Indennità, Lo Presti: ‘Valorizzare tutti non significa cancellare la specificità degli infermieri’ – Infermieristicamente


Indennità, Lo Presti: ‘Valorizzare tutti non significa cancellare la specificità degli infermieri’

 

Il dibattito sull’equiparazione delle indennità delle professioni sanitarie riapre una questione che va oltre gli importi in busta paga: pari dignità significa necessariamente stesso riconoscimento economico? Per Salvatore Lo Presti, infermiere, sindacalista NurSind-CGS e docente universitario, la risposta è no. «Se le altre professioni devono essere maggiormente valorizzate, si trovino nuove risorse. Ma non si può farlo rendendo indistinguibile l’indennità nata per riconoscere la specificità infermieristica».

La valorizzazione delle professioni sanitarie è una necessità che nessuno dovrebbe mettere in discussione. Tecnici sanitari, professionisti della riabilitazione, della prevenzione e tutte le altre figure che contribuiscono al funzionamento del Servizio sanitario nazionale devono poter contare su retribuzioni coerenti con competenze, responsabilità e condizioni nelle quali esercitano la propria attività.

Ma valorizzare tutti significa necessariamente riconoscere a tutti la stessa indennità?

È da questa domanda che parte la riflessione di Salvatore Lo Presti, infermiere, sindacalista NurSind-CGS, docente universitario a contratto di Organizzazione ed Economia Sanitaria e laureato magistrale in Scienze Economico-Aziendali, che interviene nel dibattito sulla richiesta di portare le indennità riconosciute alle altre professioni sanitarie allo stesso livello di quella attribuita a infermieri e ostetriche.

La sua posizione parte da una premessa precisa: non esiste una graduatoria di dignità tra le professioni sanitarie, ma questo non significa che formazione, funzioni, responsabilità e condizioni di lavoro siano sovrapponibili.

«La valorizzazione di tutte le professioni sanitarie è legittima e va sostenuta. Ma non può essere realizzata cancellando le differenze che hanno giustificato il riconoscimento della specificità infermieristica. Se per valorizzare una professione dobbiamo rendere indistinguibile il riconoscimento attribuito a un’altra, non stiamo creando equità: stiamo semplicemente spostando il problema».

Indennità diverse perché diversi sono i presupposti

Lo Presti richiama innanzitutto la struttura dello stesso contratto collettivo, che distingue l’indennità di specificità infermieristica dall’indennità per la tutela del malato e la promozione della salute riconosciuta alle altre professioni sanitarie.

Non si tratta soltanto di due denominazioni differenti. La scelta contrattuale di costruire due istituti distinti risponde, nella lettura dell’autore, alla volontà di riconoscere specificità professionali differenti.

«Se il contratto avesse voluto riconoscere una generica indennità comune a tutte le professioni sanitarie, avrebbe potuto farlo. Ha invece individuato istituti diversi. Questo significa che il tema non può essere ridotto semplicemente alla domanda: perché uno prende di più e l’altro di meno? Prima bisogna chiedersi quale condizione ciascuna indennità intenda riconoscere».

Portare progressivamente i due istituti allo stesso valore economico, secondo Lo Presti, rischierebbe quindi di svuotare l’indennità di specificità infermieristica della funzione per la quale è stata istituita, trasformandola di fatto in una componente economica indistinta.

«Equità non significa dare a tutti la stessa cifra»

È qui che si trova il cuore della sua argomentazione.

Pari dignità professionale ed equità retributiva non sono sinonimi di uniformità. Professioni differenti possono avere lo stesso livello di dignità e meritare tutte una maggiore valorizzazione, pur mantenendo riconoscimenti economici differenti quando differenti sono i presupposti che li giustificano.

«Equità non significa attribuire automaticamente a tutti la stessa indennità. Significa destinare risorse adeguate e proporzionate alla formazione, alle responsabilità, ai rischi e alle condizioni nelle quali ogni professione viene concretamente esercitata. Possiamo essere tutti professionisti sanitari senza per questo svolgere lo stesso lavoro».

