incentivi solo a chi produce in Italia


Tremiladuecento miliardi di debito pubblico, un obiettivo NATO del 5% del Pil entro il 2035 e quasi 500.000 ingressi programmati in tre anni. Su questi tre numeri Roberto Vannacci costruisce la sua proposta economica, che passa dal taglio agli aiuti all’Ucraina alla richiesta di una deroga al Patto di stabilità per la natalità, fino al veto italiano sul bilancio pluriennale europeo se Bruxelles dovesse dire di no.

Europarlamentare, generale di divisione in aspettativa, nel 2026 ha fondato Futuro Nazionale assumendone la presidenza. Capitalist lo ha intervistato su fisco, energia, immigrazione e spesa militare.

L’Italia ha un debito pubblico enorme e margini di spesa limitati. Quali tre voci taglierebbe concretamente e dove troverebbe le risorse per finanziare le sue priorità? 

Il debito pubblico italiano ha superato i 3.200 miliardi di euro. Quindi basta libri dei sogni, bonus elettorali e mancette pagate con i soldi che non abbiamo.  Interverrei su tre voci precise. La prima è rappresentata dagli assegni in bianco per la guerra in Ucraina e dagli automatismi di un riarmo deciso fuori dall’Italia. La seconda è la spesa ideologica collegata al Green Deal: incentivi inefficienti e imposizioni ambientali che penalizzano famiglie e industria. La terza riguarda il sistema di spesa generato dall’immigrazione irregolare: accoglienza indiscriminata, contenzioso, mancati rimpatri e costi penitenziari.  A queste tre voci aggiungerei una revisione trasversale di enti inutili, duplicazioni amministrative e sprechi della pubblica amministrazione passando anche per la razionalizzazione di alcuni sussidi che altro non fanno che drogare il mercato del lavoro.  Le risorse recuperate devono rimanere in Italia: lavoro e imprese; sanità e tutela dei più fragili; famiglie e natalità; sicurezza e investimenti strategici strutturali. 

Ad oggi abbiamo speso 102 miliardi del PNRR ma oltre a energia green non conveniente, piste ciclabili e qualche impianto sportivo cosa abbiamo strutturalmente cambiato in Italia?

 Non invento cifre estraendole dal cilindro: i risparmi devono essere certificati voce per voce nella legge di bilancio. Ed anche abbassando le tasse si possono incrementare le entrate, come dimostrava Laffer. Prima si trovano i soldi, poi si spendono. Tutto il resto è propaganda. E la propaganda la pagano sempre gli italiani. Se l’interesse nazionale italiano entrasse in conflitto con le regole europee, quale regola sarebbe disposto a mettere in discussione e quale no? Metterei in discussione il Patto di stabilità quando impedisce all’Italia di affrontare quella che considero la principale emergenza strategica nazionale: la crisi demografica. Bruxelles ha trovato deroghe, flessibilità e risorse comuni per il Green Deal e per il riarmo.  1 Deve quindi riconoscere una deroga strutturale anche per la riattivazione demografica: sostegno alle famiglie, abitazioni, asili, congedi e politiche fiscali per chi mette al mondo dei figli.  Se possiamo indebitarci per acquistare carri armati, dobbiamo poter investire per far nascere figli italiani. Senza sicurezza una nazione è vulnerabile; senza figli una nazione scompare. Se l’Europa rifiutasse, l’Italia dovrebbe utilizzare ogni strumento previsto dai trattati, compreso il veto sul bilancio pluriennale. A Bruxelles si negozia anche dicendo di no, non presentandosi con il cappello in mano. Metterei in discussione la presunta prevalenza del diritto europeo su quello nazionale, il green deal e la politica immigratoria oltre che le assurde matasse di regole che ormai caratterizzano l’impianto europeo.  Non metterei invece in discussione la responsabilità dei conti pubblici e il principio secondo cui gli impegni liberamente sottoscritti si rispettano finché non vengono legittimamente modificati. Bruxelles non è un comando supremo e l’Italia non è un reparto ai suoi ordini. Se una regola danneggia la nostra nazione, si cambia. Punto. 

È importante ridurre le tasse a tutti oppure concentrare gli interventi su lavoratori, imprese e famiglie che producono maggiormente crescita? Quale sarebbe la sua priorità e perché? 

