Le frodi sulla cittadinanza tornano alla ribalta in Italia. Ma il problema è nello ‘iure sanguinis’ o nei controlli?


Un caso di false residenze per brasiliani coinvolge la sindaca di un comune in provincia di Brescia e arriva sul Corriere e su Repubblica; in Sicilia, una vecchia indagine torna nelle notizie. La coincidenza si verifica mentre la riforma italiana affronta a Lussemburgo un test decisivo alla luce del diritto europeo

La cittadinanza italiana dei brasiliani è tornata con forza nelle pagine di cronaca giudiziaria in Italia. A Collio, piccolo comune della provincia di Brescia, dieci persone, tra cui la sindaca Mirella Zanini, sono indagate nell’ambito di un presunto sistema di false residenze utilizzato per consentire a decine di brasiliani di ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana. La notizia, pubblicata dal Giornale di Brescia, ha avuto questo mercoledì, 9 settembre, ampia eco anche sul Corriere della Sera e su Repubblica, due dei principali quotidiani italiani a diffusione nazionale.

Due giorni prima, un’altra notizia riguardante brasiliani e cittadinanza italiana era stata diffusa dall’agenzia Ansa: in Sicilia, la polizia ha eseguito misure cautelari derivanti da un’indagine su corruzione e frodi nelle procedure di riconoscimento iure sanguinis. La vicinanza temporale delle due notizie produce inevitabilmente l’impressione di una nuova ondata di scandali, proprio mentre il ministro italiano degli Affari Esteri, Antonio Tajani, si trova in visita in Brasile e Argentina.

Ma le storie non sono uguali — e non sono nemmeno cominciate adesso. A Collio, l’indagine della Procura di Brescia è il fatto nuovo. Secondo i pubblici ministeri Donato Greco e Viktoria Boga, il meccanismo sarebbe stato attivo almeno dal 2015. Brasiliani avrebbero ottenuto iscrizioni anagrafiche di residenza soltanto sulla carta per poi avviare il riconoscimento amministrativo della cittadinanza italiana. La sindaca Mirella Zanini è indagata, in questa fase, per ipotesi che comprendono corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, falsità materiale e ideologica in atti pubblici e violazioni delle norme relative all’ingresso e al soggiorno degli stranieri in Italia.

Sono inoltre sotto indagine la responsabile dell’ufficio anagrafe di Collio, un’altra dipendente comunale e la responsabile dello stesso settore nel comune di Orzivecchi, dove gli investigatori sospettano l’esistenza di un meccanismo analogo.

La sindaca ha confermato di aver ricevuto un’informazione di garanzia, ha respinto le accuse e ha affermato di avere piena fiducia nella magistratura. “Non mi riconosco nelle accuse che mi vengono rivolte”, ha dichiarato, aggiungendo di essere certa di poter dimostrare la correttezza del proprio operato. Zanini ha lasciato l’incarico di assessora della Comunità Montana di Valle Trompia, ma resta sindaca di Collio.

Repubblica ha aggiunto elementi ancora più gravi alla ricostruzione dell’accusa. Secondo il quotidiano, gli intermediari avrebbero chiesto agli interessati tra 3 mila e 10 mila euro. La sindaca avrebbe ricevuto 300 euro per circa quindici persone e, in un’altra occasione, un iPhone 14. L’articolo parla inoltre di problemi che non si limiterebbero alla residenza: vi sarebbero pratiche ritenute false anche sotto il profilo genealogico.

Una cosa è che un discendente effettivamente italiano dichiari falsamente la propria residenza in Italia per utilizzare la procedura amministrativa comunale. La frode, in questo caso, riguarda la residenza e il percorso utilizzato per ottenere il riconoscimento. Altra cosa è fabbricare o manipolare la stessa linea di discendenza da cui deriverebbe la cittadinanza. In quel caso la falsità può colpire il presupposto stesso del diritto rivendicato. In entrambi i casi, se provati, si tratta di frode. Ma giuridicamente non sono la stessa frode.

NON È COMINCIATO ADESSO

L’episodio diffuso dall’Ansa il 7 settembre richiede una precisazione cronologica ancora più importante. L’indagine di Agrigento non è nuova. Secondo la stessa Polizia di Stato, gli accertamenti sono iniziati nel maggio 2023 e si sono conclusi nell’aprile 2025. Al termine, 23 persone sono state deferite alla Procura per ipotesi di corruzione, falsità, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, riciclaggio di denaro e impiego di risorse di provenienza illecita, tutte collegate, in diversa misura, a procedure amministrative per il riconoscimento della cittadinanza italiana di brasiliani.

Il fatto nuovo si è verificato adesso perché, il 3 settembre 2026, la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi contro misure cautelari precedentemente disposte dal Tribunale del Riesame di Palermo. Ciò ha consentito la custodia cautelare del titolare di un’agenzia di servizi e la sospensione, per sei mesi, di un’ispettrice della Polizia Municipale di Porto Empedocle.

Ansa Brasil ha presentato l’episodio il giorno 7 con il titolo “L’Italia indaga su un nuovo sistema di frodi sulla cittadinanza per brasiliani”. Nel corpo del testo, tuttavia, ha aggiunto un elemento che non compare nel comunicato della polizia: dopo aver menzionato altri casi di corruzione e false residenze, ha affermato che questo tipo di problema sarebbe stato “uno dei motivi” che hanno portato il governo di Giorgia Meloni a restringere l’accesso alla cittadinanza iure sanguinis.

