a che punto è la revisione del Ppr


Da un lato i troppi vincoli che, secondo molti amministratori, hanno finito per ingessare lo sviluppo dei territori, dall’altro la necessità di uno strumento forte che metta un argine all’assalto delle multinazionali delle energie rinnovabili, e in particolare alla proliferazione degli impianti eolici. Sono le due facce della medaglia del percorso di revisione del Piano paesaggistico regionale e, soprattutto, delle aspettative dei sindaci sardi, riuniti questa mattina alla Fiera di Cagliari per fare il punto sul nuovo Ppr che nelle intenzioni della giunta regionale potrebbe essere pronto nel 2028.

La conferenza “I Paesaggi delle Comunità” ha chiuso la prima fase del percorso partecipativo avviato dalla Regione nei territori e aperto quella successiva, che dovrà trasformare le istanze raccolte in indirizzi per il nuovo Piano. La prima fase, partita il 12 giugno e conclusa il primo luglio, ha coinvolto oltre 500 partecipanti e prodotto 120 contributi, tra interventi e osservazioni scritte. Ora si passa ai laboratori territoriali, dove i temi emersi saranno approfonditi per arrivare a indirizzi e possibili soluzioni. È qui che il confronto dovrà entrare nel vivo: perché il nuovo Ppr non dovrà soltanto aggiornare uno strumento vecchio di vent’anni, ma stabilire come governare le trasformazioni della Sardegna dei prossimi decenni.

Vent’anni dopo, il Ppr cambia pelle

Il Piano paesaggistico regionale vigente è entrato in vigore nel 2006. È nato come primo stralcio relativo all’ambito costiero e da allora è diventato il principale riferimento per la tutela paesaggistica e per la pianificazione del territorio. In questi vent’anni, però, la Sardegna è cambiata profondamente. Sono cambiate le dinamiche demografiche, le esigenze dei Comuni, il sistema economico, le infrastrutture e soprattutto sono emerse nuove pressioni sul territorio.

La Regione ha quindi avviato formalmente nell’aprile scorso il procedimento di aggiornamento, verifica e adeguamento del Ppr, con l’obiettivo di arrivare a un quadro di riferimento omogeneo per lo sviluppo sostenibile dell’intera Isola. Il percorso dovrà procedere per fasi, dalla fascia costiera alle aree interne, attraverso una co-pianificazione costante con il ministero della Cultura. È uno dei passaggi decisivi: il nuovo Piano dovrà guardare all’intera Sardegna, non soltanto alla fascia costiera interessata dal Ppr del 2006.

Il nodo dei vincoli

È proprio qui che si concentra una delle richieste più forti dei territori: avere regole più chiare e soprattutto compatibili con le esigenze di chi deve amministrare i Comuni. Il Ppr è infatti uno strumento di tutela, ma incide direttamente sulle possibilità di trasformazione del territorio. Per gli amministratori il problema, negli anni, è stato anche quello di tradurre le sue prescrizioni nei Piani urbanistici comunali, con procedure spesso lunghe e complesse.

E i numeri raccontano una delle principali criticità dell’attuazione del Piano: secondo una ricostruzione pubblicata nel luglio scorso, a vent’anni dalla sua entrata in vigore soltanto 27 Comuni su 110, pari al 24,5%, nell’area di vigenza del Ppr avrebbero adeguato il proprio strumento urbanistico al Piano. Per la Regione la revisione deve quindi servire anche a dare ai Comuni un quadro normativo più coerente e strumenti più efficaci.

“Governare i cambiamenti senza arretrare sulla tutela del paesaggio” è la linea indicata dall’assessore Francesco Spanedda. La sfida, secondo l’assessorato, è evitare che la tutela trasformi i territori in realtà immobili, ma anche impedire che le trasformazioni vengano semplicemente imposte dall’esterno.

L’altra partita: eolico e rinnovabili

Ed è qui che il Ppr si intreccia con uno dei temi più esplosivi della politica regionale: la corsa agli impianti da energia rinnovabile. La Sardegna è infatti chiamata a conciliare gli obiettivi della transizione energetica con la tutela del paesaggio. E il nuovo Piano potrebbe diventare uno degli strumenti attraverso cui stabilire dove le trasformazioni possono essere compatibili con il territorio e dove invece devono essere escluse.

