Secondo i media locali, dall’inizio dell’anno sono almeno già quattro le librerie perquisite e undici le persone fermate. La repressione, un tempo scagliata contro politici e attivisti, sta ora colpendo l’intera filiera del libro, trasformando librai, editori e distributori nei nuovi bersagli della sicurezza nazionale e ridefinendo i confini della censura nell’ex colonia britannica.
“Siamo grati a tutti per essere stati con noi nei momenti belli e in quelli difficili negli ultimi 50 anni. Grazie e arrivederci”. Il 29 luglio, la storica libreria di Hong Kong Greenfield Book Store,annunciava così la chiusura al termine del contratto d’affitto. Lo stesso giorno un altro noto rivenditore di libri locale, Have A Nice Stay, ha comunicato alla clientela la fine immediata delle attività. Solo una settimana prima era stata Elmbook a chiudere la saracinesca.
Il commiato corale segue un’operazione condotta dalla polizia il 15 luglio in diversi negozi della città, terminata con il sequestro di vari libri e il fermo temporaneo di cinque dipendenti. L’accusa è di aver diffuso presunto materiale “sedizioso” in violazione dell’Ordinanza per la salvaguardia della sicurezza nazionale, approvata all’unanimità dal Consiglio legislativo nel 2024 per allineare il quadro normativo locale alla più ampia legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino a Hong Kong dopo le proteste per la democrazia del 2019. Imputazioni pesantissime che possono comportare fino a sette anni di reclusione. Dieci se l’intento sedizioso è commesso in collusione con “forze esterne”.
Secondo i media locali, dall’inizio dell’anno sono almeno già quattro le librerie perquisite e undici le persone fermate. La repressione, un tempo scagliata contro politici e attivisti, sta ora colpendo l’intera filiera del libro, trasformando librai, editori e distributori nei nuovi bersagli della sicurezza nazionale e ridefinendo i confini della censura nell’ex colonia britannica. Un giro di vite simboleggiato da un’immagine diventata virale sul web: quella di una giovane donna con indosso una maglietta nera recante la scritta ‘Sono una commessa di libreria’. Lo sguardo è fiero, la testa alta quasi in segno di sfida. Sì, perché nei sette anni trascorsi dalle manifestazioni antigovernative, Pechino ha ampliato la presa dalla società civile all’industria culturale. In alcuni casi, anche vendere libri può ormai venire considerato un “atto sovversivo”.
Non è noto quali siano i testi incriminati. La polizia ha specificato solo che contenevano messaggi di incitamento all’odio verso il governo della Regione amministrativa speciale, la magistratura e le forze dell’ordine. Accuse vaghe a cui ha fatto riferimento Have A Nice Stay attribuendo la chiusura – oltre alla situazione finanziaria – all’”inafferrabile linea rossa” tracciata dalle autorità, che ha reso la professione troppo rischiosa. D’altronde, il commissario di polizia Tang Ping-keung è stato chiaro: “E’ responsabilità dei librai garantire che i libri venduti non mettano in pericolo la sicurezza nazionale, proprio come un ristoratore deve assicurarsi che il cibo che vende non provochi mal di stomaco, non sia velenoso e non sia illegale”. Capire cosa sia potabile per il governo però è sempre più difficile. E quando i confini tra lecito e illecito – l’”inafferrabile linea rossa” – cambiano senza preavviso, l’autocensura diventa l’unica strategia di sopravvivenza perseguibile.
All’origine di tutto sta la riduzione dell’autonomia di Hong Kong sotto la formula “un paese due sistemi” – concessa secondo gli accordi con Margareth Thatcher – fino al 2046 da Pechino al momento della restituzione dell’ex colonia britannica. Laddove nella Cina continentale il massacro di piazza Tiananmen nel 1989 ha posto brutalmente fine a qualsiasi esperimento liberale, per circa tre decadi la regione amministrativa speciale si è distinta per una certa tolleranza al pluralismo e una riconosciuta tutela del diritto di parola. Questo l’ha resa un importante centro per la pubblicazione e la vendita di libri sensibili in lingua cinese, non distribuiti sulla terraferma. Mentre, in teoria, nella Repubblica popolare tutti i testi devono ottenere un codice ISBN (International Standard Book Number) e le relative autorizzazioni, nella realtà dei fatti per molto tempo i librai del Porto Profumato hanno goduto di una notevole discrezionalità nella scelta dei titoli. Una “zona grigia” di cui hanno approfittato anche i turisti cinesi più curiosi e intraprendenti, frequenti visitatori della rinomata Hong Kong Book Fair.
