«Calciopoli una gogna, la Juve sbagliò ad accettare la B»


A vent’anni da Calciopoli, Antonio Giraudo torna a parlare pubblicamente e lo fa ripercorrendo uno dei periodi più controversi della storia recente della Juventus e del calcio italiano. L’ex amministratore delegato bianconero, oggi ottantenne e da tempo residente a Londra, rivendica il lavoro svolto a Torino, torna sulle vicende giudiziarie che seguirono lo scandalo del 2006 e guarda anche al presente, tra la crisi del movimento italiano, la governance federale e i nuovi modelli di business che secondo lui i club dovrebbero seguire.

In una intervista rilasciata a La Stampa, Giraudo spiega innanzitutto perché abbia deciso di interrompere un silenzio durato quasi vent’anni. A suo giudizio, oggi esisterebbero condizioni differenti per rileggere quanto accaduto, sia per la conclusione dei procedimenti della giustizia ordinaria sia, soprattutto, per le più recenti pronunce europee in materia di giustizia sportiva.

«È cambiato il contesto in cui la storia può essere raccontata», sostiene l’ex dirigente. Sul procedimento legato a Calciopoli, conclusosi per prescrizione, Giraudo ricorda di avere scelto il rito abbreviato e contesta l’idea di avere cercato di allungare i tempi del processo: «Volevo un giudizio veloce. Ho la sensazione che i giudici l’abbiano tirata per le lunghe perché l’alternativa era assolvermi. E l’hanno mandata in prescrizione».

Una ricostruzione che rappresenta naturalmente la posizione dell’ex amministratore delegato della Juventus, che insiste in particolare su due elementi: l’assenza, a suo giudizio, di telefonate decisive a suo carico e il fatto che le procedure di sorteggio arbitrale e i campionati non siano stati considerati irregolari nei termini da lui contestati.

Giraudo e la sentenza della Corte di giustizia UE

A spingere Giraudo a tornare pubblicamente sulla vicenda è soprattutto una novità arrivata sul fronte della giustizia sportiva europea. Il riferimento è alla recente pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione europea sul sistema italiano e sulla possibilità di sottoporre le sanzioni disciplinari sportive a un controllo giurisdizionale effettivo.

Secondo Giraudo, il principio affermato dai giudici europei è fondamentale: chi subisce una sanzione sportiva che incide sulla propria attività professionale deve poter disporre di strumenti che consentano a un giudice indipendente di valutarne la legittimità.

«Chiarisce un principio fondamentale: chi si vede inflitta una sanzione sportiva deve avere diritto a rivolgersi a un giudice in grado di valutarne la legittimità», sostiene l’ex amministratore delegato della Juventus.

È proprio su questa pronuncia che Giraudo fonda la speranza di poter tornare sul capitolo relativo alla propria radiazione dalla FIGC, diventata definitiva nel 2011. Alla domanda se un giudice possa arrivare a riscrivere anche la sua vicenda personale, l’ex dirigente non mostra dubbi: «Mi stupirei del contrario. Un giudice potrà annullare una pronuncia disciplinare “domestica” che si ritiene illegittima».

Giraudo richiama anche la posizione del proprio avvocato Jean-Louis Dupont, secondo il quale l’assetto della giustizia sportiva italiana presenterebbe profili di incompatibilità con i principi fissati dal diritto europeo. La pronuncia europea, tuttavia, non comporta automaticamente la cancellazione delle vecchie decisioni disciplinari. I principi stabiliti a livello comunitario devono essere applicati dai giudici nazionali, ai quali spetta verificare concretamente se il sistema di tutela offerto dall’ordinamento sportivo garantisca un controllo giurisdizionale adeguato.

È però proprio questo nuovo scenario a rappresentare, nelle parole di Giraudo, uno degli elementi che renderebbero oggi possibile riaprire una discussione che sembrava definitivamente chiusa.

Giraudo e Calciopoli: «Una gogna mediatica senza precedenti»

Quanto a Calciopoli nel suo complesso, il giudizio resta durissimo. «Una gogna mediatica senza precedenti, figlia dell’invidia di chi non ci ha battuto sul campo», dice Giraudo, secondo il quale lo scandalo avrebbe prodotto come conseguenza anche un progressivo indebolimento dell’intero calcio italiano.

L’ex dirigente arriva a definire Calciopoli «un topolino che ha partorito una montagna», invertendo la celebre espressione, perché a suo giudizio la portata delle conseguenze sarebbe stata sproporzionata rispetto a quanto poi emerso nei lunghi procedimenti giudiziari.

Giraudo cita inoltre le parole pronunciate all’epoca dall’allora presidente della Corte Federale Piero Sandulli, descrivendo quello emerso dalle inchieste come «un mondo fatto di cattive abitudini, non di illeciti classici». E non rinuncia a un riferimento all’attualità arbitrale: «Mi sembra si stia parlando molto di una certa “arbitropoli”. E che il telefono sia ancora caldo. O no?».