Il Ppr vigente già prevede, negli ambiti di paesaggio costieri, il divieto di realizzazione di centrali eoliche e di trasporto di energia di superficie. Il problema oggi si pone soprattutto rispetto alle aree interne, che nel 2006 non erano comprese nella pianificazione paesaggistica regionale con lo stesso livello di dettaglio. La revisione arriva dunque nel momento in cui la pressione dei progetti energetici rende ancora più evidente la necessità di una pianificazione complessiva: non soltanto autorizzare o bloccare singoli impianti, ma decidere prima quali sono i paesaggi compatibili con determinate trasformazioni. È uno dei motivi per cui il nuovo Ppr viene guardato con attenzione tanto dagli amministratori quanto dagli ambientalisti e dagli operatori economici.

Non solo eolico: clima, spopolamento e centri storici

La revisione dovrà affrontare però un elenco di questioni molto più ampio. La Regione ha indicato tra i temi centrali cambiamenti climatici, transizione energetica, spopolamento, rigenerazione dei centri storici e governo del territorio.

Il problema delle aree interne è particolarmente delicato. Proteggere il paesaggio significa anche fare i conti con territori che perdono abitanti, servizi e attività economiche. Un paese che si spopola non ha le stesse esigenze di un’area costiera sottoposta alla pressione turistica e immobiliare. Per questo la Regione insiste sul superamento della contrapposizione tra tutela e sviluppo: il nuovo Ppr, nelle intenzioni dell’assessorato, dovrebbe consentire ai territori di trasformarsi senza perdere la propria identità. Anche i centri storici entrano nella partita. L’obiettivo dichiarato è evitare che la tutela si traduca in una sorta di cristallizzazione degli abitati, impedendo interventi capaci di riportare residenti, attività economiche e servizi nei piccoli centri.

Dai 500 partecipanti ai laboratori

La fase di ascolto si è dunque conclusa, ma il percorso è appena iniziato. Nove incontri territoriali, oltre 500 partecipanti, 120 contributi: è questa la prima fotografia della partecipazione raccolta dalla Regione. Ora quei contributi dovranno essere trasformati in indicazioni utili alla pianificazione. “Mettere a sistema” le conoscenze dei territori è l’espressione utilizzata da Spanedda. Il passaggio successivo sarà quello dei laboratori, quindi il confronto tecnico e la co-pianificazione con il ministero della Cultura.

E c’è un altro numero che rende evidente la complessità del lavoro: sono 170 i provvedimenti ministeriali di vincolo paesaggistico diretto che dovranno essere oggetto di revisione, secondo la ricostruzione del percorso regionale. Una parte del lavoro è già stata completata, ma la ricognizione dovrà proseguire insieme alla costruzione del nuovo quadro paesaggistico.

Cisl: “Tutela e sviluppo non possono essere messi uno contro l’altro”

Tra le voci del confronto anche quella della Cisl Sardegna, che chiede un PPR capace di tenere insieme tutela e sviluppo, senza trasformare la protezione del paesaggio in immobilità. “I territori hanno problemi e potenzialità differenti”, sottolinea il segretario generale Pier Luigi Ledda, evidenziando la necessità di prestare particolare attenzione alle aree interne e allo spopolamento. Per il sindacato non basta aggiornare norme e vincoli: servono “regole chiare”, supporto tecnico e tempi certi per i Comuni, soprattutto quelli più piccoli, e un maggiore raccordo tra il Piano e le politiche regionali su trasporti, energia, industria, infrastrutture e lavoro. Sul fronte delle rinnovabili, la richiesta è che la transizione produca ricadute concrete sull’Isola: “Gli investimenti devono lasciare valore in Sardegna”, con occupazione qualificata, formazione e crescita delle imprese locali.

Il vero banco di prova

Il nuovo Ppr dovrà quindi rispondere a una domanda tutt’altro che semplice: come si protegge il paesaggio senza impedire ai territori di vivere, trasformarsi e produrre sviluppo? La risposta passerà dalle nuove regole, dalle cartografie e dalla classificazione dei paesaggi, ma anche dalla capacità di rendere il Piano concretamente applicabile. Perché la storia del Ppr del 2006 non è soltanto quella dei vincoli. È anche quella di un Piano che, dopo due decenni, non è stato completamente recepito dalla pianificazione comunale e che ha prodotto un lungo confronto politico e amministrativo sulla sua applicazione.

Ora la Regione prova a ripartire dall’ascolto. Ma la parte più difficile arriva adesso: trasformare 120 contributi e le richieste dei territori in un Piano che riesca contemporaneamente a dare più certezze ai Comuni, proteggere il paesaggio e governare le nuove pressioni, a partire da quella energetica. La posta in gioco è alta. Il Ppr non decide soltanto dove si può costruire. Decide, in larga parte, che tipo di Sardegna sarà possibile costruire nei prossimi decenni.


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