Caro affitti e costo della vita stanno rendendo sempre più difficile accettare una cattedra lontano da casa. In alcune regioni del Nord centinaia di docenti hanno rinunciato all’immissione in ruolo.
C’è un paradosso che rischia di diventare strutturale nella scuola italiana: il posto fisso c’è, ma non sempre conviene accettarlo.
Le operazioni di immissione in ruolo per l’anno scolastico 2026/27 stanno facendo emergere un problema che riguarda soprattutto i docenti provenienti dal Mezzogiorno e destinati a lavorare lontano dalla propria residenza. In diverse regioni del Centro-Nord si registrano infatti rinunce alle nomine a tempo indeterminato, mentre rimangono posti da coprire.
Non si tratta, evidentemente, di un rifiuto del lavoro o della stabilizzazione. Per molti insegnanti il problema è molto più concreto: quanto costa realmente accettare quella cattedra?
Secondo i dati riportati in questi giorni da diverse testate sulla base delle segnalazioni sindacali, in Toscana si contano circa 300 rinunce, mentre in Friuli Venezia Giulia sarebbero 383 i posti rimasti vacanti rispetto alle immissioni autorizzate. In Liguria, inoltre, le nomine effettuate sarebbero state 562 a fronte di 1.407 posti disponibili. In Lombardia restano numerose cattedre da coprire.
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Lo stipendio contro il costo della vita
Il punto centrale della questione è il rapporto tra stipendio e costo della vita.
Per un docente all’inizio della carriera, le cifre indicate nelle analisi pubblicate in questi giorni si aggirano intorno ai 1.450-1.480 euro mensili. Al Nord, però, soprattutto nelle città più care, l’affitto di una stanza può arrivare a 500-800 euro al mese, mentre per un monolocale o un piccolo appartamento si possono superare facilmente i 700-1.000 euro.
Il risultato è facilmente comprensibile.
Un insegnante che accetta una cattedra a centinaia di chilometri da casa non deve sostenere soltanto il costo dell’affitto. Deve aggiungere utenze, spesa alimentare, trasporti, carburante, eventuali pedaggi e, soprattutto, i costi per rientrare periodicamente nella propria regione.
Per chi ha una famiglia rimasta al Sud, la situazione può diventare ancora più difficile: in alcuni casi bisogna mantenere due abitazioni, oppure continuare a pagare un mutuo o un affitto nella città di origine e contemporaneamente sostenere una seconda sistemazione vicino alla scuola.
Un’indagine pubblicata da Orizzonte Scuola ha raccolto testimonianze di docenti fuori sede che arrivano a destinare alle spese ordinarie quasi l’intero stipendio, considerando abitazione, utenze, trasporti e alimentari. In alcuni casi vengono segnalate anche situazioni nelle quali il lavoratore deve sostenere contemporaneamente un mutuo e un secondo affitto.
Il paradosso del posto fisso
È proprio questo il punto più delicato.
Per anni il posto a tempo indeterminato è stato considerato il traguardo naturale dopo una lunga fase di precariato. Per molti docenti meridionali, invece, la stabilizzazione continua a essere legata alla disponibilità a spostarsi verso il Centro-Nord.
Il problema è che il valore economico del posto fisso non è uguale in tutte le aree del Paese.
Uno stipendio identico può avere un potere d’acquisto molto diverso a seconda della città nella quale viene percepito. Una retribuzione che consente di vivere con maggiore tranquillità vicino alla propria famiglia può diventare appena sufficiente, o addirittura insufficiente, quando bisogna pagare un affitto in una città dove il mercato immobiliare è molto più costoso.
E così può accadere che un docente preferisca continuare a fare supplenze vicino casa, magari vivendo con la famiglia o in un’abitazione di proprietà, invece di accettare un contratto a tempo indeterminato lontano centinaia di chilometri.
Non è una scelta facile. È un calcolo economico.
Da Sud a Nord: il problema della mobilità
Il fenomeno riguarda in particolare il personale proveniente dal Mezzogiorno.
Per anni il sistema scolastico ha utilizzato la mobilità geografica come uno degli strumenti per coprire le cattedre disponibili nelle regioni settentrionali. Migliaia di insegnanti hanno accettato di trasferirsi, spesso lasciando famiglia e territorio di origine.