Alla domanda se ritenga di avere sempre agito correttamente, Giraudo risponde: «Se si riferisce al rispetto delle regole, sì. Lo dicono anche le sentenze».

«Con Gianni e Umberto Agnelli non sarebbe successo»

Una parte centrale dell’intervista riguarda inevitabilmente il rapporto con la famiglia Agnelli e il progressivo cambiamento degli equilibri all’interno della Juventus. Giraudo individua una data precisa come spartiacque: il 27 maggio 2004, giorno della morte di Umberto Agnelli.

Prima erano scomparsi anche Gianni Agnelli e il presidente bianconero Vittorio Chiusano. «Le figure che più capivano e amavano la Juventus e l’avrebbero difesa contro tutto e tutti», dice. Alla domanda se Calciopoli sarebbe esplosa con Gianni e Umberto Agnelli ancora in vita, Giraudo risponde senza esitazioni: «Non sarebbe successo nulla di quello che è successo».

L’ex amministratore delegato sostiene che lui e gli altri vertici della Juventus fossero stati «seguiti, intercettati e spiati privatamente» e aggiunge: «Non si sarebbero mai permessi nemmeno di immaginare certe cose con Gianni e Umberto Agnelli. Sarebbe prevalso il codice di rispetto che vigeva nel capitalismo italiano».

Critico anche il giudizio sulla strategia adottata successivamente dalla società. Giraudo ricorda l’atteggiamento della Juventus durante i procedimenti sportivi e giudiziari e contesta soprattutto la decisione di accettare la retrocessione in Serie B: «Ha accettato la Serie B, senza neanche aver letto le intercettazioni. Bah. L’errore di valutazione fu enorme».

L’ex dirigente torna anche sulle vicende relative ai bilanci, ricordando come la Juventus avesse valutato il patteggiamento mentre lui venne poi assolto: un passaggio che Giraudo utilizza per rimarcare quanto, secondo la propria ricostruzione, le scelte adottate dal club in quei mesi fossero state eccessivamente difensive.

La Juventus di Giraudo: «Comandavo io»

Giraudo torna poi sulla stagione che lo rese uno degli uomini più influenti del calcio italiano. Il rapporto con la Juventus iniziò alla fine del 1994, quando fu Umberto Agnelli a convocarlo a Sestriere.

«Squillò il telefono alle sei del mattino. Era il Dottore che mi chiese di raggiungerlo a Sestriere per un caffè. Lui e suo fratello volevano che mi occupassi della Juventus», ricorda.

Il mandato era chiaro: una squadra che non vinceva lo Scudetto da nove anni doveva tornare al successo, ma contemporaneamente la società doveva raggiungere un maggiore equilibrio economico senza continui interventi dell’azionista.

Pochi giorni dopo arrivò anche l’incontro con Gianni Agnelli a Villa Frescot. L’Avvocato gli comunicò che la proprietà non avrebbe più coperto sistematicamente i conti del club. Poi, accompagnandolo alla porta, la frase rimasta impressa a Giraudo: «Si ricordi che a noi piace vincere».

Da lì prese forma una Juventus che negli anni successivi conquistò trofei in Italia e in Europa e intraprese parallelamente una trasformazione societaria. Giraudo rivendica in particolare il percorso verso la quotazione in Borsa, lo sviluppo dei ricavi commerciali e l’attenzione ai diritti televisivi.

L’obiettivo, racconta oggi, era ancora più ampio: «Quando siamo andati in Borsa, avevamo individuato un percorso: passare da società sportiva a media company, con i diritti televisivi, e poi a entertainment company». Quel progetto, secondo la sua ricostruzione, venne interrotto nel dicembre del 2006. «Mi chiamò l’Ingegner Elkann: si ritornava a essere una società solo sportiva», racconta Giraudo.

E sull’organizzazione della famosa “Triade”, composta nell’immaginario collettivo da lui, Luciano Moggi e Roberto Bettega, non lascia spazio a interpretazioni: «Comandavo io. Il termine triade non mi piace. Io ero a capo di un gruppo di persone, a cui va dato il merito dei risultati. Bettega, Romy Gai, Opezzi e Agricola».

Giraudo: «Moggi si è rovinato da solo, Elkann ha il quid»

Su Luciano Moggi, Giraudo riconosce le qualità nella gestione dell’area sportiva, ma ne critica pesantemente alcuni comportamenti. Ricorda che Gabetti e Boniperti non erano favorevoli al suo ingresso e che il compromesso fu un ruolo senza potere di firma e senza rappresentanza nelle istituzioni.