Le tasse devono diminuire per tutti. E diminuire le tasse potrebbe anche portare all’incremento di entrate. Ma quando le risorse sono limitate bisogna stabilire una priorità.  La mia è chi tiene in piedi l’Italia: famiglie, lavoratori e imprese. Comincerei dalla riduzione del cuneo fiscale. Il lavoratore deve trovare più denaro nella busta paga e l’imprenditore non deve essere punito per aver creato un posto di lavoro. Alle imprese concederei incentivi soltanto se investono, innovano, assumono e producono in Italia. Chi riceve contributi italiani e poi trasferisce la produzione all’estero non deve ottenere un euro. Introdurrei inoltre un vero quoziente familiare e una progressiva deducibilità delle spese fondamentali sostenute con pagamenti tracciabili: sanità, istruzione, abitazione, figli, disabilità e non autosufficienza. Chi utilizza il proprio reddito per curare un malato, assistere un familiare disabile o crescere dei figli non può essere tassato come se quel denaro fosse ricchezza liberamente disponibile. La povertà non si redistribuisce: si combatte creando ricchezza. Voglio premiare chi lavora, produce, si prende cura della propria famiglia e contribuisce al futuro della nazione.

 L’Italia sta affrontando un problema demografico e una carenza di lavoratori in diversi settori. Come concilierebbe una politica migratoria più restrittiva con le esigenze concrete dell’economia italiana? 

Rifiuto la favoletta secondo cui l’Italia dovrebbe scegliere tra mezzo milione di immigrati e la chiusura delle proprie imprese. È una falsa alternativa. L’economista britannico Rowthorn ha già dimostrato che l’inverno demografico non si combatte con l’immigrazione. Prima di importare manodopera a basso costo dobbiamo mettere gli italiani nelle condizioni di lavorare: giovani, donne, disoccupati, inattivi e connazionali qualificati costretti ad andare all’estero. Servono formazione tecnica, riforma della scuola e della cultura, un collegamento più efficiente tra domanda e offerta, riduzione del cuneo fiscale e salari più dignitosi. Anche i sussidi devono essere collegati e condizionati alla disponibilità ad accettare un lavoro compatibile con le condizioni personali e professionali. Dove rimangano carenze effettive, si possono autorizzare ingressi limitati, temporanei e selezionati senza alcuna possibilità di ricongiungimento familiare: qualifiche verificate, conoscenza basilare della lingua italiana e un vero contratto già disponibile. Finito il contratto lavorativo lo straniero torna nel proprio paese di origine. Questa si chiama immigrazione controllata. Quasi 500.000 ingressi programmati in tre anni si chiamano invece immigrazione di massa. L’Europa non è un contenitore infinito e l’Italia non è il campo profughi del mondo. L’immigrazione può coprire temporaneamente alcuni posti di lavoro, ma non può sostituire i figli che gli italiani non riescono più ad avere.  Un popolo non è una casella vuota da riempire con chiunque arrivi. Aumentare la spesa militare significa destinare meno risorse agli altri settori, oppure ritiene che una maggiore sicurezza possa diventare anche un investimento industriale e tecnologico per l’Italia? Sono un generale e conosco l’importanza delle Forze armate. Proprio per questo non accetto che un obiettivo concordato in sede NATO venga trasformato in un automatismo di spesa, prescindendo dalle reali necessità dell’Italia e dalle reali minacce che incombono sulla nostra Nazione. Prima di stabilire quanto spendere bisogna rispondere a tre domande: quale minaccia dobbiamo affrontare, quali capacità militari ci servono e quale interesse nazionale dobbiamo proteggere? Ci raccontano che dobbiamo indebitarci perché i russi starebbero per invaderci. Ma io non vedo cosacchi abbeverare i cavalli nel Piave. Ricordo anche che negli ultimi 20 anni gli unici attacchi a strutture strategiche europee li hanno condotti gli ucraini sabotando il Nord Stream e non i russi; che i droni abbattuti nei paesi NATO sono ucraini e non russi; che 2 paesi europei come Ungheria e la Slovacchia sono stati messi in crisi dalla decisione ucraina di chiudere l’oleodotto Druzhba e che l’unico paese europeo occupato da una potenza straniera è Cipro, il cui territorio è al 40% conquistato dai turchi dal 1974.  Vedo invece italiani che rinunciano alle cure, persone disabili sostenute con risorse insufficienti, famiglie in difficoltà e imprese penalizzate dal costo dell’energia. Sono favorevole a Forze armate preparate, efficienti ed equipaggiate. Non sono favorevole a sottrarre automaticamente risorse a sanità, lavoro, sicurezza interna e sostegno alle famiglie per inseguire l’obiettivo del 5% entro il 2035. La spesa militare può diventare un investimento se risponde a necessità reali e finanzia cantieristica italiana, aerospazio, elettronica, cybersicurezza, ricerca e occupazione qualificata.  Se invece compriamo armi straniere per sostenere guerre decise da altri, finanziamo l’industria degli altri con i soldi degli italiani. Un missile non cura un malato e un carro armato non riduce le liste d’attesa.  La sicurezza nazionale non è soltanto militare: una nazione è sicura quando difende i propri confini, cura i propri cittadini, sostiene le famiglie e protegge la propria economia. 

