La crisi della Corte penale internazionale: tre modi di erodere lo Statuto di Roma


Il 7 agosto 2026 il ministero degli Esteri lituano ha confermato di aver ricevuto un non-paper statunitense sul futuro della Corte penale internazionale (CPI) e di star “esaminando” il testo per una risposta coordinata a livello europeo sul futuro della Corte e sulla base dei principi del diritto internazionale. Pochi giorni prima, il Ciad annunciava il proprio ritiro dallo Statuto di Roma a seguito di un sollecito statunitense a riconsiderare la propria adesione al meccanismo. Anche il Venezuela ha comunicato il proprio ritiro a fine luglio, sempre sotto pressione statunitense. Già Burkina Faso, Mali, Niger, anticipando di diversi mesi la campagna USA e nutriti da un riallineamento post-coloniale, avevano definito la Corte uno “strumento di repressione neocoloniale nelle mani dell’imperialismo”. Episodi simili, quindi, quelli dell’ultimo mese, riconducibili alla medesima campagna diplomatica avviata da Washington ma che rivelano logiche di pressione diverse.

La crisi nella quale riversa la CPI è manifesta, ma la questione che ne deriva è perché gli Stati Uniti scelgano strumenti diversi a seconda dell’interlocutore, e cosa questo riveli sulla effettiva tenuta del diritto penale internazionale quando entra in conflitto con la sicurezza nazionale. Il caso lituano, letto insieme al precedente italiano del generale libico Osama Almasri, permette di isolare tre modelli distinti di erosione del principio di cooperazione con la Corte: il ritiro formale, la pressione coercitiva su alleati dipendenti dalla sicurezza americana, e una delegittimizzazione riconducibile a calcoli di convenienza politica interna. 

I limiti strutturali della Corte e i confini della giurisdizione

Istituita dallo Statuto di Roma, adottato nel 1998 ed entrato in vigore nel 2002, la CPI esercita una giurisdizione complementare: può procedere cioè solo quando gli Stati interessati non vogliono o non sono in grado di perseguire autonomamente genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e il crimine di aggressione. Gli Stati membri ad oggi sono 124 Stati effettivi (i ritiri sopra citati devono infatti essere ancora formalizzati), con gli Stati Uniti e Israele che non hanno mai ratificato il trattato e dunque riconosciuto la Corte e la sua competenza.

Il limite strutturale della Corte è l’assenza di una propria forza di polizia: l’esecuzione dei mandati di arresto dipende allora interamente dalla cooperazione degli Stati membri. È proprio questa dipendenza a rendere efficace la leva statunitense: a Washington basta rendere più svantaggiosa e gravosa, in termini diplomatici e di sicurezza, la cooperazione con la Corte agli Stati parte più vulnerabili alle sue pressioni. 

Le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump a giudici e procuratori dell’Aja a partire dall’ordine esecutivo del 6 febbraio 2025 fanno parte di questo disegno, colpendo individui responsabili di indagini su cittadini americani o alleati e mirando a scoraggiare non la Corte in sé, ma la rete di cooperazione giudiziaria e diplomatica da cui dipende il suo funzionamento, ivi compresa la cooperazione dei membri.

Fasi della crisi di legittimità

La CPI, strutturalmente fragile per i presupposti su cui fonda, ha subito diverse ondate di crisi di legittimità e cooperazione. Tra il 2009 e il 2016 la Corte aveva già attraversato una fase di forte contestazione da parte di diversi Stati africani, culminata con gli annunci di ritiro di Burundi, Gambia e Sudafrica nel 2016, motivati dall’accusa di un accanimento sproporzionato sui casi africani (finora tutte le condanne effettive che hanno avuto un seguito – non i mandati d’arresto emessi ancora privi di condanna, come quello per Netanyahu – riguardano situazioni africane) e da ragioni legate al riconoscimento dell’immunità diplomatica.

Nel 2020, poi, la prima amministrazione Trump aveva sanzionato l’allora procuratrice Fatou Bensouda per l’indagine sui crimini commessi in Afghanistan, incluse le condotte di personale statunitense. Le tensioni rientrarono con la revoca delle sanzioni durante l’amministrazione Biden. 

Il punto di tensione più recente risale al novembre 2024, quando la Corte ha emesso mandati d’arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza, colpendo duramente un alleato storico degli Stati Uniti.

