Acque reflue, la partita dei costi arriva alla Corte Ue: Egualia chiede all’Italia di fermare il sistema EPR


I produttori di farmaci e cosmetici dovrebbero finanziare almeno il 80% dei nuovi trattamenti contro i microinquinanti. L’Avvocato generale della Corte di giustizia contesta però le basi scientifiche utilizzate per attribuire quasi tutto l’onere ai due comparti. Industria e Parlamento europeo chiedono una pausa, mentre gestori idrici e associazioni ambientaliste temono che il conto finisca sulle bollette. La decisione definitiva spetta ora ai giudici europei.

Non si discute se depurare meglio le acque, obiettivo sul quale le parti sostanzialmente concordano. Il vero scontro riguarda chi debba pagare, e in quale proporzione, per eliminare residui di medicinali, sostanze cosmetiche e altri microinquinanti che i normali depuratori non riescono a trattenere completamente.

È questo il nodo della nuova direttiva europea sulle acque reflue urbane, la UWWTD, entrata in vigore il 1° gennaio 2025. La normativa prevede l’introduzione progressiva del cosiddetto trattamento quaternario, un livello di depurazione più avanzato rispetto a quelli già utilizzati, capace di rimuovere molte molecole presenti in concentrazioni minime ma potenzialmente rilevanti per gli ecosistemi e la salute pubblica.

Per finanziare questi interventi Bruxelles ha applicato il principio “chi inquina paga”, introducendo un sistema di Responsabilità estesa del produttore, indicato con la sigla EPR. In base all’articolo 9 e all’allegato III della direttiva, le imprese farmaceutiche e cosmetiche dovrebbero sostenere almeno l’80% dei costi di investimento e gestione del trattamento quaternario, oltre agli oneri per la raccolta e la verifica dei dati.

Il parere che riapre la partita

A mettere in discussione questa impostazione sono ora le conclusioni presentate il 3 settembre dall’Avvocato generale della Corte di giustizia europea, Juliane Kokott, nella causa C-193/25, Polonia contro Parlamento europeo e Consiglio.

La Polonia ha chiesto l’annullamento delle disposizioni che concentrano sui produttori di farmaci e cosmetici gran parte dell’onere economico. Kokott ha proposto alla Corte di accogliere questa parte del ricorso e di annullare l’articolo 9, paragrafo 1, lettera a), insieme all’allegato III.

Secondo l’Avvocato generale, le istituzioni europee non avrebbero dimostrato in maniera sufficientemente chiara di aver valutato correttamente le evidenze scientifiche utilizzate per scegliere proprio questi due settori. Nel mirino finiscono la metodologia impiegata per calcolare il “carico tossico”, i dati relativi ad alcune sostanze farmaceutiche e l’insufficiente confronto con altre possibili fonti di microinquinanti.

Un passaggio particolarmente delicato riguarda quattro medicinali ai quali sarebbe stato attribuito il 58% del carico inquinante complessivamente calcolato, sebbene – rileva Kokott – non risultassero indicati tra le sostanze più problematiche nello studio di fattibilità utilizzato a monte della direttiva.

La conclusione dell’Avvocato generale è dunque severa: la scelta di addossare almeno l’80% dei costi a farmaceutica e cosmetica sarebbe stata condizionata da errori manifesti nella valutazione dei dati disponibili. Le sue conclusioni, però, non sono una sentenza e non sospendono automaticamente la direttiva. La decisione vincolante dovrà essere pronunciata dalla Corte di giustizia, che può seguire o discostarsi dal parere.

L’appello di Egualia al Governo

Su queste basi Egualia, l’associazione delle industrie dei farmaci equivalenti, biosimilari e a valore aggiunto, chiede al Governo di sospendere il percorso avviato dal Ministero dell’Ambiente per recepire la direttiva in Italia, almeno fino alla pronuncia definitiva dei giudici europei.

La preoccupazione riguarda soprattutto i farmaci generici e quelli considerati critici. Molti di questi medicinali sono venduti a prezzi amministrati o comunque poco flessibili, mentre le aziende lavorano con grandi volumi e margini ridotti. Secondo l’associazione, nuovi costi non assorbibili potrebbero rendere alcune produzioni economicamente non sostenibili.

Le conseguenze prospettate sono la rinuncia alla commercializzazione dei prodotti meno remunerativi, il trasferimento della produzione fuori dall’Europa e un possibile aumento delle carenze. Egualia non contesta l’obiettivo di depurare le acque, ma sostiene che il conto debba essere distribuito sulla base di dati aggiornati, considerando tutte le fonti di microinquinamento e l’effettivo impatto delle singole sostanze.

Per i medicinali esiste inoltre una difficoltà specifica. Un cosmetico può essere in alcuni casi riformulato per ridurre l’impiego di un ingrediente problematico; modificare un farmaco è molto più complesso, perché il principio attivo risponde a una necessità terapeutica e ogni cambiamento può richiedere nuovi studi e autorizzazioni. Il margine per utilizzare l’EPR come incentivo alla progettazione di prodotti più biodegradabili risulta quindi più ristretto.

La stessa posizione è espressa da EFPIA, la federazione europea dell’industria farmaceutica innovativa, secondo la quale tutti i settori che contribuiscono alla contaminazione dovrebbero concorrere in maniera proporzionata. La federazione chiede alla Commissione europea di sospendere l’attuazione e svolgere una nuova valutazione completa, trasparente e indipendente.

