Alessandro Leogrande ha avuto, tra i molti meriti, quello di aiutare soprattutto noi pugliesi a guardare Taranto e l’Ilva con occhi diversi. A capire che quella fabbrica non poteva essere raccontata soltanto attraverso le tonnellate di acciaio prodotte e il numero degli occupati. Dentro quella storia c’erano una città, il lavoro, la salute, l’ambiente, un’idea di sviluppo del Mezzogiorno, le promesse mantenute e quelle tradite.
C’era anche una sproporzione fisica che racconta molto. Lo stabilimento occupa circa 15 chilometri quadrati, una superficie all’incirca doppia rispetto alla città urbanizzata. Al suo interno ci sono centinaia di chilometri di binari, strade e nastri trasportatori, impianti, parchi, moli. Una seconda città industriale, più estesa di quella abitata, cresciuta fino quasi a toccarla.
Per questo ogni scelta sull’Ilva è inevitabilmente anche una scelta sul futuro di Taranto. E lo è ancora di più oggi, mentre il Governo conferma l’obiettivo di mantenere una siderurgia decarbonizzata e la Corte d’Appello di Milano deve ancora decidere se sospendere, su richiesta di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, il provvedimento che impone il fermo dell’area a caldo.
Da anni definiamo l’Ilva una questione strategica nazionale. Ma vale la pena capire meglio che cosa significa. Nel 2025 l’Italia ha prodotto circa 21 milioni di tonnellate di acciaio grezzo e oltre il 90% è già prodotto con forni elettrici. Taranto è invece l’unico stabilimento italiano a ciclo integrale e l’unico produttore nazionale di acciaio primario da minerale. Senza Taranto non scomparirebbe quindi la siderurgia italiana. Verrebbe meno una sua funzione specifica: la capacità nazionale di produrre acciaio primario e una quota importante di prodotti piani – utilizzati dall’automobile, dalla meccanica, dagli elettrodomestici e da molte altre filiere manifatturiere – per i quali siamo fortemente dipendenti dalle importazioni.
È questo, semmai, il punto sul quale misurare la sua effettiva strategicità: quanta di questa capacità debba essere conservata a Taranto, con quale tecnologia, con quanti lavoratori e a quale costo sanitario, ambientale ed economico.
Per molti anni abbiamo preso come punto di partenza la fabbrica: la produzione da preservare, l’occupazione da salvaguardare, l’interesse nazionale alla siderurgia. Abbiamo poi chiesto alla tecnologia e alle prescrizioni ambientali di rendere tutto questo compatibile con la salute. Oggi disponiamo però di conoscenze che non avevamo sessant’anni fa. Gli studi epidemiologici, dal progetto Sentieri alle indagini sulla popolazione tarantina e sull’esposizione alle polveri industriali, hanno documentato un grave impatto sanitario. Nel 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto la violazione dei diritti dei residenti nelle aree interessate dall’inquinamento; nel 2024 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la tutela della salute deve essere parte integrante dell’autorizzazione industriale; nel luglio scorso la Corte d’Appello di Milano ha disposto il fermo dell’area a caldo.
Possiamo discutere le singole decisioni e distinguere ciò che deriva dalle esposizioni storiche da ciò che dipende dalle emissioni attuali. Non possiamo però comportarci come se il problema sanitario fosse ancora da dimostrare. Lo dobbiamo anche a chi, in questi anni, ha portato alla luce ciò che per troppo tempo non abbiamo saputo o voluto riconoscere.
Taranto non è un territorio sul quale progettare una nuova acciaieria partendo da zero. È una comunità che ha già sopportato per decenni un carico ambientale e sanitario eccezionale.
Prima di chiederci quante tonnellate di acciaio debba produrre il futuro stabilimento, dovremmo capire quale carico industriale sia compatibile con la situazione sanitaria e ambientale di Taranto, tenendo conto delle esposizioni subite in passato, delle contaminazioni ancora presenti e dell’insieme delle emissioni prodotte dalle attività industriali, portuali e logistiche che insistono sulla città. Solo dopo potremo stabilire quanta siderurgia possa restare a Taranto e quale contributo possa continuare a dare alla produzione nazionale. Dire che la salute viene prima del lavoro può apparire brutale in una città nella quale migliaia di famiglie vivono direttamente o indirettamente della siderurgia. Ma nel 2026 non possiamo considerare accettabile che per conservare un posto di lavoro si debba mettere nel conto la possibilità di ammalarsi o morire.
Proprio qui emerge però una seconda responsabilità nazionale. Per sessant’anni migliaia di persone hanno lavorato in una fabbrica considerata strategica per il Paese mentre la città sopportava conseguenze ambientali e sanitarie che oggi conosciamo. In molte famiglie lavoro e malattia sono entrati nella stessa storia. Se oggi, per tutelare quella salute, dovessimo ridurre la produzione, chiudere parte degli impianti o trasformare radicalmente la fabbrica, non potremmo chiedere alla stessa comunità di sopportare anche una disoccupazione collettiva.
La tutela dell’occupazione assume per questo un significato diverso. Non può determinare a priori il numero di tonnellate da produrre né obbligare a conservare lo stesso numero di addetti nella stessa fabbrica. Deve tradursi nell’impegno dello Stato a non abbandonare nessun lavoratore durante la trasformazione, attraverso il lavoro che resterà nella siderurgia, quello necessario alle bonifiche e alla rigenerazione delle aree, le nuove attività industriali e logistiche, la formazione e gli strumenti di accompagnamento necessari. Sarebbe il modo con cui il Paese si assume anche il costo sociale delle decisioni che prenderà sul futuro di una fabbrica che per decenni ha considerato strategica, non una misura assistenziale destinata a un territorio in crisi
Se partiamo da qui, i 6 milioni di tonnellate smettono di essere una premessa. Quel numero nasce dentro l’economia e le autorizzazioni del vecchio ciclo integrale; un impianto basato su ferro preridotto e forni elettrici avrebbe costi, consumi, occupazione e organizzazione differenti. E la doppia amministrazione straordinaria, della società proprietaria e di quella che gestisce gli impianti, dovrebbe almeno indurci a verificare se il gigantismo che negli anni Sessanta costituiva una delle ragioni della forza dell’Italsider non sia diventato, dentro condizioni completamente diverse, anche una parte della sua fragilità.
Qui torna la parola “strategico”. Forse ciò che il Paese deve evitare di disperdere non coincide necessariamente con sei milioni di tonnellate di acciaio. A Taranto esiste un patrimonio costruito in sessant’anni: porto, logistica, infrastrutture, competenze tecniche, imprese dell’indotto, professionalità e capacità di gestire processi industriali complessi.
Preservarlo può significare mantenere una siderurgia più piccola e tecnologicamente avanzata e, insieme, liberare progressivamente superfici da bonificare e destinare ad altre produzioni, utilizzare porto e infrastrutture per nuove filiere industriali, energetiche e logistiche, investire nella cantieristica, nell’economia del mare, nella ricerca e nella formazione.
* ex sindaco di Lecce
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