L’ordine di arresto fu la miccia per un’ulteriore escalation, forse la più grave finora, nei confronti della CPI: il già citato ordine esecutivo di febbraio 2025 contro i giudici, le sanzioni di giugno 2025 contro quattro ulteriori giudici e procuratori, altre sanzioni lo scorso agosto contro la presidente della Corte penale internazionale (CPI) Tomoko Akane, e l’alto funzionario della CPI Abdoulaye Seye, per aver partecipato agli sforzi della CPI volti a “perseguire i funzionari i cui governi non hanno acconsentito alla giurisdizione della CPI”. A metà del 2026, il Segretario di Stato Rubio ha poi formalizzato questo attivismo contro la Corte, definendola una campagna di smantellamento “pezzo per pezzo” della Corte.

Gli avvenimenti dell’ultimo mese si accodano a una dinamica estremamente minacciosa per il diritto internazionale contemporaneo: la sovrapposizione tra il fascicolo di Gaza e la persistente insoddisfazione africana spiega perché il consenso attorno alla Corte sia oggi ai minimi storici: per la prima volta, narrative diverse (sovranismo statunitense e critica postcoloniale) convergono nello stesso momento, pur muovendo da presupposti antitetici. A complicare il quadro si inserisce infine un terzo fronte di indebolimento, quello europeo, che risponde a calcoli di politica interna piuttosto che alla pressione di Washington, ma che contribuisce a pesare sulla tenuta complessiva dello Statuto di Roma.

Le leve di Washington

Secondo la ricostruzione di Le Monde, in Africa Washington utilizzerebbe due leve principali. La prima è la disinformazione, alimentando il timore che i governi target siano essi stessi a rischio di incriminazione, un modo tradizionale di erodere un’istituzione priva di mezzi coercitivi propri, la cui autorità pratica dipende interamente dalla legittimità percepita che gli Stati le riconoscono politicamente. La seconda è la minaccia di sospendere accordi di cooperazione (o security deals) in materia di sicurezza. 

Il risultato è un’uscita formale dal trattato, come nei recenti casi di Ciad e Venezuela, spesso motivata pubblicamente con l’accusa di un focus sproporzionato della Corte sul continente: il Ciad ha ad esempio osservato che nove delle tredici indagini aperte dalla Corte riguardano Paesi africani.

In Europa l’esercizio della pressione di Washington è diverso. La Lituania ha confermato infatti di aver ricevuto, come altri Stati membri dell’Unione europea, un non-paper diplomatico statunitense sul tema, sebbene non risulti, a oggi, un elenco pubblico di quali altri Paesi lo abbiano ricevuto.  La leva implicita sembrerebbe allora essere la revisione in corso della presenza militare statunitense in Europa. Il timore di un legame implicito tra questioni valoriali e sostegno militare non è del tutto astratto: a metà agosto la Lituania ha confermato di aver ricevuto, come altri alleati NATO, anche un separato questionario sul sostegno alla politica estera di Trump, mentre Washington valuta una riduzione delle truppe in Europa entro dicembre. Vilnius dipende in larga misura dalla presenza di truppe statunitensi sul fronte orientale della NATO. Questa dipendenza si è esacerbata recentemente, quando oltre mille soldati statunitensi hanno lasciato il Paese senza conferma di sostituzione, nell’ambito di una più ampia revisione di postura e impegno USA nel Vecchio Continente. Al tempo stesso il Paese ha un interesse diretto e proprio nella Corte, avendo essa stessa richiesto l’apertura di un’indagine sulla Bielorussia e sostenendo attivamente le indagini sui crimini russi in Ucraina.

Il governo lituano nega, per ora, qualunque collegamento esplicito tra la questione CPI e le decisioni sulla presenza militare americana. Ma come ha osservato Linas Kojala, direttore del Geopolitics and Security Studies Centre di Vilnius, la revisione in corso della postura di forza statunitense in Europa potrebbe far riapparire la questione sul tavolo ed è chiaro che questi elementi delineano una strategia di pressione più ampia, di cui la questione CPI sembra essere un tassello, non un caso isolato. 

La Lituania non è tuttavia il caso europeo più preoccupante: l’Ungheria ha infatti ricevuto ad aprile 2025 (e poi a marzo 2026) Netanyahu in visita ufficiale, senza eseguire quindi il mandato d’arresto CPI ed anzi annunciando l’intenzione di Orban di ritirarsi dallo Statuto di Roma, violando l’obbligo di cooperazione. Sebbene il caso ungherese sia l’unico recesso tra i membri UE, si individuano forme più sottili e ambigue di erosione del principio di cooperazione. Francia e Italia hanno sostenuto, sebbene con toni cauti, che il premier israeliano godrebbe di immunità in quanto capo di governo di uno Stato non parte dello Statuto. A questi si aggiungono Romania, Polonia e Belgio. In particolare, questo ultimo caso mostra come la coerenza con la CPI possa dipendere dal colore del governo in carica più che da pressioni esterne. A dicembre 2024 l’allora premier Alexander De Croo aveva dichiarato che il Belgio non avrebbe applicato “doppi standard” e avrebbe eseguito il mandato; ad aprile 2025, sotto il nuovo governo guidato da Bart De Wever (di stampo nazionalista – conservatore), la posizione si è ribaltata, con il premier che ha lasciato intendere la possibilità di non arrestare Netanyahu, suscitando critiche per l’incoerenza con gli stessi impegni scritti nell’accordo di governo. 

