamento del Joint Research Centre ha valutato il costo europeo del trattamento quaternario fra 1,48 e 1,8 miliardi di euro l’anno, a prezzi correnti, quando il sistema sarà pienamente operativo.

Le associazioni degli industriali si erano da sempre opposte a questa norma, sostenendo la “non proporzionalità” della misura: “non siamo i soli a produrre mircoinquinanti, perché colpire solo noi?” Posizione raccolta dallo Stato Polacco, preoccupato dell’impatto futuro di questo nuovo strumento economico sul prezzo dei farmaci e l’accessibilità per i cittadini. La Polonia pertanto ha fatto ricorso nel marzo 2025 e ha chiesto l’annullamento delle disposizioni che concentrano sui produttori di farmaci e cosmetici gran parte dell’onere economico.

L’avvocato generale della Corte del Lussemburgo ha dato piena ragione a questa contestazione, proponendo alla Corte di annullare l’articolo 9, paragrafo 1, lettera a), insieme all’allegato III e mettendo così seriamente a rischio l’entrata in vigore di questa norma nei diversi Stati prevista per il luglio 2027.

Secondo l’Avvocato generale, le istituzioni europee non avrebbero dimostrato in maniera sufficientemente chiara di aver valutato correttamente le evidenze scientifiche utilizzate per scegliere proprio questi due settori. Nel mirino finiscono la metodologia impiegata per calcolare il “carico tossico”, i dati relativi ad alcune sostanze farmaceutiche e l’insufficiente confronto con altre possibili fonti di microinquinanti.

La conclusione dell’Avvocato generale è dunque severa: la scelta di addossare almeno l’80% dei costi a farmaceutica e cosmetica sarebbe stata condizionata da errori manifesti nella valutazione dei dati disponibili.

Ma è solo il primo round del match presso la Corte. Le conclusioni dell’Avvocato Generale non sono una sentenza e non sospendono automaticamente la direttiva. La decisione vincolante dovrà essere pronunciata dalla Corte di giustizia, che può seguire o discostarsi dal parere. Quindi occorre ancora attendere.

Il parere di Kokott arriva dopo un segnale politico significativo. Il 18 giugno 2026 il Parlamento europeo ha approvato, con 294 voti favorevoli, 245 contrari e 28 astensioni, una risoluzione che chiede una nuova valutazione indipendente dei costi e degli effetti della direttiva, con particolare attenzione a generici e medicinali critici. La risoluzione sollecita anche una sospensione temporanea delle disposizioni EPR, degli obblighi finanziari e del trattamento quaternario fino al completamento dello studio. Il testo non modifica però la legge e non produce da solo effetti vincolanti: Commissione, Consiglio e Stati membri devono decidere quale seguito dargli.

Anche 17 Paesi dell’Unione hanno chiesto ulteriori verifiche sull’impatto che il sistema potrebbe avere sulla disponibilità dei medicinali. Si è così formato un fronte trasversale che non contesta la necessità di ripulire le acque, ma domanda una diversa distribuzione dei costi.

La notizia del parere dell’Avvocato generale è piombata nel bel mezzo della discussione presso il Ministero dell’Ambiente impegnato nel percorso di recepimento della Direttiva entro luglio 2027. Proprio in questi giorni si stava discutendo dello schema di EPR da adottare, se un singolo consorzio “monopolista” oppure consorzi diversi in concorrenza fra loro. Egualia, l’associazione delle industrie dei farmaci equivalenti, biosimilari e a valore aggiunto, chiede al Governo di sospendere il percorso avviato dal Ministero dell’Ambiente per recepire la direttiva in Italia, almeno fino alla pronuncia definitiva dei giudici europei.

Sul fronte opposto si collocano i gestori europei dei servizi idrici, gli enti locali e numerose organizzazioni ambientaliste. La loro tesi è che sospendere l’EPR non cancellerebbe la necessità di costruire e far funzionare gli impianti avanzati: cambierebbe soltanto il soggetto chiamato a pagare. Senza il contributo dei produttori, gli investimenti potrebbero gravare sulle bollette dell’acqua, sui bilanci pubblici o sugli enti locali. EurEau, la federazione europea dei gestori idrici, considera quindi l’EPR uno strumento necessario per dare stabilità finanziaria agli interventi e sostiene che eventuali correzioni metodologiche possano essere introdotte senza fermare l’intera direttiva.

Situazione complicata quindi a 10 mesi dalla scadenza del recepimento. Anche se non è contestata l’applicazione del principio “chi inquina paga”, ma solo aver limitato il pagamento a due soli gruppi di industrie, l’effetto sulla implementazione della norma potrebbe essere serio.




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