Per Lo Presti il rischio è che il principio, condivisibile, della pari dignità venga trasformato in qualcosa di diverso: l’idea che ogni specificità debba necessariamente produrre il medesimo riconoscimento economico.

L’esempio del Pronto soccorso: non tutte le indennità devono spettare a tutti

Per spiegare il ragionamento, l’autore utilizza un esempio molto concreto: l’indennità di Pronto soccorso.

È un riconoscimento collegato alle particolari condizioni nelle quali viene svolta l’attività nei servizi di emergenza-urgenza. Un infermiere che lavora in Medicina, Chirurgia, Terapia intensiva o in un altro servizio non può rivendicarla automaticamente soltanto perché appartiene alla stessa professione.

«Un infermiere che non lavora in Pronto soccorso può riconoscere che chi opera stabilmente in quel contesto affronta condizioni che giustificano un’indennità specifica. Questo non rende l’infermiere di Medicina o di Terapia intensiva meno importante: significa semplicemente riconoscere una particolare condizione di lavoro».

Eppure, ricorda Lo Presti, proprio sull’indennità di Pronto soccorso non sono mancate negli anni rivendicazioni volte ad ampliare la platea dei beneficiari, secondo quella che sintetizza provocatoriamente come la logica del “siamo tutti Pronto soccorso”.

Da qui il parallelismo:

«Non siamo tutti Pronto soccorso, così come non svolgiamo tutti la professione infermieristica. Riconoscere una specificità non significa stabilire chi vale di più. Significa riconoscere che esistono attività, responsabilità e condizioni differenti».

Cosa rende specifico il lavoro infermieristico

La rivendicazione, sottolinea Lo Presti, non dovrebbe essere fondata semplicemente sul nome della professione, ma sulle caratteristiche concrete dell’attività assistenziale.

L’infermiere garantisce continuità assistenziale nelle ventiquattro ore, prende contemporaneamente in carico più persone, effettua sorveglianza clinica, somministra e monitora terapie, identifica cambiamenti nelle condizioni dell’assistito, affronta situazioni impreviste e mantiene una relazione continuativa con pazienti e familiari.

Non si tratta generalmente di un intervento circoscritto a una singola prestazione. La presenza infermieristica accompagna il paziente lungo il percorso assistenziale e, soprattutto nei contesti ospedalieri, attraversa l’intera giornata e l’intera notte.

«L’infermiere è accanto al paziente quando le condizioni cambiano, quando una terapia deve essere somministrata e monitorata, quando compare un problema inatteso, quando bisogna riconoscere precocemente un deterioramento e attivare gli interventi necessari. È una responsabilità continuativa che deve essere considerata quando si parla di specificità».

Questo, precisa l’autore, non sottrae valore al lavoro degli altri professionisti. Serve piuttosto a spiegare quale realtà professionale l’indennità infermieristica intenda riconoscere.

Anche la formazione non è perfettamente sovrapponibile

Lo Presti porta poi il confronto sul terreno della formazione universitaria, introducendo un dato che considera particolarmente significativo.

I corsi di laurea delle professioni sanitarie appartengono allo stesso livello accademico e prevedono 180 CFU, ma il valore convenzionale attribuito al credito formativo non è identico in tutti i percorsi.

Per la generalità dei corsi universitari, un CFU corrisponde normalmente a 25 ore di impegno complessivo dello studente. Nei corsi delle professioni sanitarie per i quali la normativa prevede una diversa quantificazione – tra cui Infermieristica e Ostetricia – il credito può corrispondere a 30 ore.

Da qui il calcolo utilizzato dall’autore per rendere immediatamente comprensibile la differenza: 180 CFU moltiplicati per 30 ore equivalgono convenzionalmente a 5.400 ore, contro le 4.500 che deriverebbero dall’applicazione del parametro ordinario di 25 ore.