Ma il modello rischia di entrare in crisi quando il costo del trasferimento supera il beneficio economico della stabilizzazione.
Il problema non riguarda soltanto Milano. Anche città e province apparentemente meno costose possono diventare difficili da sostenere quando lo stipendio deve finanziare contemporaneamente casa, trasporti e rientri periodici.
Il caro affitti, quindi, non è più soltanto un problema abitativo: sta diventando anche un problema di reclutamento del personale scolastico.
E per il personale ATA?
La questione riguarda anche il personale ATA.
Per collaboratori scolastici, assistenti amministrativi e assistenti tecnici, gli stipendi sono generalmente inferiori a quelli dei docenti e questo rende ancora più delicato il rapporto tra retribuzione e costo dell’abitazione.
Secondo le stime riportate da Corriere della Sera sulla base di dati sindacali, con una retribuzione intorno ai 1.450 euro e un affitto di 550 euro, oltre un terzo dello stipendio può essere assorbito soltanto dalla casa; per il personale ATA la percentuale può arrivare a sfiorare la metà delle entrate.
Per un lavoratore ATA chiamato ad accettare una sede lontana dalla propria residenza, dunque, il problema può essere persino più pesante.
Ed è qui che il dibattito sul reclutamento incontra quello sul costo della vita.
I sindacati: serve un’indennità per chi lavora fuori sede
Di fronte alle rinunce, le organizzazioni sindacali chiedono interventi specifici.
L’Anief ha proposto di introdurre una indennità per il personale che lavora fuori sede, accompagnata da agevolazioni fiscali sugli affitti e da misure per ridurre il costo dei trasporti. L’obiettivo è rendere economicamente sostenibile l’accettazione delle cattedre nelle aree dove il costo della vita è più elevato.
Anche la UIL Scuola ha evidenziato il problema del caro affitti e del rapporto tra retribuzioni e costo della vita, sottolineando come il fenomeno interessi il personale della scuola in diverse aree del Paese.
Il CNDDU, a sua volta, ha chiesto un confronto con il Ministero, sostenendo che un sistema di reclutamento non dovrebbe essere valutato soltanto sulla base del numero di posti autorizzati e delle nomine effettuate, ma anche sulla capacità di trasformare quelle nomine in rapporti di lavoro realmente sostenibili e stabili.
Il problema non si risolve soltanto assumendo
La vicenda pone una domanda più ampia alla politica.
È sufficiente autorizzare migliaia di assunzioni se poi una parte dei vincitori o degli aventi diritto rinuncia perché non può permettersi di vivere nella sede assegnata?
Probabilmente no.
Il problema delle cattedre scoperte non può essere affrontato esclusivamente aumentando il numero delle immissioni in ruolo. Occorre interrogarsi sulle condizioni economiche che rendono possibile, o impossibile, accettare una sede.
Una politica seria sul reclutamento dovrebbe quindi considerare almeno tre fattori: stipendio, costo della casa e mobilità territoriale.
Per un docente o un ATA che si trasferisce dal Sud al Nord, infatti, il salario non rappresenta l’unico reddito da considerare. Il lavoratore deve fare i conti con una nuova abitazione, con la distanza dalla famiglia e con il costo degli spostamenti.
Il posto fisso torna a essere un lusso?
La domanda è provocatoria, ma il fenomeno merita attenzione.
Se un lavoratore deve rinunciare a una stabilizzazione perché il costo dell’affitto assorbe una quota eccessiva dello stipendio, significa che il problema non riguarda più soltanto la scuola.
Riguarda la capacità dello Stato di garantire condizioni economiche compatibili con la mobilità del lavoro pubblico.
La scuola italiana ha bisogno di insegnanti e personale ATA in tutte le regioni, comprese quelle dove il costo della vita è più alto e quelle più periferiche. Ma non può pensare di risolvere la distribuzione del personale chiedendo sempre allo stesso lavoratore di sostenere personalmente il costo della mobilità.
Il rischio, altrimenti, è quello che si sta già manifestando: posti disponibili che restano vacanti, graduatorie che continuano a scorrere e lavoratori che preferiscono il precariato vicino casa al posto fisso lontano dalla propria famiglia.
E il paradosso è tutto qui: la scuola riesce a offrire il contratto a tempo indeterminato, ma non sempre riesce a renderlo economicamente sostenibile.
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