La Bce lavora all’introduzione dell’euro digitale. Seppure molto diversa, l’iniziativa richiama il Chicago Plan nato come risposta alla Grande Depressione. Non un progetto contro le banche, ma un nuovo equilibrio tra iniziativa privata e moneta pubblica.
Le origini del Chicago Plan
Quasi un secolo fa, nel pieno della grande depressione, un gruppo di economisti dell’Università di Chicago avanzò una proposta destinata a segnare il dibattito sulla politica monetaria: il Chicago Plan. L’idea era tanto semplice quanto radicale. La creazione della moneta non avrebbe dovuto essere affidata alle banche commerciali attraverso il meccanismo della riserva frazionaria, ma diventare una prerogativa esclusiva della banca centrale. Le banche private avrebbero continuato a svolgere il loro ruolo di intermediazione finanziaria, concedendo prestiti solo sulla base di fondi realmente raccolti e non creando nuova moneta con l’erogazione del credito.
Oggi, mentre la Banca centrale europea lavora alla progettazione dell’euro digitale, quella proposta torna a essere attuale, anche se le due iniziative restano profondamente diverse.
Negli anni Trenta, la crisi bancaria aveva evidenziato le fragilità del sistema della riserva frazionaria: tra il 1930 e il 1933 negli Stati Uniti fallirono circa 9mila banche. In questo contesto, economisti come Henry Simons e Irving Fisher proposero un modello in cui i depositi a vista fossero coperti integralmente da riserve della banca centrale. L’obiettivo non era eliminare le banche commerciali, bensì separare la funzione di creazione della moneta dall’attività di concessione del credito, riducendo il rischio di crisi sistemiche e corse agli sportelli.
L’euro digitale come evoluzione moderna
Oggi con l’introduzione dell’euro digitale, attualmente in fase di sviluppo da parte della Banca centrale europea, quella riflessione torna a essere sorprendentemente attuale. Un euro digitale consentirebbe infatti ai cittadini di detenere moneta emessa direttamente dalla banca centrale anche in formato elettronico, senza che questa debba necessariamente transitare attraverso i depositi bancari tradizionali.
I lavori procedono da tempo. La fase preparatoria, avviata nel novembre 2023, si è conclusa a ottobre 2025: da allora l’Eurosistema è entrato in una fase di approfondimento tecnico, culminata con il piano per il progetto pilota, il cui avvio è previsto per la metà del 2027. Dal punto di vista legislativo, l’obiettivo delle istituzioni Ue è chiudere l’accordo sul regolamento entro fine 2026, così da consentire, se tutto procede secondo i piani, una prima emissione nel 2029.
Naturalmente, il progetto della Bce non rappresenta una riproposizione del Chicago Plan. L’obiettivo dichiarato non è sostituire le banche né impedire loro di concedere prestiti. Tuttavia, il principio di rafforzare il ruolo della moneta pubblica nell’economia digitale richiama alcuni degli elementi fondamentali della proposta originaria.
Una questione di sovranità europea
La discussione assume oggi anche una forte dimensione geopolitica. I pagamenti digitali europei dipendono in larga misura da infrastrutture controllate da operatori extraeuropei, mentre le stablecoin private e le grandi piattaforme tecnologiche assumono un ruolo sempre più rilevante nei sistemi di pagamento internazionali. Secondo la Bce, Visa e Mastercard – che sono entrambe società statunitensi – gestiscono circa il 61 per cento dei pagamenti con carta nell’area euro: 13 dei 20 paesi dell’Eurozona dipendono in misura significativa da questi circuiti internazionali, mentre solo la Germania e la Francia mantengono infrastrutture nazionali robuste.
Alla dipendenza dai circuiti statunitensi si somma la crescita delle stablecoin private: la capitalizzazione complessiva del settore ha superato i 310 miliardi a metà 2026, con Tether che da sola ne rappresenta quasi il 60 per cento. Nonostante Tether non abbia ottenuto l’autorizzazione a operare come emittente di moneta elettronica nell’Unione – a differenza di Circle, che con Usdc ed Eurc resta l’unico emittente abilitato – il caso segnala quanto la partita sui mezzi di pagamento digitali si giochi anche fuori dal perimetro bancario tradizionale.
L’euro digitale, allora, non rappresenta soltanto un’innovazione tecnologica, ma anche uno strumento per rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione europea, riducendo la dipendenza da infrastrutture esterne e aumentando la resilienza del sistema dei pagamenti.
Il nuovo equilibrio tra stato e mercato
Riprendere oggi il dibattito sul Chicago Plan significa interrogarsi sul ruolo che la banca centrale dovrebbe avere nell’era digitale. Quando la tecnologia consente di offrire strumenti di pagamento pubblici, sicuri e istantanei, diventa legittimo chiedersi se la creazione della moneta debba continuare a essere affidata quasi esclusivamente al sistema bancario privato oppure se sia opportuno rafforzare la componente pubblica.
Ciò non implica ridurre l’importanza delle banche commerciali. Al contrario, continuerebbero a svolgere una funzione fondamentale nell’erogazione del credito, nella selezione degli investimenti e nella gestione del rischio. L’obiettivo sarebbe invece ridefinire il rapporto tra moneta pubblica e moneta bancaria, sfruttando le opportunità offerte dalla digitalizzazione.
Una nuova stagione del dibattito monetario
Il Chicago Plan nacque come risposta alla grande depressione. L’euro digitale nasce invece in un mondo caratterizzato dalla digitalizzazione, dalla competizione tecnologica e dalla crescente rilevanza delle valute digitali private. Basti pensare che oltre 130 paesi – pari a quasi il 98 per cento del Pil mondiale – oggi studiano o sviluppano una qualche forma di moneta digitale di banca centrale, segno di quanto la competizione monetaria si sia ormai spostata sul terreno tecnologico. Le condizioni storiche sono profondamente diverse, ma la domanda di fondo rimane sorprendentemente attuale: chi dovrebbe detenere il controllo della creazione della moneta in un’economia moderna? Forse non assisteremo mai all’applicazione integrale del Chicago Plan. Tuttavia, l’euro digitale potrebbe rappresentarne un’evoluzione pragmatica e compatibile con l’economia contemporanea: non una rivoluzione contro le banche, ma un nuovo equilibrio tra iniziativa privata e moneta pubblica, capace di rafforzare la stabilità finanziaria e la sovranità economica dell’Europa.
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