«Il numero nominale dei crediti resta 180 e il titolo conserva naturalmente il suo valore legale. Ma sostenere che, siccome i CFU sono gli stessi, sia necessariamente identico anche il carico formativo significa non considerare quante ore corrispondono a ciascun credito».

Lo Presti propone anche una comparazione puramente aritmetica: rapportando 5.400 ore al parametro ordinario di 25 ore per credito, il risultato sarebbe 216 CFU teorici.

Ed è proprio sulla parola “teorici” che occorre mantenere chiarezza: la laurea in Infermieristica resta una laurea da 180 CFU e non acquisisce giuridicamente un valore di 216 CFU. Il calcolo serve esclusivamente a rappresentare la maggiore intensità oraria del percorso.

«Non sostengo che un infermiere consegua una laurea da 216 crediti. Sarebbe tecnicamente sbagliato. Dico che, se utilizziamo lo stesso parametro orario ordinario, il carico delle 5.400 ore rende immediatamente visibile una differenza che il semplice numero dei 180 CFU nasconde».

«Stesso livello del titolo non significa formazione identica»

Per l’autore è proprio questo uno dei punti che dovrebbero essere maggiormente considerati nel confronto politico e sindacale.

La pari dignità accademica dei titoli non implica necessariamente identità dei percorsi formativi, così come l’appartenenza alla stessa grande area delle professioni sanitarie non rende automaticamente sovrapponibili attività e responsabilità.

«Non utilizzo questo dato per sostenere che una professione abbia maggiore dignità di un’altra. Lo utilizzo per dire che le differenze esistono. Se chiediamo che la formazione sia uno degli elementi utilizzati per costruire il riconoscimento economico, allora dobbiamo guardare anche al suo carico effettivo e non soltanto al numero scritto accanto ai CFU».

Ed è qui che formazione e retribuzione tornano a incontrarsi.

Secondo Lo Presti, una maggiore intensità formativa non determina automaticamente il diritto a un’indennità più elevata, ma rappresenta uno degli elementi che, insieme alle responsabilità, alle condizioni di lavoro e alle caratteristiche dell’esercizio professionale, possono legittimamente entrare nella costruzione delle politiche retributive.

Il punto non è togliere agli altri, ma aggiungere risorse

È probabilmente il passaggio politicamente più importante della riflessione.

Lo Presti non contesta la richiesta delle altre professioni sanitarie di ottenere un maggiore riconoscimento economico. Al contrario, ritiene che, quando una professione è sottovalutata, la risposta debba essere reperire risorse aggiuntive per valorizzarla.

Ciò che contesta è l’utilizzo dell’equiparazione all’indennità infermieristica come strumento per raggiungere questo risultato.

«Se i tecnici sanitari o gli altri professionisti ricevono un’indennità considerata insufficiente, la risposta deve essere aumentare le risorse destinate a quelle professioni. Non vedo perché la loro valorizzazione debba necessariamente passare dall’azzeramento della distanza rispetto all’indennità infermieristica».

Per l’autore, un aumento che produca automaticamente l’appiattimento dei due istituti rischierebbe di risolvere una disparità creandone un’altra.

«Valorizzare una professione non dovrebbe richiedere di svalutare relativamente un’altra. Le risorse devono crescere, non essere utilizzate per cancellare le specificità».

Il richiamo anche ai sindacati generalisti

La riflessione non si rivolge soltanto a Governo e Regioni.

Lo Presti chiama direttamente in causa anche le organizzazioni sindacali generaliste, alle quali chiede di tenere conto delle differenze professionali quando costruiscono le proprie piattaforme rivendicative.

«Un sindacato che rappresenta contemporaneamente molte professioni ha certamente il compito di tutelarle tutte. Ma proprio per questo dovrebbe evitare che il principio della rappresentanza generale diventi un appiattimento delle specificità. Pari dignità non significa che formazione, funzioni, responsabilità e condizioni di lavoro siano identiche».

