Sono stati trovati tutti e tre senza vita sul letto matrimoniale: la piccola Bianca, cinque anni, al centro tra i genitori, con una ferita al petto; Luca Abbasciano e Valentina Pambianco ai suoi lati, entrambi colpiti alla testa.
Ci sono tragedie che chiedono una risposta giudiziaria. E poi ce ne sono altre che, oltre alla giustizia, pongono una domanda molto più scomoda alla società. La morte di Luca Abbasciano, Valentina Pambianco e della loro figlia Bianca, cinque anni, appartiene alla seconda categoria. La bambina era affetta da una grave disabilità e i genitori, secondo quanto emerso finora, avevano costruito intorno a lei la propria esistenza, fino a trasformare la cura in una battaglia totale. Ora gli investigatori cercano di ricostruire gli ultimi istanti della famiglia e soprattutto la dinamica dei colpi di pistola.
La Procura continua a muoversi sull’ipotesi di duplice omicidio e suicidio, ma un punto fondamentale non è ancora definitivamente chiarito: chi abbia premuto il grilletto e in quale sequenza siano avvenuti gli spari. I tre corpi sono stati trovati nella camera da letto insieme al cane Teo e nell’abitazione è stata rinvenuta una Glock regolarmente detenuta da Abbasciano. Le autopsie previste oggi, insieme agli esami balistici e allo stub, dovranno fornire elementi decisivi per stabilire la dinamica.
Ma mentre la medicina legale prova a ricostruire come siano morti, gli investigatori stanno cercando di capire perché una famiglia sia arrivata a un punto di non ritorno. Sul tavolo dell’abitazione sono state trovate numerose lettere, circa una ventina secondo le ricostruzioni più recenti, indirizzate ai familiari e in diversi casi firmate da entrambi i genitori. Dentro ci sarebbero indicazioni sulle ultime volontà, disposizioni relative ai beni, richieste rivolte ai parenti e soprattutto una frase che sembra condensare la disperazione della coppia: «Da soli non ce la facciamo».
È una frase terribile perché sposta il centro della vicenda. Non siamo più soltanto davanti a una famiglia distrutta da un gesto estremo: emerge il racconto di due genitori che avrebbero percepito la propria condizione come una battaglia diventata impossibile da sostenere. Bianca era nata prematura e aveva una grave disabilità, con problemi neurologici, alle ossa e alla vista. Valentina aveva lasciato il lavoro per occuparsi della bambina, mentre la famiglia era conosciuta dai servizi sociali del territorio. Il presidente del IV Municipio, Massimiliano Umberti, ha parlato di persone che lottavano da anni e ha indicato proprio la solitudine come una delle chiavi della tragedia.
Poi c’è il capitolo delle cure. Ed è forse quello che più di ogni altro restituisce la misura della disperazione nella quale la coppia potrebbe essere precipitata. Luca e Valentina avevano portato Bianca in Messico, a Monterrey, presso la clinica Neurocytonix, per sottoporla a un trattamento sperimentale. Secondo le ricostruzioni più recenti, i viaggi sarebbero stati almeno tre, forse quattro, e avrebbero comportato una spesa complessiva di centinaia di migliaia di euro. Un ultimo viaggio era già stato programmato prima della tragedia.
Il trattamento seguito dalla bambina è ora al centro di ulteriori interrogativi. Il Corriere della Sera ha ricostruito che si trattava del Cytotron, una tecnologia basata su radiofrequenze e risonanza magnetica rotazionale, proposta per stimolare la rigenerazione di tessuti e cellule neurali. Si tratta di un metodo sperimentale che non è attualmente autorizzato in Italia per quel tipo di utilizzo.
È significativo anche ciò che racconta oggi Roberto Trujillo, dirigente della clinica messicana. Ha spiegato che, se avesse conosciuto le difficoltà economiche della famiglia, avrebbe cercato una soluzione per ridurre i costi. È un elemento che va trattato con cautela, perché al momento non è possibile stabilire che la situazione finanziaria sia stata una causa della tragedia. Ma testimonia quanto il tema economico sia entrato nel radar degli investigatori insieme alle lettere e alla storia delle cure.
