Imprese: «Trasformare la domanda pubblica in politica industriale. Più concorrenza e trasparenza, accesso reale per le PMI e investimenti nell’innovazione»


310 miliardi di appalti pubblici: la spesa dello Stato può costruire il futuro
Centro Studi Confedercontribuenti – Italia Imprese: «Trasformare la domanda pubblica in politica industriale. Più concorrenza e trasparenza, accesso reale per le PMI e investimenti nell’innovazione»
A cura del Centro Studi Confedercontribuenti – Italia Imprese
Lo Stato italiano è il più grande acquirente del Paese. Nel 2025 ha attivato appalti per 309,7 miliardi di euro attraverso 287.421 procedure, con un incremento del 13,9% rispetto all’anno precedente.
Una massa finanziaria enorme, che impone una domanda: stiamo semplicemente spendendo queste risorse oppure le stiamo utilizzando per costruire il futuro produttivo dell’Italia?
È questo il punto dal quale, secondo il Centro Studi Confedercontribuenti – Italia Imprese, dovrebbe partire una nuova riflessione nazionale sugli appalti pubblici.
Il problema non riguarda soltanto quanto spende la Pubblica amministrazione, ma come compra, cosa compra e quali effetti economici produce attraverso i propri acquisti.
Quasi 310 miliardi di euro possono rappresentare una somma di spese amministrative oppure diventare una delle più potenti leve di politica industriale a disposizione del Paese.
Il 95% degli affidamenti diretti: semplificare non può significare rinunciare alla concorrenza
Uno dei dati più significativi riguarda servizi e forniture. Secondo i numeri richiamati nella Relazione annuale ANAC, il 95% delle procedure di acquisizione avviene attraverso affidamenti diretti.
L’affidamento diretto è uno strumento previsto dalla normativa e, entro determinate soglie, consente alle amministrazioni di operare rapidamente.
Ma una semplificazione così largamente utilizzata pone una questione economica oltre che amministrativa.
La velocità non può sostituire sistematicamente la concorrenza.
Una domanda pubblica eccessivamente frammentata rischia di trasformare una straordinaria leva economica in migliaia di acquisti scollegati tra loro, incapaci di determinare investimenti strutturali, innovazione e crescita dimensionale delle imprese.
Il tema diventa ancora più delicato quando gli affidamenti si concentrano immediatamente sotto le soglie previste dalla normativa.
Legalità, trasparenza e concorrenza devono quindi accompagnare qualsiasi processo di semplificazione.
I capitolati possono diventare politica industriale
La politica industriale non nasce soltanto attraverso incentivi, bonus, crediti d’imposta o nuovi fondi pubblici.
Può cominciare da un capitolato di gara.
Quando lo Stato chiede tecnologie più avanzate, maggiore sicurezza, sostenibilità, interoperabilità dei sistemi, risparmio energetico, digitalizzazione e migliori prestazioni, crea automaticamente una domanda capace di spingere le imprese a innovare.
È necessario passare dalla logica del semplice acquisto a quella della domanda pubblica qualificata.
Lo Stato non deve scegliere artificialmente quali imprese debbano vincere. Deve stabilire obiettivi ambiziosi e creare le condizioni affinché il mercato sviluppi le migliori soluzioni per raggiungerli.
La Pubblica amministrazione può così diventare un grande committente dell’innovazione.
PMI protagoniste, non spettatrici
Per Confedercontribuenti – Italia Imprese esiste però una condizione irrinunciabile: la trasformazione degli appalti pubblici non deve determinare un’ulteriore concentrazione del mercato nelle mani di pochi grandi operatori.
Le piccole e medie imprese devono poter partecipare realmente.
In Europa le PMI ottengono una quota elevata dei contratti in termini numerici, ma il loro peso diminuisce considerevolmente quando si considera il valore economico delle commesse.
Aggregare la domanda pubblica, quindi, non può significare costruire esclusivamente grandi gare alle quali soltanto pochi gruppi possano accedere.
Servono lotti funzionali adeguati, reti d’impresa, consorzi, partenariati, procedure accessibili alle imprese innovative e una subfornitura qualificata e trasparente.
La vera politica industriale deve far crescere l’intero tessuto produttivo.
L’Italia innova, ma deve dare più spazio ai settori high-tech
I dati del Rapporto High-Tech Economy 2026 del Centro Economia Digitale mostrano la forza potenziale degli investimenti tecnologici.
Secondo il rapporto, nei sette Paesi europei considerati un dollaro di valore aggiunto nei settori high-tech genera 3,9 dollari di PIL nell’arco di tre anni, contro 1,28 dollari nei settori a bassa tecnologia.