Il punto, quindi, non sarebbe creare una competizione tra infermieri, tecnici, ostetriche o altre professioni, ma costruire un sistema indennitario capace di riconoscere ciò che effettivamente distingue le diverse attività.

Per gli infermieri la richiesta è un’altra: aumentare l’indennità di specificità

Lo Presti sposta infine il ragionamento sulla rivendicazione infermieristica.

Per il NurSind-CGS, sostiene, il problema non è difendere semplicemente l’attuale distanza economica dalle altre professioni. È chiedere che l’indennità di specificità infermieristica venga significativamente aumentata, perché il suo valore attuale non sarebbe più adeguato rispetto all’evoluzione della professione.

Formazione, responsabilità clinico-assistenziali, turnazione sulle 24 ore, notti, festivi, crescente complessità dei pazienti, carenza di personale e difficoltà del Servizio sanitario nel trattenere professionisti esperti sono gli elementi sui quali, secondo l’autore, dovrebbe essere costruita la nuova rivendicazione.

«Non chiediamo che gli altri abbiano meno. Chiediamo che agli infermieri venga riconosciuto di più. Sono due cose profondamente diverse».

Da qui la richiesta rivolta al legislatore:

«Nei prossimi interventi legislativi devono essere stanziate risorse aggiuntive per incrementare in maniera significativa l’indennità di specificità infermieristica. Se anche l’indennità destinata alle altre professioni sanitarie è insufficiente, si trovino ulteriori risorse per aumentarla. Ma non si utilizzi l’equiparazione come scorciatoia per rendere indistinguibili riconoscimenti che sono nati per ragioni differenti».

«Non siamo tutti Pronto soccorso, così come non svolgiamo tutti la professione infermieristica»

È la frase con cui Lo Presti sintetizza l’intera riflessione.

Non significa negare il lavoro degli altri professionisti e neppure sostenere che esista una professione sanitaria di serie A e una di serie B. Significa sostenere un modello nel quale pari dignità e specificità possano convivere.

«Siamo professionisti sanitari con pari dignità, ma questo non significa che abbiamo formazione, funzioni, responsabilità e condizioni di lavoro identiche. Pretendere che queste differenze vengano riconosciute non divide le professioni: dà sostanza alle loro specificità».

Ed è su questo terreno che, secondo l’autore, dovrebbe svilupparsi il confronto futuro sulle indennità: non stabilire chi “merita” più degli altri, ma individuare quali condizioni ciascun istituto economico intenda compensare o valorizzare e destinare risorse coerenti con quelle condizioni.

Per Lo Presti, quindi, difendere l’indennità infermieristica non significa contrapporsi agli altri lavoratori della sanità. Significa rappresentare una professione alla quale negli anni sono state attribuite responsabilità sempre maggiori e che oggi chiede che questa evoluzione trovi finalmente una corrispondenza anche sul piano economico.

«Il Servizio sanitario non ha bisogno di una guerra tra professioni. Ha bisogno di professionisti valorizzati. Ma valorizzare significa riconoscere anche le differenze. Non chiediamo di togliere agli altri: chiediamo che la specificità infermieristica non venga cancellata proprio nel momento in cui dovrebbe essere rafforzata».

Salvatore Lo Presti
Infermiere, sindacalista NurSind-CGS, docente universitario a contratto di Organizzazione ed Economia Sanitaria
Laureato magistrale in Scienze Economico-Aziendali

 

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1 Quotidiano Sanità, L’equiparazione è una misura dovuta, 11 settembre 2026.

2 CCNL Comparto Sanità 2022-2024, articoli 65 e 66.

3 Decreto interministeriale 19 febbraio 2009, articolo 6.

4 Direttiva 2005/36/CE, articolo 31, testo consolidato.

5 CCNL Comparto Sanità 2022-2024, articolo 69 (Indennità di pronto soccorso).


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