Roberto Trujillo dirigente della clinica messicana
Ed è proprio qui che la cronaca rischia di diventare qualcosa di più grande. Perché parlare soltanto di “genitori disperati per una figlia disabile” sarebbe una semplificazione pericolosa. Una persona con disabilità non è un peso e una famiglia che assiste un figlio fragile non è necessariamente una famiglia destinata alla disperazione. Il punto è un altro: quanta assistenza concreta riceve una famiglia quando il bisogno è continuo, complesso e totalizzante?
La famiglia di Pietralata, secondo quanto dichiarato dalle istituzioni locali, era seguita dai servizi sociali. Questo elemento rende la vicenda ancora più importante, non meno. Essere “seguiti” non significa automaticamente essere accompagnati in modo sufficiente. E una tragedia come questa non autorizza a concludere che i servizi abbiano fallito: sarebbe un’accusa che le indagini, allo stato attuale, non consentono di sostenere. Ma autorizza certamente a chiedersi se la rete costruita intorno alle famiglie più fragili sia davvero abbastanza forte quando l’assistenza diventa una presenza quotidiana, per anni, senza pause.
La ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, commentando la tragedia, ha collegato proprio questo punto al disegno di legge sul riconoscimento dei caregiver familiari. Il provvedimento è arrivato in Parlamento dopo anni di tentativi e prevede un sistema di tutele differenziate per chi presta assistenza a un familiare non autosufficiente, con risorse complessive indicate in 257 milioni di euro. A luglio, tuttavia, le associazioni dei caregiver avevano denunciato il rischio di ritardi nell’iter e giudicato insufficiente il previsto contributo rispetto all’ampiezza della platea interessata.
È un dettaglio che merita attenzione perché mette la politica davanti a un bivio. Dopo una tragedia come quella di Pietralata è facile promettere più aiuti, più controlli, più strutture. Molto più difficile è costruire una rete che impedisca a una famiglia di sentirsi sola anche quando formalmente qualcuno la sta seguendo. Il problema del caregiver, infatti, non è soltanto economico. È fatto di tempo, assistenza, riposo, sostegno psicologico, servizi sanitari, continuità delle cure e possibilità di conservare una vita oltre la malattia del proprio familiare.
C’è poi un altro aspetto che non può essere ignorato: la speranza. Luca e Valentina non sembrano essersi arresi immediatamente alla condizione della figlia. Al contrario, dalle ricostruzioni emerge una ricerca ostinata di possibilità terapeutiche. Hanno cercato specialisti, affrontato viaggi, sostenuto costi elevatissimi. È la storia di moltissime famiglie che, davanti a una diagnosi devastante, cercano ogni strada possibile. E proprio questa speranza può diventare fragilissima quando ogni tentativo fallisce e le risorse economiche, fisiche ed emotive si consumano.
Non sappiamo ancora se questo sia stato ciò che è accaduto a Pietralata. Non sappiamo se i problemi economici abbiano determinato il gesto, non sappiamo se la coppia avesse già deciso insieme di morire e non sappiamo ancora chi abbia materialmente sparato. Sappiamo però che esistono lettere, una situazione familiare complessa, una bambina gravemente disabile, una madre che aveva lasciato il lavoro per assisterla, viaggi costosi alla ricerca di cure e una famiglia che risultava inserita nella rete dei servizi sociali. Sono fatti. Il resto deve essere accertato.
Ed è importante non trasformare il dramma in una favola già scritta, con un colpevole e una spiegazione pronta. Anche perché l’ultimo messaggio noto di Valentina, secondo quanto ricostruito oggi dal Corriere, è sorprendentemente distante dall’immagine di una persona che avrebbe annunciato pubblicamente una decisione imminente: «Dai, scriviamo sul gruppo che ci facciamo due risate». Era venerdì sera, poche ore prima della tragedia. Gli amici hanno raccontato di non aver percepito necessariamente un’imminente rottura dell’equilibrio.
