Antonio Giraudo, classe 1946, il calcio nel sangue sin da quando, da giovane, faceva il mediano nel Pertusa. Indisciplinato sul campo, disciplinatissimo negli studi, scuole dai Gesuiti, laurea in Economia. Inizia subito come imprenditore edile, poi l’incontro con Umberto Agnelli, ed è subito feeling. Il Dottore gli chiede se è interessato ad un’esperienza in Fiat. E lì, partendo dalla componentistica a Villastellone, giunge ai vertici di Corso Marconi. Toro Assicurazioni, Ifil, Piaggio, Stampa, poi i due gioielli di famiglia, Sestriere e la Juve dove, come amministratore delegato, vince tutto. In fondo, anche il Mondiale del 2006, con la Nazionale juventina di Marcello Lippi. La sua, alla Juve, è una rivoluzione: Borsa, nuove vie di business, diritti tv. Assieme a Galliani è considerato il padrone del calcio italiano di allora. Poi, il black out con Calciopoli. Radiato dalla Figc nel 2011, quindi con fine pena mai. Sul piano della giustizia ordinaria due assoluzioni piene: nel processo cosiddetto sul doping e sul falso in bilancio. Su Calciopoli è venuta la prescrizione. Da allora è a Londra, dove continua a lavorare nell’immobiliare, finanza e consulenza sportive.
Perché ha accettato di parlare proprio ora, dopo vent’anni di silenzio?
«Perché è cambiato il contesto in cui la storia può essere raccontata. Ad oggi tutti i processi ordinari si sono conclusi senza alcuna condanna. Ma c’è una novità che riguarda la giustizia sportiva».
Aspetti. Senza condanna perché il processo è andato in prescrizione.
«Avevo chiesto il rito abbreviato, senza atteggiamenti dilatori, perché volevo un giudizio veloce. Ho la sensazione che i giudici l’abbiano tirata per le lunghe perché l’alternativa era assolvermi. E l’hanno mandata in prescrizione».
Su cosa fonda questa convinzione?
«Agli atti non ci sono mie telefonate rilevanti. Il sorteggio arbitrale poi è stato giudicato regolare. Così come i campionati».
La radiazione sportiva le brucia ancora. Quale è la novità?
«La recente sentenza della Corte di Giustizia europea. Chiarisce un principio fondamentale: chi si vede inflitta una sanzione sportiva deve avere diritto a rivolgersi a un giudice in grado di valutarne la legittimità».
Con questa sentenza un giudice riscriverà la storia?
«Mi stupirei del contrario. Un giudice potrà annullare una pronuncia disciplinare “domestica” che si ritiene illegittima. Come ha sostenuto il mio avvocato Dupont, vittorioso alla Corte di Giustizia: l’attuale sistema è contrario ai principi del diritto europeo».
Cosa è stata per lei Calciopoli?
«Una gogna mediatica senza precedenti, figlia dell’invidia di chi non ci ha battuto sul campo. Ma la vera conseguenza è stata quella di affossare il calcio italiano. A conti fatti è stato, per invertire la formula, un topolino che ha partorito una montagna».
Quale sarebbe il topolino?
«Il topolino è la fotografia che emerge alla fine dei lunghi processi: nessun campionato alterato. Come disse Sandulli, presidente della Corte Federale, “un mondo fatto di cattive abitudini, non di illeciti classici”».
Queste cattive abitudini proseguono ancora oggi?
«Mi sembra si stia parlando molto di una certa “arbitropoli”. E che il telefono sia ancora caldo. O no?».
Pensa di aver sempre agito correttamente?
«Se si riferisce al rispetto delle regole, sì. Lo dicono anche le sentenze».
La società, con lei, è stata ingenerosa?
«Di fatto, con l’avvento di Gabetti, è cambiata proprietà. Da lui non mi sono mai aspettato nulla».
Con chi ha rapporti oggi della famiglia Agnelli?
