Analisi critica della Lettera aperta di Zaia sul fine vita in Veneto: ambiguità, argomenti mancanti su diritto alla vita e solidarietà, il caso Elena.
Carmelo Leotta
Nella Lettera aperta pubblicata il 29 agosto scorso sul sito del Consiglio regionale del Veneto, il Presidente Luca Zaia, rivolgendosi ai cittadini, fa un richiamo alle coscienze perché, andando oltre gli schieramenti politici, i consiglieri veneti approvino la proposta di legge regionale sul fine vita. La Lettera vuole essere anche un richiamo alla responsabilità politica, per non «mettere la testa sotto la sabbia» di fronte ai bisogni di chi soffre.
Ma, a ben vedere, il testo offre poco più che suggestioni e nessun argomento giuridico o politico di peso a favore della legge.
L’unico argomento che la Lettera presenta in modo chiaro è la scelta a favore di un modello culturale, secondo cui la morte assistita è un’opzione a favore dell’uomo ed è espressione della sua dignità.
1. Cominciamo dall’inizio.
È emblematico, per cominciare, che il Presidente Zaia per evidenziare l’importanza della proposta di legge che sarà in discussione scriva che la decisone che sarà assunta dal Consiglio «riguarda il rapporto tra libertà individuale e responsabilità delle istituzioni, tra progresso della medicina e limite delle cure, tra diritto, coscienza, dignità e sofferenza».
Tra i valori richiamati da Zaia ci sono, però, due grandi assenti, vale a dire il diritto alla vita – il primo grande sacrificato sull’altare di qualsiasi legge che approvi il suicidio assistito e l’eutanasia – e il dovere di solidarietà.
Come si può omettere di avvertire i cittadini cui la Lettera è rivolta che una disciplina sul fine vita abbia un impatto sul diritto alla vita? Una omissione così grave e lampante è indice, aldilà delle posizioni di merito che si assumano, di una visione politica miope, parziale, incapace di capire quali siano le conseguenze sul lungo periodo di una scelta su un tema così importante. O forse si sta dimenticando che regolare la morte assistita vuol dire regolare come un uomo partecipa fattivamente all’atto con cui si dà la morte ad un altro uomo?
Quanto al dovere di solidarietà, basti dire che la morte assistita mette la parola fine non solo alla vita del malato, ma anche a quel dovere su cui si fondano le comunità umane, dalle più primitive fino allo Stato e alla comunità internazionale. La solidarietà rappresenta, infatti, nella sua espressione più elementare, il dovere di ciascun consociato di riconoscere nella vita altrui un bene da preservare, anche quando l’altro la percepisca come un male.
La solidarietà impone di dare quello che manca di importante a chi non ce l’ha o non ce l’ha più.
Solidarietà di fronte a chi vuole morire e chiede di essere ucciso vuol dire fare il massimo per rimuovere le cause che portano chi soffre a desiderare di morire. Sì, perché se qualcuno, anziché pronunciare raffinate parole da salotto su libertà e autodeterminazione, prendesse sul serio la cura dei malati, in una corsia di ospedale o in una stanza delle nostre case, i malati, anche quelli gravi, anche quelli che urlano contro la vita, e magari contro Dio, potrebbero cambiare idea e non volere più morire, avendo compreso che, forse non per loro, ma per qualcun altro, la loro vita, i loro corpi piagati e piegati, immobili, i loro visi stravolti, non sono un male da nascondere, ma storie e corpi da custodire.
È questo, d’altronde, quello che hanno detto all’Italia gli “inguaribili” che si sono costituiti nei giudizi sul fine vita davanti alla Corte costituzionale nel 2025 e nel 2026, raccontando, nei loro atti giudiziari, che l’aiuto più grande che hanno avuto e di cui sono grati, è quello che hanno ricevuto dalle persone che nei momenti di disperazione, sono state loro accanto.
Dunque, «care cittadine, cari cittadini» del Veneto cui si rivolge, con perfetto savoir faire, il vostro Presidente, tenete presente che la legge sul fine vita non solo «riguarda il rapporto tra libertà individuale e responsabilità delle istituzioni, tra progresso della medicina e limite delle cure, tra diritto, coscienza, dignità e sofferenza», ma riguarda, innanzitutto, il diritto alla vita e il dovere di solidarietà, cioè le due cose, alla fine, più importanti che ci sono in Costituzione.
È bene ricordarlo, anche se la Lettera aperta le dimentica completamente.
2. Almeno due gravi ambiguità di fondo della Lettera aperta:
a) il richiamo suadente ed eticizzante alla responsabilità del politico di «rinunciare alla politica»
Si legge nella Lettera: «Considero profondamente improprio immaginare che una materia simile possa essere affrontata facendo calcoli di consenso, cercando di intercettare questa o quella sensibilità dell’elettorato o, peggio ancora, trasformando la sofferenza delle persone in uno strumento di posizionamento politico. Ci sono momenti nei quali la politica deve avere la forza di rinunciare alla politica».
Il richiamo alla libertà del politico, al superamento del posizionamento partitico non è in sé qualche cosa di sbagliato, ma non può trasformarsi in una facile scappatoia, infarcita con toni moralizzanti, per non affrontare il tema della responsabilità dell’eletto nei confronti dell’elettore.