Il caso italiano nel quadro europeo 

L’Italia, Stato fondatore della Corte, non ha mai messo in discussione pubblicamente la propria adesione. Non risultano, inoltre, pressioni statunitensi comparabili a quelle documentate nel caso lituano.  Il precedente italiano si colloca dunque su un piano diverso, quello della gestione di un caso singolo più che di una scelta politica dichiarata. Nel gennaio 2025, il generale libico Osama Almasri, ricercato dalla CPI per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nel carcere di Mitiga, è stato arrestato a Torino e rimpatriato in Libia con un volo di Stato nel giro di poche ore. Il governo ha motivato la decisione con un vizio procedurale nell’arresto e con la pericolosità del soggetto per la sicurezza interna. Alcuni osservatori e organizzazioni per i diritti umani hanno tuttavia sollevato interrogativi sulla tempistica e sulle modalità dell’operazione, che restano in parte irrisolti.

Resta un dato oggettivo, al di là delle diverse letture possibili, che l’episodio si inserisce in una linea di cautela istituzionale verso la Corte condivisa da altri Stati membri (si pensi al caso belga, sopra descritto). Proprio questa lettura sfumata rende il caso rilevante ai fini del ragionamento complessivo. Indebolire la cooperazione con la Corte non richiede necessariamente una spinta esterna o una rottura esplicita con il meccanismo: può derivare anche da valutazioni contingenti di un singolo governo, legate al contesto specifico del caso. È un terzo fronte di flessione, distinto sia dal ritiro formale sia dalla pressione implicita subita dalla Lituania.

I tre casi disegnano il rischio comune per l’architettura della giustizia penale internazionale di particolarismo giurisdizionale. A questa delegittimazione e soprattutto contro le misure sanzionatorie degli USA sarebbe auspicabile rispondere con strumenti giuridici effettivi: sebbene infatti siano state numerose le risposte dichiaratorie (l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha offerto un “sostegno incondizionato” alla CPI dopo le sanzioni di agosto 2025), nessuno di essi è stato ancora attivato. Si tratta dello Statuto di blocco dell’UE (regolamento CE 2271/96) nato per neutralizzare le sanzioni extraterritoriali su Cuba e Iran). Il Parlamento europeo ha chiesto di includervi l’ordine esecutivo 14203, per rendere nulli nell’ordinamento europeo gli effetti delle sanzioni USA. Lo strumento però presenta dei limiti da correggere e la sua applicazione pratica si è finora scontrata anche con la mancanza di compattezza politica tra gli Stati membri: alla dichiarazione congiunta di sostegno alla CPI adottata dopo le prime sanzioni statunitensi non hanno aderito Italia, Repubblica Ceca e Ungheria. Il secondo strumento è l’ormai conosciuto Anti-Coercion Instrument (comunemente chiamato Bazooka) che permetterebbe contromisure dirette come dazi, restrizioni sulla proprietà intellettuale, limitazioni all’accesso ai mercati finanziari europei. Oltre alla strada legale, si discute anche di supportare la CPI fornendo strumenti meno soggetti alle pressioni statunitensi, come l’adozione di software europei.

La CPI non ha una propria forza coercitiva: dipende dalla legittimità che gli Stati le riconoscono e dalla loro disponibilità a difenderla quando è sotto attacco. Finché alla solidarietà dichiarata non corrisponde un costo concreto per chi la disattende, prevalgono le convenienze di politica interna dei singoli Stati, più esposte alle pressioni esterne di quanto l’adesione collettiva ai valori dello Statuto di Roma lascerebbe presupporre. La tenuta della Corte, e con essa l’idea stessa di una giustizia penale non subordinata ai rapporti di forza tra Stati, dipende in ultima analisi da quanto quei valori sapranno tradursi in una difesa istituzionale effettiva, e non restare affermazioni di principio. Questo è anche, non da ultimo, un banco di prova per la capacità dell’Unione Europea di emergere come attore unitario dove finora ha prevalso la somma di posizioni nazionali divergenti. 


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