«È una famiglia che sarà di circa duecento persone. Qualcuno l’ho incontrato a Londra in questi vent’anni…».
Quale è la cosa che le ha fatto più male in questa storia?
«Cito Pannella a proposito di Tangentopoli: si passa dal “conformismo dei clienti alla rivolta dei pezzenti”. E tutti si uniscono alla folla per avere il proprio brandello».
Parla di ciò che ha subito?
«Avevo già voltato pagina prima. Ero già a Londra per sviluppare importanti progetti immobiliari e finanziari».
Come si chiuse la sua esperienza con la Juve?
«Avrei proseguito, ma solo andando avanti sul progetto iniziato. Quando siamo andati in Borsa, avevamo individuato un percorso: passare da società sportiva a media company, con i diritti televisivi, e poi a entertainment company».
Poi?
«Mi chiamò l’Ingegner Elkann: si ritornava a essere una società solo sportiva. Era il 26 dicembre 2006, ironia della sorte, stessa data che aveva segnato l’inizio 12 anni prima con una telefonata di Umberto Agnelli».
Come andò quella volta?
«Squillò il telefono alle sei del mattino. Era il Dottore che mi chiese di raggiungerlo a Sestriere per un caffè. Lui e suo fratello volevano che mi occupassi della Juventus. La squadra non vinceva da nove anni e a Torino questo non era accettabile. In più la società non riusciva a far fronte ai debiti con le proprie risorse».
La mission dunque era vincere e far quadrare i conti.
«Esatto. Qualche giorno dopo incontrai l’Avvocato a Villa Frescot. Dialogo veloce: l’azionista non avrebbe più messo soldi. Accompagnandomi alla porta, però, mi salutò dicendomi: “Giraudo, si ricordi che a noi piace vincere”».
Con Romiti andava d’accordo?
«Con Romiti e Gabetti non ho mai legato. Meglio tornare agli immobili, quelli di mattoni. Il giorno in cui cambia tutto però è il 27 maggio 2004, quando muore Umberto Agnelli. Prima di lui erano morti l’Avvocato, e anche l’avvocato dell’Avvocato, il nostro presidente Vittorio Chiusano. Le figure che più capivano e amavano la Juventus e l’avrebbero difesa contro tutto e tutti».
Con l’Avvocato e il Dottore viventi Calciopoli sarebbe mai esplosa?
«Non sarebbe successo nulla di quello che è successo».
Perché?
«Ci hanno seguiti, intercettati e spiati privatamente. Non si sarebbero mai permessi nemmeno di immaginare certe cose con Gianni e Umberto Agnelli. Sarebbe prevalso il codice di rispetto che vigeva nel capitalismo italiano».
Dia un giudizio su come si è comportata la società.
«Mi ha sempre lasciato perplesso. Ha chiesto il patteggiamento nel processo sui bilanci e i suoi dirigenti sono stati assolti. Ha accettato la Serie B, senza neanche aver letto le intercettazioni. Bah. L’errore di valutazione fu enorme».
Come se lo spiega?
«Grande Stevens, allora presidente della Juve, presentò una querela per infedeltà patrimoniale riferita alla mia gestione. E, come Juventus, chiese di patteggiare una pena per gli stessi fatti. Morale: io assolto, la Juve anche, nonostante la proposta di patteggiamento del suo avvocato Zaccone. Quello della C con penalizzazione!».
Pensa che c’entri il fatto che Gabetti e Grande Stevens vennero sanzionati dalla Consob e sottoposti anche a un procedimento penale?
«Erano entrambe persone troppo corrette perché si possa accusarli di aver affondato la Juventus per distrarre l’attenzione dal loro processo o per indebolire concorrenti alla guida del Gruppo».
Dia una definizione di Gianni Agnelli.
«L’Avvocato non era presente: era immanente. Appariva fisicamente nei momenti topici. Senza il suo appoggio, non avrei mai vinto la battaglia per lo stadio».
Inaugurato dai suoi successori. Ci è mai andato?