Su questo tema non viene spesa neppure una parola, nonostante la Lettera sia destinata (anche) ai cittadini elettori che forse gradirebbero avere qualche delucidazione in più circa le ragioni che spingono i loro rappresentanti, eletti nel centro-destra, a sposare battaglie tipiche del centro-sinistra.
b) Una legge che non introduce il fine vita, ma che comunque si deve fare per non costringere a vivere chi non vuole più vivere
La Lettera esclude che una eventuale legge regionale introduca una disciplina sul fine vita: «[…]diciamolo senza ambiguità: se la legge regionale sarà approvata, il Veneto non introdurrà il fine vita. Se non sarà approvata, il Veneto non lo cancellerà. La politica regionale deve decidere invece se assumersi la responsabilità di organizzare procedure chiare, la presa in carico delle richieste, le verifiche e l’assistenza sanitaria necessaria».
Poco oltre, tuttavia, il Presidente lascia intendere che, senza una legge regionale, chi vuole fare la morte assistita sarebbe costretto a vivere: «Penso però – e vorrei che di questo pensiero restasse traccia – che nessuno dovrebbe essere costretto, per effetto della scelta di altri, a vivere una condizione che considera per sé insopportabile quando l’ordinamento gli riconosce, in presenza di precisi requisiti, la possibilità di chiedere diversamente».
Anche nella Lettera del 29 agosto, come in qualsiasi testo o discorso a favore della morte assistita, non poteva, dunque, mancare il tema di quanto sia crudele e inumano costringere a vivere chi sta soffrendo molto e vuole morire.
Di fronte a siffatto argomento, sorge, però, la domanda su come sia possibile che oggigiorno in Italia chi vuole morire sia costretto a vivere se, ad es., in Lombardia, non più tardi di qualche giorno fa, non è stata necessaria nessuna legge, né regionale né statale, perché il servizio sanitario assistesse un malato per fare il suicidio assistito.
In effetti, è ora di mettere definitivamente nella cassetta dei ferri vecchi, l’argomento trito e ritrito della costrizione a vivere, posto che in Italia risultano ad oggi essere state 17 le autorizzazioni per fare la morte assistita, anche in regioni senza legge, quali sono la Lombardia e il Piemonte.
3. La menzione, nella Lettera, alla storia di Elena: un esempio che non c’entra alcunché con una legge regionale che vorrebbe facilitare l’applicazione della sentenza n. 242 del 2019
Si legge nella Lettera: «Le cure palliative sono un patrimonio straordinario della medicina e devono essere garantite, rafforzate e rese accessibili a tutti. Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che esse esauriscano necessariamente ogni domanda sul fine vita. Esistono persone che pongono una questione diversa, legata alla propria idea di dignità e di autodeterminazione. Basterebbe rivedere l’ultimo videomessaggio della signora Elena, la donna veneziana che dovette recarsi in Svizzera per porre fine alla propria vita, per comprendere quanto lucida, personale e sofferta possa essere una scelta di questo genere».
Nel richiamo alla storia di Elena, tuttavia, suggestivamente riportato quale scelta di fine vita che non si è potuta realizzare in Italia, non si dice che la Signora Elena si recò in Svizzera per fare il suicidio assistito e lì lo compì il 2 agosto 2022 non perché il Veneto o l’Italia non avesse (e non abbia) una legge regionale, ma perché lei non aveva i requisiti per fare la morte assistita secondo la sentenza n. 242 del 2019, dal momento che non necessitava di trattamenti di sostegno vitale. Proprio per questo, da quella vicenda, come noto, si originò il giudizio dinnanzi alla Corte costituzionale poi deciso con la sentenza n. 66 del 2025, che affrontò, appunto, il problema della conservazione o meno del requisito del trattamento di sostegno vitale. La sentenza dichiarò la questione infondata e conservò il requisito in parola.
Nel tempo dello story-telling in cui la comunicazione, per funzionare, ha bisogno di storie, la Lettera aperta racconta una storia che non ha nulla a che fare con una legge regionale che intenderebbe facilitare l’applicazione della sentenza n. 242 del 2019, posto che in quella vicenda si trattava di fare il suicidio assistito in un caso non consentito dalla sentenza n. 242.
Tuttavia, proprio l’esempio della Signora Elena, richiamato dalla Lettera,funge da monito per i consiglieri indecisi su come votare perché mostra chiaramente come il fine perseguito da chi vuole una legge (statale o regionale) sulla morte assistita non è, in fondo, quello di regolare diligentemente e ossequiosamente con legge quanto deciso dalla Corte costituzionale, quanto piuttosto allargarne sempre più le maglie.
Proprio come d’altronde è già successo con la L. n. 194/1978 sull’aborto rispetto alla sentenza n. 27 del 1975 della Corte costituzionale.
4. Conclusioni
Cosa rimane della Lettera aperta di Luca Zaia?
Ben poco, a dire il vero, se non la dichiarazione di una scelta a favore di una cultura secondo cui la morte assistita è in fondo conforme alla dignità dell’uomo.
A questo modello, espressione di quella cultura che San Giovanni Paolo II chiamò “cultura della morte”, vogliano i rappresentanti dei popoli veneti, eredi di una storia millenaria di libertà, contrapporre la cultura della vita e della solidarietà, in nome della quale, anche quando il singolo non è più in grado di riconoscere un bene nella sua vita, è la comunità cui appartiene che gli si fa incontro facendosi carico della sua fatica e della sua sofferenza.
Vogliano i popoli veneti, tramite i loro consiglieri regionali, ribadire il loro NO, già espresso in passato, alla proposta di legge regionale sul suicidio assistito.
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