Ci sono momenti nei quali una scelta compiuta mesi prima acquista improvvisamente un significato ancora più evidente. Il nuovo aumento dei tassi di interesse deciso dalla Banca centrale europea è uno di questi. Non perché un rialzo dei tassi significhi automaticamente che l’inflazione tornerà ai livelli che abbiamo conosciuto negli anni scorsi. Ma perché ci ricorda una cosa che troppo spesso viene dimenticata: la stagione dell’incertezza economica non è finita. Le tensioni sui prezzi possono riemergere, il costo del denaro pesa sui mutui e sul credito alle famiglie e alle imprese, gli equilibri internazionali restano fragili e nessuno può seriamente prevedere oggi quale sarà il costo della vita tra uno o due anni.
Ed è proprio alla luce di questo scenario che si comprende fino in fondo quanto sia stata importante una scelta compiuta durante la trattativa per il Contratto delle Funzioni Centrali 2025-2027.Una scelta sulla quale, come sindacati, abbiamo insistito molto e che oggi è scritta nero su bianco nel contratto.
L’articolo 45, significativamente intitolato “Monitoraggio delle dinamiche retributive”, stabilisce che nel mese di luglio 2027 l’ARAN e le organizzazioni sindacali firmatarie si incontrino per verificare congiuntamente l’andamento delle retribuzioni contrattuali e di quelle effettivamente percepite, sulla base dei dati Istat e della Ragioneria generale dello Stato, mettendolo in relazione con l’inflazione registrata durante la vigenza del contratto.
Fermiamoci un momento sul significato di questa norma.Il contratto scade il 31 dicembre 2027. La verifica avverrà a luglio, quindi circa sei mesi prima della sua conclusione. Non dopo che tutto sarà finito. Non anni più tardi, quando l’inflazione avrà eventualmente già prodotto tutti i suoi effetti sulle buste paga. Durante la vigenza del contratto. È una differenza che può sembrare tecnica, ma tecnica non è affatto. Per decenni il pubblico impiego ha conosciuto un meccanismo esattamente opposto. L’inflazione correva, i salari perdevano valore e soltanto molto tempo dopo arrivava il contratto chiamato, spesso senza riuscirci completamente, a recuperare quanto era già stato perso.
Era una contrattazione costretta a guardare continuamente nello specchietto retrovisore. Con il rinnovo 2025-2027 abbiamo provato a cambiare metodo. Abbiamo già dimostrato che è possibile sottoscrivere un contratto mentre è ancora pienamente vigente, rompendo quella lunga stagione nella quale i dipendenti pubblici vedevano rinnovare il proprio contratto quando era ormai scaduto da anni. È uno dei risultati che abbiamo rivendicato fin dalla firma: riportare la contrattazione nel suo tempo naturale, invece di costringerla continuamente a rincorrere il passato. Adesso l’articolo 45 aggiunge un altro tassello fondamentale.
Non basta infatti firmare i contratti in tempo. Bisogna anche verificare, mentre sono ancora in vigore, se le condizioni economiche sulle quali erano stati costruiti continuano a essere valide. È questo il significato vero del monitoraggio previsto per luglio 2027. E voglio essere molto chiaro su questo punto: per Confsal-UNSA non potrà essere un adempimento formale. Se dalla verifica dei dati Istat e della Ragioneria generale dello Stato emergerà che l’inflazione ha assorbito una parte degli incrementi retributivi conquistati con questo contratto, per noi la conseguenza politica e sindacale non potrà che essere una: quella perdita di potere d’acquisto dovrà essere compensata.
L’articolo 45 non stabilisce un meccanismo automatico di indicizzazione degli stipendi, e sarebbe sbagliato sostenere il contrario. Ma crea qualcosa che fino ad oggi mancava: un momento contrattualmente obbligatorio nel quale le parti dovranno guardare insieme i numeri e misurare ciò che è realmente accaduto alle retribuzioni rispetto all’inflazione. E una volta che una perdita di potere d’acquisto è stata misurata e riconosciuta, non può essere semplicemente ignorata. Quello dovrà essere il punto di partenza della trattativa successiva. Perché le percentuali scritte sulla carta sono importanti, ma ciò che conta per un lavoratore è quanta spesa riesce a fare con il proprio stipendio.
Quanto costa il carrello della spesa.Quanto costa l’affitto. Quanto pesa una rata del mutuo. Quanto costano l’energia, i trasporti, i servizi e tutto ciò che compone la vita quotidiana di una famiglia. Il potere d’acquisto non è un indicatore astratto. È salario reale. Ed è proprio il salario reale che un contratto deve difendere. Naturalmente nessuno possiede una sfera di cristallo. Quando si sottoscrive un contratto triennale si lavora sulla base delle risorse disponibili e delle previsioni economiche del momento. Ma proprio perché le previsioni possono essere smentite dai fatti, abbiamo ritenuto necessario introdurre uno strumento capace di verificare ciò che accade mentre il contratto è ancora in vigore. È, a mio avviso, una delle innovazioni più importanti dell’intero rinnovo.
Forse meno immediatamente visibile di un aumento in busta paga. Forse meno facile da raccontare con uno slogan. Ma potenzialmente decisiva. Perché afferma un principio nuovo: la difesa del potere d’acquisto non può essere verificata soltanto alla fine del percorso. Deve accompagnare il percorso. Ed è una innovazione che dovrebbe fare scuola. Non soltanto nelle Funzioni Centrali, ma progressivamente nell’intero sistema della contrattazione pubblica. Dobbiamo arrivare a un modello nel quale rinnovi tempestivi, programmazione delle risorse e verifica dell’andamento reale delle retribuzioni diventino parti dello stesso meccanismo. Del resto, è questa la direzione che abbiamo cercato di imprimere negli ultimi anni: restituire alla contrattazione la capacità di programmare e costruire un percorso stabile di tutela dei salari, invece di limitarsi a rincorrere le emergenze.
Il nuovo scenario dell’inflazione e dei tassi dimostra quanto quella scelta sia stata lungimirante. Non sappiamo oggi quale sarà l’inflazione alla fine del 2027. Ma sappiamo una cosa. Questa volta non aspetteremo che il contratto sia scaduto per fare i conti. A luglio 2027 ci siederemo al tavolo previsto dall’articolo 45. Guarderemo i dati Istat e della Ragioneria generale dello Stato. Misureremo quanto degli aumenti ottenuti sarà stato realmente capace di difendere il potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori. E se quei numeri ci diranno che una parte di quel potere d’acquisto è stata perduta, quella perdita entrerà inevitabilmente nelle rivendicazioni del contratto successivo. Questo significa, per noi, tutelare davvero i lavoratori. Non promettere che l’inflazione non tornerà. Ma costruire gli strumenti per affrontarla se tornerà. È una differenza sostanziale.
E dimostra ancora una volta che un buon contratto non è soltanto quello che distribuisce risorse oggi. È quello che costruisce le tutele per domani.
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