Statali, saranno pagate le ferie non godute. Cade un’altra ingiustizia


Ci sono norme che, quando vengono finalmente cancellate, non rappresentano soltanto una modifica legislativa. Rappresentano la fine di un’epoca e, soprattutto, la conferma che certe battaglie, anche quando sembrano lunghe e difficili, dmeritano la essere combattute fino in fondo.

La cancellazione del divieto assoluto di monetizzazione delle ferie non godute dai dipendenti pubblici è una di queste.

Con il decreto PA, entrato in vigore l’8 agosto, cade infatti uno dei simboli più odiosi della stagione dell’austerità che, culminata nella spending review del Governo Monti del 2012, scaricò una parte rilevante del risanamento dei conti pubblici sulle spalle dei lavoratori dello Stato.

Per anni ci siamo sentiti spiegare che quelle misure erano inevitabili, che le imponevano i conti, e che l’emergenza finanziaria richiedeva sacrifici. E, quando in Italia si parla di sacrifici nella pubblica amministrazione, troppo spesso si finisce per chiedere il conto sempre agli stessi: ai lavoratori.

Furono anni nei quali il pubblico impiego venne considerato non come una risorsa per il Paese, ma quasi esclusivamente come un costo da comprimere.

Si bloccò il turn over, lasciando progressivamente sguarniti uffici, ministeri e amministrazioni. Si congelarono per anni i rinnovi contrattuali e le retribuzioni, con una perdita di potere d’acquisto che ancora oggi pesa sugli stipendi. Si limitarono assunzioni e carriere. Si intervenne sulle buonuscite. E con l’articolo 5, comma 8, del decreto-legge 95 del 2012 si arrivò persino a stabilire che ferie maturate e non godute non potessero essere pagate alla cessazione del rapporto di lavoro.

Anche quando quelle ferie non erano state godute perché il lavoratore aveva dovuto garantire il funzionamento del proprio ufficio.

Era questo il paradosso.

Un dipendente poteva accumulare ferie per carenza di personale, per il servizio che non consentiva l’assenza, per l’esigenza dell’amministrazione di avere la sua presenza. Poi, al momento della pensione, quelle giornate potevano semplicemente scomparire.

Una prestazione lavorativa effettivamente resa diventava, di fatto, lavoro regalato. Lo abbiamo sempre considerato profondamente ingiusto. Non perché il sindacato voglia trasformare le ferie in una componente ordinaria della retribuzione. È vero esattamente il contrario. Le ferie devono innanzitutto essere godute, perché rappresentano un diritto irrinunciabile del lavoratore e uno strumento di tutela della sua salute.

Ma proprio per questo spetta al datore di lavoro organizzare il servizio in modo da consentirne la fruizione.

Non si può chiedere a una persona di rinunciare alle ferie per garantire il funzionamento dell’amministrazione e poi, alla fine del rapporto di lavoro, far ricadere sulle sue stesse spalle le conseguenze economiche di tale rinuncia.

È un principio elementare di giustizia.E oggi finalmente quel principio entra con chiarezza nella legge. La nuova disciplina stabilisce che, soltanto quando la mancata fruizione delle ferie dipende da una scelta consapevole del lavoratore, viene meno il diritto all’indennità sostitutiva alla cessazione del rapporto. E sarà il datore di lavoro a dover dimostrare di aver effettivamente messo il dipendente nelle condizioni di fruire delle ferie e di averlo tempestivamente informato delle conseguenze della mancata fruizione.

È un cambiamento sostanziale.

Ed è anche il risultato di un percorso che ha visto la giurisprudenza europea demolire progressivamente le giustificazioni con cui per anni si era difeso quel divieto. La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha chiarito che le esigenze organizzative e il contenimento della spesa pubblica non possono cancellare un diritto riconosciuto dalla normativa europea. La sentenza del 18 gennaio 2024 nel caso del Comune di Copertino lo ha affermato in modo inequivocabile, anche nell’ipotesi di dimissioni volontarie del dipendente.

Ma per noi questa vicenda ha un significato ancora più ampio.

Confsal-UNSA è stata tra quelle organizzazioni sindacali che non hanno mai accettato l’idea secondo cui il dipendente pubblico dovesse essere il bancomat al quale lo Stato poteva ricorrere ogni volta che occorreva sistemare i conti. Abbiamo combattuto quella filosofia allora e continuiamo a combatterla oggi. Una dopo l’altra, molte delle barriere costruite in quegli anni sono cadute.

È caduto il blocco della contrattazione.

È ripartito, pur con tutte le insufficienze che continuiamo a denunciare, il turn over. Sono state progressivamente superate diverse misure eccezionali che avevano trasformato l’emergenza finanziaria in una compressione permanente dei diritti dei dipendenti pubblici. Oggi cade anche il principio secondo cui le ferie non godute dovessero essere comunque cancellate senza alcuna compensazione economica.

È una vittoria.

Non abbiamo alcuna difficoltà a chiamarla con il suo nome. È una vittoria dei lavoratori pubblici e di chi in questi anni ha continuato a sostenere che il risanamento dello Stato non può essere realizzato violando i diritti di chi per quello Stato lavora. Ma proprio per questo non possiamo fermarci.

Perché un ultimo grande muro di quella cultura discriminatoria è ancora in piedi: il pagamento differito e rateizzato del TFS dei dipendenti pubblici.

È forse l’ingiustizia più evidente di tutte. Il TFS non è un regalo dello Stato. Non è un premio. Non è una concessione. È salario differito. Sono soldi del lavoratore, maturati durante decenni di servizio. Eppure, un dipendente pubblico che va in pensione può ancora essere costretto ad attendere mesi, e in alcuni casi anni, per ricevere ciò che gli appartiene. Una discriminazione difficilmente spiegabile rispetto a quanto avviene nel lavoro privato, che costringe molte persone, se hanno necessità immediate di quelle somme, persino a rivolgersi al sistema bancario per ottenere in anticipo il proprio denaro. Su questo punto, la Corte costituzionale è intervenuta ormai più volte.

Le sentenze n. 159 del 2019 e n. 130 del 2023 e, da ultimo, l’ordinanza n. 25 del 2026 hanno segnato un percorso sempre più netto. E quel percorso nasce anche dai ricorsi e dalle iniziative giudiziarie che Confsal-UNSA ha promosso e sostenuto in questi anni.

Con l’ultimo pronunciamento la Consulta ha chiesto al legislatore di intervenire senza ulteriori dilazioni e ha rinviato la questione all’udienza del 14 gennaio 2027. A questo punto non possono esserci più alibi. Se siamo finalmente riusciti a cancellare il divieto indiscriminato di monetizzazione delle ferie, dobbiamo avere il coraggio di completare l’opera. La stagione in cui i diritti dei lavoratori pubblici potevano essere sospesi per esigenze di bilancio deve essere definitivamente chiusa. Per questo la battaglia della Confsal-UNSA continuerà. Continuerà nelle sedi politiche. Continuerà nelle sedi sindacali. E, se necessario, continuerà ancora una volta nelle aule di giustizia.

Il nostro obiettivo è semplice: il TFS deve essere corrisposto al lavoratore al momento della cessazione dal servizio, in tempi certi e senza ingiustificate rateizzazioni.

Non chiediamo privilegi. Chiediamo che ai dipendenti pubblici venga riconosciuto ciò che spetta a qualsiasi lavoratore: il rispetto del proprio lavoro, della propria retribuzione e dei propri diritti. Con la vicenda delle ferie è caduto un altro muro. Ora ne resta uno fondamentale. E fino a quando anche quello non sarà abbattuto, Confsal-UNSA non mollerà.


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