Questo particolare rende la storia ancora più inquietante. Le persone possono vivere dentro una sofferenza profondissima senza mostrarla completamente all’esterno. Possono continuare a scrivere agli amici, organizzare una serata, parlare di un viaggio, sorridere a qualcuno e contemporaneamente trovarsi in una condizione interiore che nessuno riesce più a vedere.
Per questo la tragedia di Pietralata non dovrebbe essere utilizzata per costruire una sentenza morale sui genitori, né per trasformare la disabilità in sinonimo di sofferenza inevitabile. Dovrebbe servire piuttosto a interrogare la capacità dello Stato e della comunità di riconoscere quando una famiglia sta diventando troppo fragile per reggere da sola.
Perché la frase «Da soli non ce la facciamo» non è soltanto una possibile spiegazione lasciata su un foglio. È anche una domanda rivolta all’esterno.
Quanto deve essere sola una famiglia prima che qualcuno si accorga che non ce la fa più?
FOCUS – Il caregiver familiare: quando assistere diventa un lavoro senza orari
In Italia il tema dei caregiver familiari è da anni uno dei punti più delicati delle politiche sociali. Sono persone che assistono quotidianamente un familiare non autosufficiente e che spesso finiscono per sostenere una parte enorme del sistema di cura direttamente dentro casa. Il disegno di legge promosso dalla ministra Alessandra Locatelli punta proprio a riconoscere formalmente questo ruolo, introducendo tutele differenziate in base al carico assistenziale.
Il testo approdato in Consiglio dei ministri a gennaio 2026 prevede tre fasce per il caregiver familiare convivente prevalente: almeno 91 ore di assistenza settimanale, tra 30 e 90 ore oppure tra 10 e 29 ore. L’obiettivo dichiarato è trasformare un’attività spesso invisibile in una condizione riconosciuta anche sul piano delle tutele. Il provvedimento dispone inoltre di risorse stanziate in legge di bilancio per accompagnare il percorso.
Il problema è che tra il riconoscimento sulla carta e la vita quotidiana delle famiglie può esserci una distanza enorme. Le associazioni dei caregiver hanno contestato il numero limitato di potenziali beneficiari delle misure economiche e chiesto qualcosa di più ampio: il riconoscimento dell’assistenza continuativa come vero e proprio lavoro, contributi figurativi e soprattutto servizi territoriali capaci di evitare che tutto ricada sulle spalle della famiglia.
La tragedia di Pietralata rende questa discussione drammaticamente concreta. Non perché si possa stabilire oggi che una diversa misura economica avrebbe evitato ciò che è accaduto. Non lo sappiamo e sarebbe irresponsabile sostenerlo. Ma perché mostra cosa può significare, nella realtà, avere una bambina gravemente disabile che necessita di cure e assistenza, mentre uno dei genitori rinuncia al lavoro e l’intera organizzazione familiare viene costruita intorno alla persona fragile.
La vera sfida del welfare non dovrebbe essere soltanto intervenire quando una famiglia chiede aiuto. Dovrebbe essere intercettare prima il momento nel quale l’aiuto non basta più. Significa conoscere le famiglie, verificare periodicamente il carico assistenziale, garantire sollievo ai caregiver, assicurare continuità sanitaria e sociale e impedire che la possibilità di curare adeguatamente un figlio dipenda dalla disponibilità economica dei genitori.
E c’è un’ultima lezione che arriva da Pietralata. La solitudine non coincide necessariamente con l’assenza assoluta di persone o istituzioni. Una famiglia può avere parenti, amici, servizi sociali e medici e sentirsi comunque sola dentro una situazione che nessuno riesce realmente a condividere. È questa la zona più difficile da raggiungere per qualsiasi sistema di welfare.
Per Bianca, naturalmente, non esiste più una possibilità di intervento. Per altre famiglie sì. Ed è forse questa l’unica risposta che una tragedia così terribile può ancora pretendere dalla politica: fare in modo che quelle parole — “da soli non ce la facciamo” — arrivino prima che sia troppo tardi.
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