«Non ci sono mai più voluto tornare. Ho ceduto solo una volta. Mio figlio aveva comprato tre biglietti ai distinti, per me e il mio nipotino. Non ho potuto dire di no».
Come è andata?
«Mi hanno riconosciuto. E non riuscivo a uscire dallo stadio tra foto e selfie. E il coro. “Torni, torni”».
E oggi tornerebbe in tribuna?
«Solo se mi invita l’Ingegner Elkann».
Elkann ha il quid?
«Sì, ha preso una Exor che capitalizzava due miliardi: oggi ne capitalizza ventidue. La sua riservatezza non deve ingannare. Ha retto, da giovanissimo, personalità come Romiti, Gabetti, Marchionne. Oggi li ha superati partecipando ai consigli di amministrazione dei principali gruppi del tech americano. E viene ricevuto alla Casa Bianca, all’Eliseo e al Quirinale».
Che rapporti avete?
«Ho molto apprezzato, dopo l’assoluzione nel processo sui bilanci, un suo sms in cui si complimentava con me perché il fatto non sussisteva. Perfetto stile Juve».
Che cosa è stata la scuola Fiat?
«Disciplina, dovere, capacità di scelta degli uomini: il Senatore aveva come uomo di fiducia Valletta, l’Avvocato il torinese Ghidella e il Dottore aveva Marchionne. Una successione di figure importantissime, che testimonia la lungimiranza della famiglia nella scelta dei propri collaboratori».
Quando lei arriva Berlusconi è il padrone del calcio.
«Il più grande presidente che ho incontrato nei miei dodici anni di attività calcistica: competente, appassionato, generoso, sapeva scegliere, valorizzare, motivare e difendere a spada tratta i suoi uomini».
Ha mai provato a portarla con sé?
«Sì, la prima volta venne da me Vittorio Feltri e mi disse che il Cavaliere era interessato per il Milan. La volta successiva fu a palazzo Grazioli, da soli. Mi ha lusingato, ma non avrei mai potuto tradire Umberto Agnelli».
Dica un ricordo che tiene nel cuore.
«In un Trofeo Luigi Berlusconi, durante Juve-Milan, Buffon subì un grave infortunio alla spalla, a seguito di uno scontro fortuito con Kaká. Una perdita enorme per noi. Al termine della partita Galliani già voleva iniziare la trattativa su Abbiati. Berlusconi lo interruppe subito: “Non chiediamo nulla in cambio”».
Ma chi comandava per davvero nella triade?
«Comandavo io. Il termine triade non mi piace. Io ero a capo di un gruppo di persone, a cui va dato il merito dei risultati. Bettega, Romy Gai, Opezzi e Agricola».
E Luciano Moggi? L’Avvocato lo chiamava «lo stalliere del Re».
«Gabetti e Boniperti non lo volevano. Il compromesso fu: veniva assunto senza potere di firma e rappresentanza nelle istituzioni. Come gestore del gruppo riconosco tutt’ora le sue capacità».
Aveva ragione Boniperti sul resto?
«Sì è rovinato da solo nella comunicazione vanitosa, dovuta al fatto che non aveva avuto esperienze industriali. Ha fatto danni a se stesso e mancato di rispetto a chi ha lavorato con lui».
Capello, Lippi o Ancelotti? Il suo preferito.
«Non vale, perché con Capello siamo amici. Comunque tre tra i migliori allenatori del mondo».
Baggio o Del Piero?
«Zidane, l’unico a cui abbiamo aumentano lo stipendio noi, senza che ce lo chiedesse lui. Battute a parte, un fuoriclasse. Addirittura Platini ritiene che un gol di Zidane in finale di Champions sia il più bello di sempre».
Le manca il calcio?
«Il calcio no. Ho avuto un mandato come manager e l’ho assolto, sia per la Juve che per il calcio italiano in generale. I tifosi però sì, mi mancano».
Dicono che lei si sia convertito: era del Toro?
