«Quello che è importante è che lascio un vero ospedale. Era quello che volevo, che ho sempre voluto e se lo è diventato un po’ è anche a merito mio».
Antonio Carbone è andato in pensione. E il senso del suo saluto al San Paolo di Civitavecchia è racchiuso proprio in quelle parole. Perché dentro c’è la lettura che lui stesso dà alla lunga stagione trascorsa alla direzione sanitaria dell’ospedale: aver accompagnato, insieme a tante altre persone, una struttura che aveva ancora molto da costruire lungo un percorso di trasformazione.
Quando arrivò a Civitavecchia, il primo obiettivo era estremamente concreto. Il mandato ricevuto dall’allora direttore generale Marco Biagini, racconta Carbone, era riuscire ad aprire le nuove sale operatorie: quelle vecchie erano ormai obsolete, mentre le nuove, per diverse ragioni, non riuscivano ancora a entrare pienamente in funzione.
L’obiettivo fu raggiunto e, nella memoria di Carbone, è proprio da quel passaggio che comincia una nuova fase per il San Paolo.
Da allora l’ospedale ha progressivamente cambiato volto. Reparti rinnovati, nuovi spazi e servizi, cantieri che si sono succeduti nel tempo, fino agli interventi più recenti sul Pronto soccorso. Una trasformazione passata attraverso Medicina, Cardiologia, il blocco parto, il servizio trasfusionale, l’Osservazione breve intensiva, Ginecologia, l’area nefrologica e altri tasselli che hanno modificato struttura e organizzazione del presidio.

Carbone, però, evita di trasformare tutto questo in una rivendicazione personale. Il punto sul quale torna continuamente è il lavoro di squadra.
«Io ringrazio tutti, sia i direttori generali, i medici, tutti i miei collaboratori, perché senza di loro non avrei fatto niente».
«Il contenitore, ma soprattutto il contenuto»
Per spiegare ciò che ritiene sia diventato oggi il San Paolo, Carbone utilizza una distinzione semplice: quella tra contenitore e contenuto.
Il contenitore è l’ospedale fisico, progressivamente riqualificato, con reparti, stanze e percorsi profondamente diversi rispetto a quelli che trovò al suo arrivo.

Ma è sul contenuto che insiste maggiormente.
«Abbiamo creato un contenitore importante. E la cosa importante è che oltre il contenitore c’è anche il contenuto».
Quel contenuto, per l’ex direttore sanitario, ha i volti di primari, medici, infermieri, tecnici, psicologi e di tutti i professionisti che ogni giorno tengono in piedi l’ospedale.
«Tutti sono all’altezza del loro compito e non solo, hanno una marcia in più, un’umanità importante».

Non significa che il percorso sia concluso. Nel bilancio di ciò che lascia, Carbone indica anche ciò che ancora manca. In particolare cita Oculistica e Oncologia, sulle quali, spiega, esistono già progetti. L’immagine che restituisce non è quindi quella di un ospedale “finito”, ma di una struttura che continua a trasformarsi e sulla quale resta ancora lavoro da fare.
Il Covid e la forza della squadra
Se c’è però un capitolo che emerge sopra tutti gli altri è quello della pandemia.
Il Covid rappresenta il ricordo più duro e, allo stesso tempo, quello nel quale Carbone vede forse la dimostrazione più netta della capacità di medici, infermieri, tecnici e personale di lavorare come un’unica squadra davanti a una situazione che aveva sconvolto ogni certezza.

«Se non fosse stato un momento così drammatico, lo ricorderei sicuramente come uno dei più partecipati, perché tutti capimmo che non ce l’avremmo fatta se non avessimo fatto squadra e lavorato uniti».
In quei mesi l’ospedale dovette cambiare rapidamente organizzazione, percorsi e modalità di lavoro. Una fase che Carbone ricorda soprattutto attraverso le persone e la consapevolezza condivisa che nessuno sarebbe riuscito ad affrontarla da solo.
Poi c’è una scena rimasta impressa nella memoria: l’arrivo dei vaccini a Civitavecchia.

Carbone era personalmente sul mezzo che li portò in città e, ricordando quell’episodio, torna per qualche istante il sorriso.
«Aspettavano con l’ambulanza, invece arrivammo con la BMW scappottabile scortati dalla polizia. Fu un giorno importante».

Una scena che, guardata oggi, sembra appartenere a un’altra epoca, ma che in quel momento rappresentava qualcosa di molto diverso: dopo mesi di emergenza, paura e ospedali sotto pressione, quei vaccini erano il primo segnale concreto di una possibile via d’uscita.
«Lascio una parte di cuore»
È quando il racconto smette di parlare soltanto dell’ospedale e arriva al momento del distacco che la voce cambia.
La commozione di Carbone diventa evidente. Per qualche istante anche le parole sembrano pesare di più.
«Lascio una parte di cuore».

Il San Paolo non è stato soltanto il luogo nel quale ha ricoperto un incarico. È diventato una parte importante della sua vita professionale e personale, con ricordi belli e momenti molto più difficili.
E nel bilancio non nasconde neppure qualche amarezza.

«Lascio un pezzo di vita e lo lascio, devo dire, con qualche rammarico, con qualche sassolino ancora che mi porto dietro. Ma come diceva Franco Califano, tutto il resto è noia».
Non entra nei dettagli. Preferisce che il momento del saluto resti soprattutto quello dei ringraziamenti.
Ai direttori generali che si sono succeduti, ai professionisti con cui ha lavorato, ai collaboratori, alle autorità civili e militari. Ma soprattutto alla città che, con il passare degli anni, ha smesso di essere soltanto il luogo del suo lavoro.
«Ringrazio soprattutto tutti i civitavecchiesi che mi hanno fatto sentire parte di Civitavecchia».
Il camice non va ancora al chiodo
La pensione, però, non sembra coincidere con l’idea di fermarsi.
Carbone parla della necessità di adattarsi a una nuova quotidianità, ma basta poco perché torni fuori la voglia di confrontarsi con qualcosa di nuovo.
«Mi piace ancora avere nuove sfide. Insomma diciamo, non appendiamo ancora il camice al chiodo».
E forse è proprio questa la fotografia migliore con cui chiudere il suo lungo percorso al San Paolo.

Antonio Carbone lascia la direzione sanitaria con un ospedale profondamente trasformato rispetto a quello che aveva trovato. Non tutto è stato completato, non tutto è andato come avrebbe voluto e qualche «sassolino» è rimasto.
Ma quando arriva il momento di scegliere quale immagine consegnare al suo saluto, non sceglie un incarico, un reparto o una targa.
Sceglie l’ospedale.
«Lascio un vero ospedale».
E mentre lo dice, quella «parte di cuore» che racconta di lasciare a Civitavecchia dice forse più di qualsiasi curriculum sul rapporto costruito in questi anni con il San Paolo e con la città.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link


