La posizione della Commissione europea

La Commissione parte da una valutazione diversa. Farmaci e cosmetici sono stati individuati come le principali fonti dei microinquinanti che rendono necessario il trattamento quaternario. Far contribuire i produttori consentirebbe quindi di applicare il principio “chi inquina paga”, evitando che l’intero costo ricada sui contribuenti, sui Comuni o sulle tariffe del servizio idrico.

La direttiva non riguarda soltanto i residui farmaceutici. Introduce requisiti più severi per azoto e fosforo, prevede il monitoraggio di microplastiche, sostanze persistenti e resistenza antimicrobica e punta a rendere gli impianti energeticamente più efficienti. La Commissione stima benefici economici complessivi per circa 6,6 miliardi di euro l’anno entro il 2045.

Un aggiornamento del Joint Research Centre ha valutato il costo europeo del trattamento quaternario fra 1,48 e 1,8 miliardi di euro l’anno, a prezzi correnti, quando il sistema sarà pienamente operativo. Secondo il JRC, questa forchetta resta entro i margini di incertezza della valutazione originaria e, considerata nel suo insieme, non ne ribalterebbe le conclusioni economiche.

La Commissione ha finora continuato a preparare gli atti applicativi e le linee guida, comprese le regole per le esenzioni. La direttiva permette infatti di escludere determinati produttori qualora dimostrino che le sostanze contenute nei loro prodotti sono rapidamente biodegradabili o non generano microinquinanti al termine del loro utilizzo.

Gestori idrici e ambientalisti: senza EPR pagheranno i cittadini

Sul fronte opposto si collocano i gestori europei dei servizi idrici, gli enti locali e numerose organizzazioni ambientaliste. La loro tesi è che sospendere l’EPR non cancellerebbe la necessità di costruire e far funzionare gli impianti avanzati: cambierebbe soltanto il soggetto chiamato a pagare.

Senza il contributo dei produttori, gli investimenti potrebbero gravare sulle bollette dell’acqua, sui bilanci pubblici o sugli enti locali. EurEau, la federazione europea dei gestori idrici, considera quindi l’EPR uno strumento necessario per dare stabilità finanziaria agli interventi e sostiene che eventuali correzioni metodologiche possano essere introdotte senza fermare l’intera direttiva.

Anche le associazioni ambientaliste difendono l’obiettivo di intervenire su contaminanti che, pur presenti in quantità molto basse, vengono scaricati continuamente e possono accumularsi negli ecosistemi, interferire con gli organismi acquatici e contribuire, nel caso degli antibiotici, alla selezione di microrganismi resistenti.

Secondo una coalizione guidata dallo European Environmental Bureau, farmaci e cosmetici sarebbero responsabili di una quota molto elevata dei microinquinanti considerati dalla valutazione europea. Per queste organizzazioni, indebolire l’EPR significherebbe trasferire i costi dai produttori alle famiglie e rallentare gli investimenti già programmati.

Il Parlamento europeo ha già chiesto una pausa.

Il parere di Kokott arriva dopo un segnale politico significativo. Il 18 giugno 2026 il Parlamento europeo ha approvato, con 294 voti favorevoli, 245 contrari e 28 astensioni, una risoluzione che chiede una nuova valutazione indipendente dei costi e degli effetti della direttiva, con particolare attenzione a generici e medicinali critici.

La risoluzione sollecita anche una sospensione temporanea delle disposizioni EPR, degli obblighi finanziari e del trattamento quaternario fino al completamento dello studio. Il testo non modifica però la legge e non produce da solo effetti vincolanti: Commissione, Consiglio e Stati membri devono decidere quale seguito dargli.

Anche 17 Paesi dell’Unione hanno chiesto ulteriori verifiche sull’impatto che il sistema potrebbe avere sulla disponibilità dei medicinali. Si è così formato un fronte trasversale che non contesta la necessità di ripulire le acque, ma domanda una diversa distribuzione dei costi.

Che cosa deve fare ora l’Italia

Gli Stati membri devono recepire la direttiva nei propri ordinamenti entro il 31 luglio 2027, mentre gli obblighi EPR dovranno essere applicati entro la fine del 2028. Il trattamento quaternario entrerà poi gradualmente a regime, con scadenze differenziate fino al 2045.

Il Governo italiano si trova dunque davanti a una scelta politica e tecnica. Può proseguire il recepimento, prevedendo eventualmente clausole di salvaguardia e sistemi di monitoraggio per i medicinali essenziali, oppure rallentare la parte relativa all’EPR in attesa della sentenza europea e della nuova valutazione d’impatto.

Una sospensione nazionale non potrebbe tuttavia trasformarsi in un rinvio indefinito dell’adeguamento dei depuratori. L’Italia deve ancora colmare ritardi strutturali nella raccolta e nel trattamento delle acque reflue e resta vincolata agli obiettivi ambientali europei. Il problema è quindi costruire un sistema che tenga insieme tre esigenze: acqua più pulita, costi distribuiti in modo scientificamente giustificato e continuità nella disponibilità dei farmaci.

La pronuncia della Corte sarà decisiva. Se i giudici seguiranno Kokott, l’architettura finanziaria della direttiva dovrà essere rivista. Se invece respingeranno il ricorso polacco, l’EPR resterà in vigore e gli Stati dovranno accelerarne l’applicazione. Nel frattempo sarebbe improprio parlare di direttiva già bocciata: è stata messa seriamente in discussione, ma la sentenza definitiva non è ancora arrivata.


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