«All’inizio vivevo in corso Marconi come un russo alla Casa Bianca durante la Guerra Fredda… Io che andavo alle elementari vicino al Filadelfia e crescevo nel mito del Grande Torino, ho avuto la vita segnata dall’amore per la Juve, ampiamente ricambiato dalla gente».
Malagò è l’uomo giusto per risollevare il calcio italiano?
«Parliamo prima della sua crisi? Nel 2006 eravamo campioni del mondo e primi nel ranking Fifa. Oggi siamo quindicesimi e, per la terza volta, non ci siamo qualificati ai Mondiali. Nessun club italiano rientra fra i primi dieci d’Europa per fatturato. Gli stadi sono complessivamente obsoleti».
Morale?
«Con questi risultati bisognava resettare tutto: tutti a casa. A cominciare da Abete, da decenni ai vertici del calcio federale con risultati perdenti. Per me la Federazione andava commissariata. Invece si è cambiato il presidente, ma non le logiche».
Alla fine Mancini è una scelta giusta?
«Mi chiedo: perché è stato considerato più grave il contratto di sponsorizzazione di Pirlo con una società russa di betting, e che lo stesso Pirlo era disposto a risolvere, rispetto alla situazione di Oriali coinvolto nella vicenda del falso passaporto di Recoba, e che per questo ha patteggiato ed è stato condannato?».
Non le piace Mancini.
«Mi pare che non piaccia alla Lega di Serie A per come lasciò la Nazionale a meno di un mese da due partite decisive per la qualificazione agli Europei. Antonio Conte, invece, neanche interpellato. Peccato poi per Maldini e Leonardo, bella novità, persone serie con idee chiare. Concordo con Maldini, nessuna possibilità di innovare con questi presupposti».
Quale è il problema del calcio?
«Il sovranismo non è una buona ricetta neanche per il calcio. Perché, con un governo che ha varato il Piano Mattei, non sviluppare Academy sportive e calcistiche in Africa? Lo sport è un esempio di integrazione: ne sono dimostrazione i recenti Europei di nuoto e atletica. Non dobbiamo inventare niente. Basta guardare alla Francia».
Sul business dove si deve guardare?
«Al mio arrivo, andai a studiare il Manchester United: uno stadio straordinario, il merchandising numero uno al mondo, i diritti tv, e una rivista che vendeva 50.000 copie solo in Malesia! Ora va studiato il Real Madrid. Lo stadio non è più soltanto il luogo in cui si gioca una partita: è diventato una piattaforma tecnologica sulla quale convergono dati, media, intelligenza artificiale, produzione audiovisiva, ricerca, intrattenimento e nuovi modelli di business come il Mid, il Madrid Innovation District, che diventerà uno dei principali poli europei di innovazione tecnologica».
Sta dicendo che non abbiamo letto la trasformazione del mercato?
«Sì, è miope pensare di gestire il futuro aumentando il numero di competizioni e di partite per aumentare il fatturato. Millennial e generazione Z non sono disposti ad osservare una partita che dura 90 minuti. Sono invece interessati agli highlights. Concentrarsi su di loro significa confrontarsi con i nuovi competitor del calcio: mondo gaming, e-sport, social network, streaming on demand, serie tv, nuovi influencer multimediali».
Perché la Juve non vince più?
«Oggi ci sono le premesse per tornare a vincere».
Andrea Agnelli ha vinto nove scudetti di fila. Ed è finito processato. La storia si ripete?
«Non so se la storia si ripete. So che amava la Juve almeno quanto Massimo Moratti amava l’Inter. Ma con risultati di alto livello sul campo».
L’accoppiata Carnevali-Massara funziona?
«Finalmente John Elkann ha scelto bene! La proprietà è solida e presente, il management adeguato, l’allenatore c’è, la squadra è buona. Ci sono gli ingredienti per una Juve vincente».
Cosa direbbe ai tifosi?
«L’eredità è pesante. Quindi fiducia e pazienza».
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