“Il futuro appartiene a coloro che si preparano per esso oggi.” (Malcom X) A settembre iniziano a soffiare i primi venti di autunno e si apre, puntualmente, il rituale relativo all’approvazione del Documento Programmatico di Finanza Pubblica che rappresenta un vero banco di prova per il Ministero dell’Economia e per l’intero Esecutivo poiché è qui che le narrazioni d’inizio anno devono fare i conti con i saldi di bilancio vincolati dal nuovo Patto di Stabilità europeo.
In primavera si ipotizzava un percorso di crescita capace di spingere il PIL reale attorno all’1%, purtroppo il quadro macroeconomico si preannuncia tutt’altro che esaltante e il consensus, basato sull’andamento dei dati, ipotizza un tasso di crescita compreso nell’intervallo tra il +0,5% e il +0,7%. L’effetto rimbalzo del dopo-pandemia e il doping contabile dei bonus edilizi, che ha lasciato postumi depressivi sui saldi pubblici da record, sono finiti e, contemporaneamente, il rallentamento dell’industria tedesca unita alla situazione geopolitica non esattamente rosea che stanno riducendo la domanda estera sull’export (comunque da record) mettono un freno alla crescita interna che non riesce a beneficiare appieno nemmeno dei fondi PNRR per via della cronica lentezza, soprattutto burocratica, nella messa a terra delle iniziative. Tutto questo crea un contesto in cui la crescita reale si assottiglia continuamente facendo venir meno quella crescita, almeno nominale, che permetta di trovare le risorse per le coperture della prossima Legge di Bilancio.
Già, quella Legge di Bilancio dove “la lista della spesa” è già scritta e politicamente intoccabile e a cui servono tra i 25 e i 30 miliardi di euro solo per confermare le misure di tutela dei redditi medio-bassi, in primis la proroga del taglio del cuneo contributivo e la stabilizzazione delle tre aliquote IRPEF, oltre a risorse minime per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego e per il Fondo Sanitario Nazionale, senza contare la voce “varie ed eventuali” che, come mostra il caos sui prezzi dei carburanti negli ultimi mesi, diventa una variabile di non poco conto.
Come si intende coprire questa manovra in deficit sostanzialmente zero? La domanda è quella corretta, perché i margini di manovra sono risicati e il ricorso a un deficit spending non è contemplato, per proseguire lungo quella linea di rigore nei conti che ha permesso alla finanza pubblica italiana di ritrovare quella credibilità che si era smarrita da tempo e che si era polverizzata con la narrazione dei bonus di qualche anno fa, ed è qui che emerge il solito vizio della politica economica italiana: invece di aggredire con coraggio le inefficienze strutturali della macchina statale, le anticipazioni e i rumor sul DPFP indicano che il modus operandi non si discosterà da quelli già visti in passato.
Il primo punto è il ventilato riordino delle tax expenditures dove una sfoltita e una razionalizzazione della giungla dei oltre 600 voci di agevolazione fiscale sarebbe, in realtà, assai opportuna (anche solo per i risparmi di struttura nell’individuazione delle basi imponibili oggetto delle agevolazioni e per il loro controllo ex post) ma che non può essere pensata come una sorta di “tesoretto” da sforbiciare perché introdurre tetti alle detrazioni o meccanismi di décalage basati sul reddito (con la solita stangata che rischia di colpire chi dichiara oltre 50.000 euro) non è altro che un modo elegante per innalzare la pressione fiscale reale senza toccare in alcun modo le aliquote nominali.
