L’esperienza di Livio Bertola e dell’Economia di Comunione. L’impresa a misura di persona


Spostare lo sguardo dal solo profitto e mettere le persone e il loro benessere al centro per una nuova economia. È il punto centrale dell’Economia di Comunione, il “metodo” che muove i suoi passi dall’intuizione di Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari.

In una società che è portata a considera l’utile come unica parola d’ordine, sembra difficile immaginare che si possa crescere come impresa di più e meglio mettendo invece al centro il benessere delle persone, dell’ambiente e della società.

A Marene dopo aver conosciuto la miseria

L’esempio emblematico lo offre il Bertola group di Marene, storica azienda fondata nel 1946 da una precedente esperienza torinese nata nel 1929.

Era infatti il 1929 quando Michele Bertola avviò a Torino un’azienda di nichelatura. A causa dei continui bombardamenti su Torino, decise di aprire una piccola attività anche a Marene: qui, nel 1946, i fratelli Michele, Antonio e Giuseppe costituirono una nuova società, la “Officina Galvanica Bertola“, specializzata in trattamenti galvanici, smerigliatura e lucidatura metalli.

L’azienda offrì lavoro ad una cinquantina di dipendenti già nei primi anni ’50, per poi salire fino a 107 unità, prima di una progressiva automazione degli impianti.

Dopo successive trasformazioni e modifiche, si approdò alla Bertola Srl, leader nel settore dei trattamenti galvanici per conto terzi, guidata con la moglie Teresina da Livio Bertola, insieme a tre dei loro quattro figli, terza generazione in azienda e dalla sorella, residente all’estero.

“L’azienda compie 80 anni. Nonostante i bombardamenti e le difficoltà, mio padre e i miei zii hanno voluto andare avanti. Erano partiti per Torino perché lavoro qui non ce n’era; erano in tanti allora ad andarsene. Avevano conosciuto la miseria e quindi decisero di aprire un’officina e dare lavoro a tante persone come loro” racconta Livio Bertola.

La storia dell’azienda sembra quella di tante altre. Finisce la guerra e inizia il boom economico che, però, per l’officina Galvanica Bertola significa crisi.

“Il boom ha coinciso con il consumismo, il mercato dell’usa e getta. I nostri trattamenti sono di alta qualità e le aziende non li volevano più. Preferivano fornitori a basso costo, di resa minore, lavorazioni fatte per durare poco e creare consumo”.

Ecco che l’azienda affronta un periodo di contrazione importante a cavallo tra gli Anni ‘80 e i ‘90. Dei 50 dipendenti ne restano una decina:

“Abbiamo rischiato il fallimento, la chiusura, ma abbiamo stretto i denti, cercato di diversificare il settore e siamo tornati a risalire a una trentina di collaboratori”.

L’incontro con l’Economia di Comunione

L’anno spartiacque è il 1991. La famiglia Bertola viene a sapere dell’intuizione dell’economia di comunione avuta da Chiara Lubich in Brasile che vedendo le favelas con la loro estrema povertà addossate a centri di potere ricchissimi rappresentati da moderni e lussuosi grattacieli, inizia a pensare a un principio basilare, ma rivoluzionario: se tanti delle comunità si fossero uniti mettendo a disposizione anche il poco dei propri risparmi e poi dati da gestire a bravi imprenditori per farli fruttare creando nuove aziende o poli industriali per il bene comune, questo avrebbe portato a un miglioramento complessivo della società civile.

Il principio si basa su tre pilastri fondamentali: senza abbandonare la strada del profitto, condizione necessaria per il benessere complessivo dell’impresa, mantenendo la totale libertà di scelta, si propone all’imprenditore di investire parte del profitto in azienda, per continuare a farla crescere e innovare, parte in formazione del personale, mettendo al centro il bene comune e trasmettendo il valore della “cultura del dare e, compatibilmente con gli utili, di destinarne una parte in dono per persone, imprese, comunità bisognose che credano in questo nuovo modo di fare economia.

“La rivoluzione sta nel distogliere lo sguardo dall’accumulo di profitto, per mettere le persone, l’ambiente, il benessere comune al centro – prosegue Bertola -. In fin dei conti è quello che hanno fatto grandissimi imprenditori come Adriano Olivetti e Michele Ferrero. Hanno creato imperi industriali cercando sempre di investire nel bene comune”.

L’Aipec

L’intuizione di Chiara Lubic si diffonde rapidamente in tutto il mondo. In Italia viene preso molto sul serio da una serie di imprenditori che, nel 2012, fondano l’Aipec presieduta dalla sua nascita proprio da Livio Bertola:

“L’Aipec è un’associazione di imprenditori, professionisti, aziende, lavoratori, studenti, persone della società civile che credono nella cultura del dare. Si ispira all’Economia di Comunione, ma è apartitica, apolitica e aconfessionale. È per tutte le persone di buona volontà. Il principio su cui ci basiamo è quello teorizzato da Chiara Lubich, siamo felici se i soci aderenti credono in qualche Dio, ma anche se non hanno il dono di una fede religiosa. Il punto fondamentale è che credano nel valore del dono, della comuniione”.

A dare fondamento all’Economia di Comunione anche nomi noti dell’economia “civile” come Stefano Zamagni, suor Alessandra Smerilli, Luigino Bruni o il laicissimo e compianto Carlin Petrini.

