Non riesci mai a staccare? Quando lavorare troppo smette di essere ambizione


Il computer è chiuso, il coperchio abbassato, la stanza ormai buia. Eppure il lavoro continua a muoversi altrove: nella mail ricordata mentre si cena, nel documento riaperto dal divano, in quel disagio sottile che guasta il sabato perché riposare, invece di dare sollievo, dà colpa. È in questo passaggio quasi invisibile — dalla scrivania alla testa, dall’orario alla notte — che la dedizione può trasformarsi in costrizione.

Una ricerca tedesca, ripresa da Welt, aiuta a distinguere le due cose. Fra circa 8.000 occupati, il 9,8% mostrava insieme un modo di lavorare eccessivo e compulsivo; un altro 33% lavorava molto, ma senza la stessa spinta interiore. I dati risalgono al 2017-2018 e non possono essere usati come una fotografia automatica della Germania di oggi. Dicono però qualcosa che tendiamo ostinatamente a dimenticare: le ore non bastano. Si può lavorare a lungo per necessità, per passione, per una scadenza, e poi fermarsi. Il punto critico arriva quando fermarsi non pare più possibile.

Che cosa distingue allora l’impegno dalla dipendenza da lavoro? Nella letteratura scientifica il cosiddetto workaholism si regge su due elementi che si alimentano a vicenda: l’eccesso e la compulsione. Non soltanto fare molto, dunque, ma sentire di dover continuare anche quando non serve, quando non dà più piacere, quando il resto della vita comincia a presentare il conto.

I segnali non sono nascosti in qualche formula clinica incomprensibile. Sono gesti quotidiani: il pensiero del lavoro che invade ogni pausa, l’incapacità di rilassarsi, l’irritazione quando ci si ferma, la colpa davanti a un’ora vuota, i tentativi ripetuti e falliti di rallentare. Una persona intensamente coinvolta può trascorrere molte ore alla scrivania e conservare tuttavia la libertà di uscirne. Chi lavora compulsivamente porta invece la scrivania con sé. A cena, a letto, nel fine settimana.

Una meta-analisi pubblicata nel 2023, costruita su 53 studi e più di 71.000 persone in 23 Paesi, ha stimato una prevalenza aggregata corretta del 14,1%. Ma gli strumenti di misurazione e i campioni differivano molto: sarebbe scorretto prendere quella cifra e applicarla indifferentemente a ogni ufficio, città o Paese. C’è inoltre una cautela essenziale: la dipendenza da lavoro non compare come diagnosi autonoma fra i disturbi dovuti a comportamenti di dipendenza nell’ICD-11 dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Questo non rende il problema immaginario. Impone, semmai, di guardarlo senza slogan: né assoluzione romantica del lavoratore instancabile, né diagnosi distribuite con leggerezza. Comprendere non significa etichettare. Significa domandarsi che cosa accade quando un comportamento smette di essere governato da chi lo compie e comincia, lentamente, a governarlo.

Anche il corpo entra in questa storia. Una revisione del 2024 ha associato il workaholism a disturbi del sonno, stress e possibili indicatori di rischio cardiometabolico, precisando però che il nesso causale resta da dimostrare. Nello stesso anno, 114 lavoratori sono stati seguiti intensivamente per dieci giorni: nelle giornate in cui i sintomi compulsivi risultavano più forti del consueto comparivano anche pressione arteriosa più alta, maggiore esaurimento emotivo e più disturbi del sonno. La capacità di staccare mentalmente la sera sembrava attenuare almeno una parte dell’effetto sul riposo.

Uno studio longitudinale condotto nel 2025 su lavoratori italiani ha inoltre individuato un percorso che lega workaholism, sovrainvestimento professionale e burnout. Ma attenzione alla catena delle parole: associazione non vuol dire destino, rischio non vuol dire sentenza. Questi studi non dimostrano che lavorare molto conduca inevitabilmente all’infarto, al diabete o al burnout; mostrano relazioni e meccanismi plausibili, non il futuro medico di una singola persona.

Quando dobbiamo dunque preoccuparci? Non per una settimana feroce, una consegna eccezionale, una crisi che obbliga a stringere i tempi. Dobbiamo farlo quando l’eccezione diventa sistema: si continua senza una necessità reale, si consegnano regolarmente al lavoro il sonno e le relazioni, ogni spazio libero viene occupato dallo stesso pensiero e il tentativo di interrompersi provoca ansia, irritazione, colpa. Non una volta. Ancora e ancora.

In quel caso può essere utile osservare per alcune settimane ciò che accade davvero, non ciò che ci raccontiamo: gli orari effettivi, il lavoro svolto fuori contratto, i risvegli notturni, le emozioni provocate dalle pause. Se riprendere il controllo resta difficile, o se compaiono sintomi importanti, parlarne con un medico o uno psicologo non è una resa. È un modo per spezzare l’automatismo prima che l’automatismo venga scambiato per normalità.

Sarebbe però troppo comodo attribuire tutto al carattere individuale, all’ambizione, alla fragilità di qualcuno. Ci sono carichi irrealistici, reperibilità senza confini, ambienti aziendali che lodano chi non si ferma e chiamano “dedizione” l’impossibilità di dire basta. Se il lavoratore risponde sempre, l’organizzazione finirà per aspettarsi che risponda sempre; quell’attesa diventerà una regola non scritta, la regola diventerà cultura, e la cultura verrà infine presentata come una libera scelta. A quel punto non serve più nemmeno chiedere di lavorare sempre: il sistema ha imparato ad alimentarsi da solo.

Recuperare equilibrio non significa rinunciare all’ambizione, lavorare senza passione o diventare indifferenti a ciò che si fa. Significa ritrovare una facoltà più semplice e più difficile: scegliere. Scegliere quando insistere e quando lasciare andare, quando aprire il computer e quando tenere la mano lontana dal coperchio. Chiuso davvero, questa volta.

WELT, “Arbeitssucht: Wie Sie Warnzeichen erkennen und frühzeitig handeln können – ‘Um Befriedigung zu erreichen, wird immer mehr und intensiver gearbeitet’”, 9 settembre 2026.

van Berk B., Ebner C., Rohrbach-Schmidt D., “Wer hat nie richtig Feierabend? Eine Analyse zur Verbreitung von suchthaftem Arbeiten in Deutschland”, Arbeit, 2022; 31(3): 257–282. DOI: 10.1515/arbeit-2022-0015.

Andersen F.B., Djugum M.E.T., Sjåstad V.S., Pallesen S., “The prevalence of workaholism: a systematic review and meta-analysis”, Frontiers in Psychology, 2023; 14:1252373. DOI: 10.3389/fpsyg.2023.1252373.

Aziz S., Covington C., “Beyond the 9-to-5 grind: workaholism and its potential influence on human health and disease”, Frontiers in Psychology, 2024; 15:1345378. DOI: 10.3389/fpsyg.2024.1345378.

Menghini L., Balducci C., “The daily costs of workaholism: A within-individual investigation on blood pressure, emotional exhaustion, and sleep disturbances”, Journal of Occupational Health Psychology, 2024; 29(4): 201–219. DOI: 10.1037/ocp0000383.

Avanzi L., Perinelli E., Menghini L., Vignoli M., Junker N.M., Balducci C., “From Workaholism to Overcommitment and Burnout: The Moderating Role of Job Satisfaction”, The Spanish Journal of Psychology, 2025; 28:e17. DOI: 10.1017/SJP.2025.10007.

World Health Organization, “Clinical descriptions and diagnostic requirements for ICD-11 mental, behavioural and neurodevelopmental disorders”, 2024.


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