Il caso italiano è particolarmente significativo.
I comparti ad alta tecnologia concentrano il 70,9% della ricerca e sviluppo privata nazionale, pur rappresentando appena il 10,9% del valore aggiunto.
Abbiamo quindi capacità innovative che non riescono ancora ad assumere dimensioni sufficienti.
La domanda pubblica può contribuire a cambiare questa situazione.
Una commessa può valere più di un contributo
Per un’impresa innovativa ottenere una commessa pluriennale significa poter programmare investimenti, assumere personale specializzato, sviluppare tecnologie e presentarsi successivamente sui mercati internazionali con prodotti e servizi già sperimentati.
La domanda pubblica qualificata può ridurre il rischio d’impresa più efficacemente di molti sussidi.
Lo Stato dispone già delle risorse. Non è necessariamente necessario inventare nuovi programmi di spesa: bisogna utilizzare strategicamente una parte di quella esistente.
Sanità, intelligenza artificiale, energia e infrastrutture
I settori nei quali intervenire sono numerosi.
Sanità digitale e diagnostica avanzata, intelligenza artificiale applicata ai servizi pubblici, cybersecurity, gestione delle reti idriche ed energetiche, infrastrutture intelligenti, edilizia innovativa, tecnologie ambientali, mobilità, digitalizzazione della PA e sicurezza delle filiere possono diventare grandi mercati di sviluppo.
Non si tratta di introdurre un indiscriminato “compra italiano”.
Occorre premiare innovazione, sicurezza, resilienza, sostenibilità, qualità, interoperabilità e affidabilità delle catene di fornitura, nel rispetto delle regole europee e della concorrenza.
Senza competenze nella PA non si compra innovazione
C’è però un altro problema che nessuna modifica normativa può risolvere da sola.
Per comprare innovazione bisogna conoscere l’innovazione.
Le centrali di committenza e le amministrazioni che gestiscono gli appalti più complessi devono disporre di ingegneri, informatici, esperti di dati, tecnici, economisti e giuristi specializzati.
Un capitolato tecnologicamente avanzato scritto senza le competenze necessarie può trasformarsi rapidamente in ritardi e contenziosi.
L’Italia deve quindi investire anche nella professionalizzazione delle stazioni appaltanti, concentrando le gare tecnologicamente più complesse nelle strutture realmente capaci di gestirle.
Aggregare, innovare e misurare
Il Centro Studi Confedercontribuenti – Italia Imprese propone tre direttrici immediate.
Aggregare una quota della domanda pubblica in programmi pluriennali nei settori strategici, evitando l’eccessiva polverizzazione delle commesse.
Comprare prestazioni e risultati, anziché limitarsi a indicare prodotti predeterminati, lasciando alle imprese la possibilità di proporre soluzioni tecnologiche migliori.
Misurare annualmente quanta parte della domanda pubblica viene destinata all’innovazione, alle PMI e allo sviluppo delle filiere strategiche.
A queste tre direttrici se ne aggiunge una trasversale: più trasparenza e più concorrenza effettiva.
Finocchiaro: «Ogni euro pubblico deve generare valore»
«Stiamo parlando di quasi 310 miliardi di euro ogni anno. Non possiamo considerarli semplicemente una voce amministrativa di spesa», afferma Carmelo Finocchiaro, presidente di Confedercontribuenti.
«Sono risorse che provengono dai contribuenti e ogni euro pubblico deve produrre il miglior risultato possibile. Oltre al bene o al servizio acquistato dobbiamo chiederci quanto quell’euro contribuisca alla modernizzazione del Paese, alla concorrenza, alla crescita delle PMI, all’occupazione e all’innovazione».
Per Finocchiaro, «l’Italia ha bisogno di una Pubblica amministrazione capace di utilizzare la propria forza di acquisto per accompagnare la trasformazione del sistema produttivo. Meno frammentazione, più trasparenza, maggiore concorrenza e competenze tecniche nelle stazioni appaltanti».
Dai capitolati le scelte che possono cambiare l’Italia
La questione, dunque, non è spendere di più.
È spendere meglio ciò che già spendiamo.
Con quasi 310 miliardi di appalti pubblici l’anno, lo Stato dispone di una capacità di domanda tale da poter contribuire alla trasformazione tecnologica e industriale dell’Italia.
Quei miliardi possono limitarsi a finanziare l’esistente oppure diventare investimenti indiretti nella competitività futura.
La spesa pubblica può costruire il futuro.
E una parte importante di quel futuro può cominciare proprio dai capitolati: più concorrenza, PMI protagoniste, innovazione, competenze, trasparenza e crescita.
Centro Studi Confedercontribuenti – Italia Imprese




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