“La prima cattedra di economia in una università è stata istituita nel 1753 dall’abate Antonio Genovesi a Napoli. Si chiamava economia civile. Purtroppo intorno al 1760 Adam Smith teorizzò il concetto della mano invisibile partendo dal presupposto che l’uomo è profondamente individualista. È la nascita del capitalismo, dell’economia politica da cui hanno preso le mosse gran parte delle teorie economiche successive. Ma dove siamo andati a finire? Il capitalismo individualista ha dimostrato di essere carente, certamente non più all’altezza delle gravissime sfide attuali. Imprenditori che accumulano capitali al di fuori delle aziende, invece di reinvestirli con la conseguente difficoltà ad affrontare le crisi”.

Crescere di più e meglio insieme agli altri

La prova del nove dell’efficacia dell’economia di Comunione Bertola l’ha toccata con mano nel periodo del Covid.

“Quando è scoppiata la pandemia eravamo in 26 in azienda ed eravamo tutti spaventati. Le aziende chiudevano, i lavoratori venivano lasciati a casa – racconta Livio Bertola -. Bmw ci chiede una grossa commessa, vuole lanciare sul mercato la R18, una moto in stile Harley Davidson tutta cromata, e ci chiede di realizzare 20mila serie di componenti.

Si trattava di un lavoro pazzesco, bisognava investire, indebitarsi ancora una volta, almeno raddoppiare subito il personale e formarlo.

Mi sono seduto intorno a un tavolo con la mia famiglia e ci siamo detti ‘se crediamo veramente nell’Economia di Comunione, è il momento di dimostrarlo’.

Siamo andati alla ricerca del personale tra coloro che nessuno voleva, ai margini del mercato del lavoro: i rifugiati ospitati al Ramè, gli esodati delle aziende troppo anziani per essere ricollocati, persone che gravitavano intorno alla San Vincenzo.

Abbiamo inserito anche molte donne, mamme, formandole non solo al lavoro, ma al prendersi cura degli altri e abbiamo raddoppiato il personale.

Ci siamo basati sui principi della gratuità nella reciprocità, della fraternità, sinonimo di comunione.

I lavoratori hanno iniziato a tendere le mani gli uni agli altri, ad favorirsi nei turni in base alle esigenze familiari.

Abbiamo deciso di pagare molto bene le indennità notturne, di concedere part time alle mamme, lunghi periodi di congedo a chi ha la famiglia lontana in modo che possa tornare a casa serenamente, senza rischiare di perdere il posto”.

L’attenzione alla salute e all’ambiente

La cromatura tradizionale è per sua natura composta da bagno galvanico con Cromo esavalente (Cr VI). Il Cromo 6 è altamente tossico e nocivo, e la Bertola, forte di questi principi per il bene comune ha accettato di industrializzare e quindi sviluppare una nuova tecnica di cromatura con Cromo trivalente (Cr lll) che invece non è tossico e nocivo.

È stata tra le prime aziende in Europa ad industrializzarlo, proprio negli anni della pandemia, incontrando il favore entusiasta di grandi gruppi industriali come Bmw, Audi, Ferrari, Brembo, Rolls Royce…

“La cosa che mi fa pensare a un segno della provvidenza è che abbiamo lavorato talmente bene per Bmw che l’azienda ha voluto venire a conoscerci personalmente.

Abbiamo quindi parlato loro dell’Economia civile e di Comunione, del fatto che siamo riusciti in questa impresa con coloro che il mercato attuale avrebbe scartato.

Bmw ha deciso che ogni cromatura ordinata avrebbe dovuto essere trivalente.

In Europa ci eravamo dimostrati i migliori in qualità, competitività e velocità nelle consegne. La conseguenza, anche commerciale, è che ora molti nuovi clienti anche stranieri ‘fanno a gara’ per conoscerci e in questo modo abbiamo anche l’opportunità di diffondere il valore dei nostri principi”.

Un’economia che dà profitto aggiungendo dignità agli individui, che si basa sull’idea del buon padre di famiglia:

“Come si vive la reciprocità in famiglia, così può accadere in azienda. Fare del bene fa stare bene”.

Non resta che provarci.

I “primi” 80: guardare al passato per costruire il futuro

Sabato 19 settembre l’azienda marenese aprirà le sue porte e offrirà alla cittadinanza un concerto dei Gen Verde ne parco di Palazzo Galvagno. Una giornata dal titolo evocativo: “Le radici del futuro”, un modo per guardare al passato per costruire il domani: “Ottant’anni sono un traguardo importante, ma per noi non vogliono essere soltanto un’occasione per guardare indietro – spiega Livio Bertola -. La nostra storia ci ricorda da dove veniamo e quali valori ci hanno accompagnato fin qui, ma ci chiede anche di pensare a ciò che vogliamo costruire per il futuro. È questo il senso che abbiamo voluto dare a “Le radici del futuro”: continuare a innovare e a crescere senza perdere di vista le persone, l’ambiente e il territorio. Anche la scelta di presentare proprio quest’anno il nostro primo Bilancio di Sostenibilità nasce da qui: dal desiderio di raccontare con trasparenza ciò che abbiamo fatto e di assumerci nuovi impegni per gli anni che verranno”


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