Davanti alle tensioni geopolitiche e alla necessità di energia a prezzi competitivi, quale compromesso è disposto ad accettare tra interessi economici, alleanze internazionali e autonomia strategica italiana? 

Il compromesso è molto semplice: alleati sì, servi mai. L’Europa ha deciso di chiudere progressivamente i rubinetti del gas russo pensando di mettere in ginocchio Mosca. La Russia ha trovato altri acquirenti e i proventi del Cremlino da vendita di idrocarburi negli ultimi 4 anni sono complessivamente aumentati invece di diminuire, mentre famiglie e imprese italiane si sono ritrovate esposte a energia più cara e minore competitività. Io dico una cosa chiara: riapriamo i rubinetti del gas e del petrolio con qualsiasi stato ce li venda a miglior prezzo. Non significa essere filorussi. Significa essere filoitaliani. L’Italia deve acquistare l’energia dove è disponibile alle condizioni più convenienti. Se una regola europea ce lo impedisce, quella regola deve essere rimessa in discussione apertamente perché danneggia il nostro interesse nazionale.

 Le sanzioni non sono un dogma religioso. Sono uno strumento politico e devono essere valutate in base ai risultati. Se colpiscono più chi le applica di chi dovrebbe subirle, non sono sanzioni: sono autolesionismo. Contemporaneamente dobbiamo diversificare le fonti, utilizzare le nostre risorse, rilanciare l’idroelettrico, sviluppare le biomasse, investire nel nucleare di nuova generazione, continuare a sfruttare il carbone e sviluppare le rinnovabili solo quando sono realmente efficienti rimuovendo quegli incentivi su eolico e solare che ancora gli italiani pagano in bolletta. Questa è autonomia strategica. Il resto è sudditanza energetica. Molte forze politiche promettono di difendere gli interessi degli italiani, ma quando arrivano al Governo devono fare i conti con vincoli economici e internazionali.

Qual è una promessa che oggi farebbe agli italiani e che sarebbe disposto a garantire di poter mantenere anche davanti a questi vincoli? 

Non faccio promesse ma prendo un impegno semplice, concreto e verificabile: Futuro Nazionale non voterà mai un decreto flussi di massa. Questo impegno non dipende dalla Commissione europea, dallo spread o dai mercati finanziari. Dipende esclusivamente dalla nostra parola e dal nostro voto. Se saremo al Governo, nessun provvedimento per fare entrare indiscriminatamente centinaia di migliaia di immigrati porterà la nostra firma. Se saremo all’opposizione, avrà il nostro voto contrario. Accetteremo soltanto ingressi limitati, selezionati, temporanei e collegati a carenze lavorative reali: persone con qualifiche verificate, conoscenza basilare dell’italiano e un contratto già disponibile. Contemporaneamente difenderemo una precisa gerarchia delle priorità: prima gli italiani che hanno bisogno di curarsi, lavorare, costruire una famiglia e vivere in sicurezza; poi tutto il resto. Io lascio salvare l’universo a quelli bravi.  Con la nostra “sporca dozzina” vogliamo fare soltanto gli interessi degli italiani e delle italiane. La politica può essere costretta a negoziare sulle cifre.  Non deve mai negoziare sulla parola data e sul futuro del proprio popolo.


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