«Come gestore del gruppo riconosco tutt’ora le sue capacità», afferma. Ma sull’aspetto comunicativo il giudizio cambia completamente: «Si è rovinato da solo nella comunicazione vanitosa, dovuta al fatto che non aveva avuto esperienze industriali. Ha fatto danni a se stesso e mancato di rispetto a chi ha lavorato con lui».

Secondo Giraudo, dunque, il peso assunto da Moggi nel racconto pubblico della Juventus di quegli anni sarebbe stato superiore a quello che effettivamente aveva all’interno della struttura societaria. Molto più positivo il giudizio su John Elkann, di cui Giraudo sottolinea il percorso alla guida di Exor e la capacità di imporsi negli equilibri del gruppo nonostante la giovane età con cui si trovò ad affrontare figure come Cesare Romiti, Gianluigi Gabetti e Sergio Marchionne. Alla domanda se Elkann «abbia il quid», Giraudo risponde senza esitazioni: «Sì».

L’ex dirigente ricorda come Exor sia cresciuta enormemente sotto la sua guida e sottolinea il peso internazionale raggiunto oggi da Elkann, anche attraverso i rapporti con grandi gruppi tecnologici e istituzioni mondiali. I rapporti personali tra i due sarebbero stati limitati, ma Giraudo ricorda con favore un messaggio ricevuto da Elkann dopo l’assoluzione nel procedimento sul falso in bilancio: «Un suo sms in cui si complimentava con me perché il fatto non sussisteva. Perfetto stile Juve».

Parole di apprezzamento anche per Andrea Agnelli, protagonista dei nove Scudetti consecutivi conquistati dalla Juventus fra il 2012 e il 2020. «Amava la Juve almeno quanto Massimo Moratti amava l’Inter. Ma con risultati di alto livello sul campo», dice Giraudo.

«Il calcio italiano andava resettato»

Lo sguardo si sposta infine sul presente. E il giudizio dell’ex dirigente sullo stato di salute del calcio italiano è severo. Giraudo mette in fila il declino sportivo della Nazionale, la distanza economica dei club italiani dai grandi d’Europa e il problema infrastrutturale.

«Nel 2006 eravamo campioni del mondo e primi nel ranking FIFA. Oggi siamo quindicesimi e, per la terza volta, non ci siamo qualificati ai Mondiali. Nessun club italiano rientra fra i primi dieci d’Europa per fatturato. Gli stadi sono complessivamente obsoleti». Da qui una conclusione drastica: «Con questi risultati bisognava resettare tutto: tutti a casa».

Nel mirino finisce in particolare la continuità ai vertici delle istituzioni calcistiche. Secondo Giraudo, la FIGC avrebbe dovuto essere commissariata, anziché limitarsi a cambiare il presidente lasciando sostanzialmente inalterate «le logiche».

Critico anche il passaggio sulla gestione della Nazionale e sulle recenti scelte federali. Giraudo si interroga sui criteri utilizzati per valutare alcune figure del calcio italiano e cita, fra gli altri, i casi di Pirlo, Oriali, Conte, Maldini e Leonardo. Su Maldini, in particolare, dice di condividerne l’analisi: «Nessuna possibilità di innovare con questi presupposti».

«Prima studiai il Manchester United, oggi bisogna studiare il Real Madrid»

Sul terreno economico e commerciale emerge uno dei passaggi più interessanti dell’intervista. Giraudo ricorda che, una volta arrivato alla Juventus, uno dei primi modelli studiati fu quello del Manchester United, già allora molto più avanti dei club italiani nella gestione dello stadio, del merchandising e dello sfruttamento internazionale del marchio.

«Uno stadio straordinario, il merchandising numero uno al mondo, i diritti tv, e una rivista che vendeva 50.000 copie solo in Malesia», ricorda. Oggi, invece, il benchmark è il Real Madrid. Per Giraudo lo stadio moderno non può più essere considerato semplicemente il luogo nel quale si disputano le partite, ma deve trasformarsi in una vera infrastruttura economica e tecnologica.

«Lo stadio non è più soltanto il luogo in cui si gioca una partita: è diventato una piattaforma tecnologica sulla quale convergono dati, media, intelligenza artificiale, produzione audiovisiva, ricerca, intrattenimento e nuovi modelli di business», spiega. Giraudo cita anche il Madrid Innovation District, destinato secondo lui a diventare uno dei principali poli europei dedicati all’innovazione tecnologica.

Una visione che richiama quella che sostiene di avere cercato di introdurre nella Juventus già all’inizio degli anni Duemila: trasformare il club da semplice società calcistica in un’impresa capace di produrre ricavi attraverso media, entertainment e infrastrutture. E proprio sulla Juventus di oggi, nonostante gli anni difficili vissuti dal club dopo la fine del ciclo dei nove Scudetti consecutivi, l’ex amministratore delegato chiude con una valutazione positiva: «Oggi ci sono le premesse per tornare a vincere».


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