È un’associazione che merita attenzione. Le frodi legate alle residenze di comodo non sono una novità in Italia. Per molti anni, di fronte alle interminabili liste d’attesa consolari esistenti soprattutto in Sud America, stabilire la residenza in un comune italiano è diventata un’alternativa perfettamente legale per chi intendeva ottenere per via amministrativa il riconoscimento della cittadinanza. Intorno a questo fenomeno è cresciuto un mercato di alloggi, organizzazione documentale e assistenza nelle procedure.

Il problema comincia dove finisce la residenza reale. In diverse indagini degli ultimi anni sono emersi brasiliani registrati a indirizzi nei quali non vivevano, intermediari che vendevano “pacchetti” completi, documenti falsificati e, in alcuni casi, funzionari pubblici sospettati di facilitare o produrre gli atti necessari.

Nulla di tutto questo deve essere relativizzato. Se qualcuno acquista una residenza fittizia, falsifica un certificato o paga un funzionario pubblico, esiste un problema penale che deve essere indagato e, una volta provato il reato, punito. Ma da qui a concludere che il principio stesso dello iure sanguinis costituisca la causa delle frodi c’è una distanza considerevole.

Corruzione, falsità ideologica e falsa dichiarazione di residenza erano già illegali quando il presunto sistema di Collio avrebbe avuto inizio, nel 2015. Erano illegali quando la polizia ha avviato l’indagine di Agrigento, nel maggio 2023. Hanno continuato a essere illegali dopo il 28 marzo 2025, quando il governo Meloni ha emanato il decreto che ha profondamente ristretto la cittadinanza per discendenza.

La riforma non si è limitata ad aumentare i controlli sui documenti o a stabilire meccanismi più rigorosi per verificare le residenze. Successivamente convertito nella legge n. 74/2025, il decreto-legge n. 36 ha introdotto l’art. 3-bis nella legge n. 91/1992 e ha iniziato a considerare come non aventi acquisito la cittadinanza italiana, fatte salve le eccezioni previste dalla stessa legge, le persone nate all’estero e titolari di un’altra cittadinanza — comprese quelle nate prima dell’entrata in vigore della nuova norma.

La conseguenza è che la restrizione colpisce anche discendenti la cui genealogia è autentica, la cui documentazione non è mai stata messa in discussione e che non hanno mai utilizzato una residenza fittizia.

FRODI E LUSSEMBURGO

C’è inoltre una coincidenza temporale che non può essere ignorata, anche se non autorizza conclusioni affrettate. I casi di Agrigento e Collio tornano sulle prime pagine proprio mentre la controversia sulla riforma italiana della cittadinanza è entrata in una fase europea decisiva.

Il 23 luglio, con l’Ordinanza n. 147/2026, la Corte Costituzionale italiana ha sottoposto alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la questione se gli articoli 9 del Trattato sull’Unione Europea e 20 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea consentano una disciplina come quella stabilita dall’art. 3-bis, che crea una preclusione originaria all’acquisto della cittadinanza italiana per i discendenti nati all’estero e titolari di un’altra cittadinanza, anche quando siano nati prima della riforma. La Consulta ha sospeso i procedimenti nazionali fino alla risposta di Lussemburgo.

Il procedimento è stato registrato presso la Corte di Giustizia come C-816/26, Picuso, ed è tuttora pendente. Non vi sono, finora, elementi che consentano di affermare l’esistenza di una campagna mediatica coordinata per influenzare questo dibattito. Né il Giornale di BresciaRepubblica, occupandosi di Collio, hanno stabilito un collegamento esplicito tra l’indagine, la riforma del 2025 e il procedimento europeo. L’eco di un’indagine che coinvolge una sindaca, corruzione e decine di cittadinanze riconosciute a stranieri ha un evidente interesse giornalistico di per sé.

La coincidenza, tuttavia, richiama l’attenzione. Nel giro di pochi giorni, un’indagine iniziata nel 2023 riappare presentata dall’Ansa come “nuovo sistema” e accompagnata da un riferimento diretto alle ragioni della riforma Meloni; subito dopo, un caso effettivamente nuovo che coinvolge decine di brasiliani occupa il Giornale di Brescia e arriva sul Corriere della Sera e su Repubblica. Tutto ciò avviene mentre l’Italia si prepara a difendere davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la compatibilità della propria nuova legislazione con il diritto europeo.

Osservare questa sequenza non significa affermare che esista un coordinamento. Significa soltanto distinguere la notizia dal contesto — e comprendere come casi penali possano finire per alimentare una narrazione politica più ampia.

Esiste, peraltro, anche una possibile lettura in senso opposto. Se le accuse di Collio e Agrigento saranno provate, dimostreranno che vi erano intermediari disposti a frodare le procedure, amministrazioni vulnerabili, controlli insufficienti ed eventualmente funzionari pubblici corrotti. È un argomento forte per migliorare la vigilanza, incrociare le informazioni, verificare le residenze e punire i falsificatori.

Non dimostra, di per sé, che fosse necessario considerare come mai avente acquisito la cittadinanza italiana un discendente nato in Brasile 30, 50 o 70 anni fa, la cui linea genealogica sia documentalmente comprovata. Sono domande diverse. Alle prime l’Italia deve rispondere nei tribunali penali di Brescia e Agrigento.

La seconda ha già oltrepassato i suoi confini. Mentre nuovi sospetti sulle cittadinanze di brasiliani occupano le prime pagine italiane, una parte decisiva del futuro giuridico della riforma che ha cambiato lo iure sanguinis è, letteralmente, nelle mani di Lussemburgo.

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