L’arrivo di Xi Jinping alla guida del paese nel 2012 ha messo fine a qualsiasi compromesso. La sorveglianza pervasiva a cui da allora è stata sottoposta la società cinese non ha risparmiato nemmeno l’ex colonia britannica. Vale un po’ per tutti i settori. Nello specifico, l’editoria sta scontando lo stretto legame che da sempre intercorre con l’industria mediatica, schierata in buona parte con l’opposizione progressista. La stessa Have A Nice Stay è stata fondata e gestita da ex giornalisti di Stand News, un sito di informazione indipendente, molto attivo nella copertura delle proteste pro-democrazia, costretto a chiudere nel 2021 dopo un raid della polizia.
Va detto, infatti, che gli sviluppi recenti non giungono inattesi. Tutt’altro. Andando a ritroso, la stretta sull’editoria di Hong Kong raggiunge visibilità internazionale nel 2015 con la sparizione improvvisa (ovvero l’arresto) di cinque librai associati a Mighty Current Media, gruppo editoriale noto per i suoi testi scandalistici sulla vita privata dei leader cinesi. Quattro anni più tardi, le manifestazioni di piazza diventano il campanello di un malcontento popolare a cui ha contribuito non poco la progressiva sinizzazione del comparto culturale ed educativo. Dal canto suo, davanti alla richiesta di rassicurazioni sullo status quo, Pechino ha risposto sbarrando la strada al dialogo: lo scioglimento forzato dell’iconico quotidiano di inchiesta Apple Daily e la condanna a 20 anni di carcere del fondatore, il magnate pro-democrazia Jimmy Lai, lasciano pochi dubbi sul destino dell’editoria hongkonghese.
Per quanto in corso da tempo, c’è un aspetto che tuttavia distingue l’ultimo giro di vite contro le librerie. Se inizialmente l’attenzione delle autorità era concentrata sulle pubblicazioni politicamente sensibili, i sequestri più recenti vedono coinvolti testi che riguardano più in generale il dibattito sul futuro della regione amministrativa speciale. Tra i titoli presi di mira a luglio figura “Let Only Red Flowers Bloom: Identity and Belonging in Xi Jinping’s China”, in cui la giornalista, Emily Feng, analizza la campagna ideologica avviata da Xi. Pubblicato a Taiwan da Acropolis Publishing, il libro utilizza interviste, documenti programmatici e reportage sul campo per indagare come il Partito comunista cinese nell’ultimo decennio abbia tentato di rimodellare l’identità dell’ex colonia britannica attraverso la propaganda, i programmi scolastici e il controllo della memoria collettiva.
Diversi capitoli sono dedicati al periodo che ha seguito le proteste del 2019 e al modo in cui – secondo Feng – la leadership cinese ha trasformato la crisi politica della città in una una lotta identitaria. Per la reporter di NPR, l’obiettivo del governo centrale consiste nel monopolizzare la lealtà emotiva dei cittadini. Nella narrazione veicolata da Pechino la dissidenza viene presentata come una anomalia patologica: chi sostiene l’indipendenza di Hong Kong o di Taiwan è spesso descritto dalla propaganda come vittima di “lavaggio del cervello”. Le voci contrarie vengono cancellate: i musei chiusi, i monumenti rimossi, gli slogan vietati e riferimenti storici più scivolosi eliminati dai manuali scolastici. In quanto custodi della memoria collettiva, le librerie si sono ritrovate a condividere la stessa sorte, anche per via della scomoda funzione che le ha viste via via sostituire i tradizionali spazi per la mobilitazione sociale: smembrati sindacati e organizzazioni studentesche dopo l’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale, il dibattito sociale si è spostato tra gli scaffali dei book store.
Di Alessandra Colarizi
[Pubblicato su GariwoMag]
Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
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