Il secondo punto è la ricorrente tentazione di battere cassa presso il comparto bancario e assicurativo, mascherando i prelievi sotto la dicitura di “contributi di solidarietà” o con l’ormai consueto ed esplicito argomento demagogico degli “extraprofitti”. In un’economia di mercato, il margine di interesse generato da un ciclo di tassi normalizzati dopo un decennio di tassi negativi non rappresenta un guadagno patologico da punire, quanto un recupero di redditività del capitale di rischio in un settore che costituisce il principale investitore istituzionale nel Paese poiché banche e assicurazioni sono i soggetti che garantiscono la tenuta delle aste dei BTP e che assorbono il rischio di credito di un tessuto produttivo frammentato, composto in gran parte da PMI scarsamente capitalizzate e dipendenti in modo quasi esclusivo dal canale creditizio. Penalizzare i bilanci di banche e assicurazioni, anche attraverso artifizi contabili come il rinvio della deducibilità delle DTA (Deferred Tax Assets), significa solo eroderne i coefficienti patrimoniali e ridurre la loro capacità di erogare impieghi con il risultato finale di una nuova stretta sul credito già innescata dalla miope e inopportuna politica monetaria della BCE, che andrà a soffocare proprio quel sistema d’impresa che a parole si dichiara di voler proteggere.
Quello che, però, lascia veramente perplessi, anche dinanzi all’operato di professionisti della finanza pubblica di comprovata stima internazionale come il ministro Giorgetti, è il non aver puntato sul lato delle uscite inefficienti per ottimizzare la spesa pubblica. Qualsiasi centro studi economico rigoroso individua in oltre 200 miliardi di euro all’anno la quota di spesa pubblica per consumi intermedi, trasferimenti e sussidi che potrebbe essere ottimizzata a parità di servizi erogati ai cittadini.
I piani di razionalizzazione stilati nel tempo da economisti come Carlo Cottarelli e Roberto Perotti indicavano con estrema precisione dove intervenire senza sfiorare la sanità o l’istruzione con la centralizzazione vincolante di tutte le gare di appalto della PA su piattaforme come Consip, l’imposizione di prezzi di riferimento ed eliminando le abissali differenze di spesa tra Regioni per gli stessi beni e servizi, la liquidazione o l’accorpamento forzato di migliaia di società partecipate locali in perdita cronica, nate e mantenute in vita unicamente per distribuire poltrone nei Consigli di Amministrazione, la cancellazione dei contributi a fondo perduto e dei micro-incentivi a pioggia per le imprese, sostituendoli con strumenti di credito selettivi e ad alto valore aggiunto tecnologico, l’azzeramento degli affitti passivi pagati dallo Stato a privati, valorizzando l’immenso patrimonio immobiliare pubblico oggi inutilizzato.
Perché queste riforme non entrano mai nel Documento Programmatico? La risposta è squisitamente politica: tagliare la spesa inefficiente significa colpire rendite di posizione strutturate, provocando le proteste immediate e concentrate di gruppi di interesse ben precisi mentre ridurre le detrazioni al ceto medio o rinviare un beneficio fiscale alle banche richiede solo una riga di testo in Legge di Bilancio con effetti di cassa immediati e malcontento, invece, diluito nel tempo.
Il DPFP che si appresta a vedere la luce sarà probabilmente un documento impeccabile nella forma e nella quadratura formale dei conti, capace di rassicurare i mercati finanziari e i burocrati di Bruxelles sul rispetto della traiettoria del deficit ma sotto il profilo della visione economica generale, rischia di confermare i soliti lacci che frenano ogni vento riformistico nel Paese, rinunciando a riformare la propria spesa pubblica inefficiente per continuare a vivacchiare di ingegneria contabile e prelievi congiunturali. Finché la politica economica sarà basata sulla necessità di chiudere i saldi di cassa da un anno all’altro invece che su una politica industriale pluriennale, difficilmente l’Italia potrà riagguantare un percorso di crescita stabile e continuerà a rincorrere le emergenze accontentandosi di una stasi che, ormai, dura da più di un terzo di secolo.
Due cose che potrebbero, però, scompigliare le carte sul tavolo saranno l’introduzione di un sistema unico di contabilità economico-patrimoniale basato sul principio della competenza economica (accrual) per tutte le amministrazioni pubbliche italiane, come previsto dalla Riforma 1.15 del PNRR, e il continuo miglioramento dei conti pubblici, come indicato da tutti gli osservatori internazionali ma i risultati li vedremo, credibilmente, non prima di un paio di anni.
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