In venti giorni, sei Paesi. Prima la Germania, poi la Svizzera, l’Austria, la Finlandia, la Svezia e infine i Paesi Bassi hanno comunicato a Roma che ricominceranno a rispedire in Italia i cosiddetti “dublinanti“. La lettura che circola più semplice e seducente è una: l’Europa si vendica. Dopo lo scontro con Madrid sulla sospensione di Schengen, il continente avrebbe deciso di presentare il conto al governo italiano, restituendogli uno per uno i migranti che aveva accolto “per fare un favore”. È una narrazione che spiega tutto e non spiega niente. Perché la domanda giusta non è perché ce li rimandano, ma un’altra, più scomoda: perché possono farlo proprio adesso, dopo tre anni in cui l’Italia li aveva sistematicamente respinti?
La risposta non sta nella diplomazia offesa. Sta in due atti tecnici — una sentenza e una data — che hanno cambiato le regole del gioco senza che quasi nessuno, nel dibattito pubblico, se ne accorgesse.
Chi sono i dublinanti
Un dublinante non è un migrante qualsiasi. È una persona che ha chiesto protezione internazionale nel primo Paese europeo in cui è stata identificata — quasi sempre uno Stato di frontiera meridionale, l’Italia in testa — e che poi, invece di restarvi, si è spostata verso un altro Stato membro, di norma più a nord. Sono i protagonisti dei cosiddetti “movimenti secondari”, il vero nervo scoperto del sistema d’asilo europeo. Il principio, fissato dal Regolamento di Dublino e mai abbandonato, è che la responsabilità di esaminare la domanda ricade sul Paese di primo ingresso. Chi si allontana, in teoria, va riconsegnato.
Per anni questo meccanismo è rimasto sulla carta. Dal 5 dicembre 2022, con una circolare del ministro Piantedosi, l’Italia aveva di fatto chiuso i rubinetti: a fronte di circa 80.000 richieste di presa in carico arrivate da altri Stati fino alla fine del 2025, Roma aveva azzerato ogni trasferimento in entrata. Un blocco silenzioso e quasi totale. Per avere un termine di paragone, nel solo quinquennio 2018-2022 i dublinanti effettivamente rientrati in Italia erano stati 17.605. Poi, per tre anni, quasi nulla. È questo lo sfondo su cui va letta la sequenza di annunci di agosto: non l’inizio di qualcosa di nuovo, ma la fine di un’anomalia che l’Italia aveva costruito e che ora non può più difendere.
Il 12 giugno che ha riscritto le regole
La prima data da cerchiare è il 12 giugno 2026: l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, approvato a dicembre. Il Patto ammorbidisce alcune rigidità di Dublino ma ne conferma l’architettura di fondo, e soprattutto introduce l’Asylum and Migration Management Regulation, il testo che disciplina proprio i movimenti secondari. La logica è più stringente di prima: lo Stato responsabile è indicato senza margini nel sistema Eurodac, e se il richiedente si sposta senza autorizzazione il suo trasferimento può avvenire con una procedura più rapida, attivabile in qualsiasi momento. È la parte del pacchetto che l’Italia ha accettato per averne altre — il meccanismo di solidarietà “obbligatoria ma a geometria variabile” — e sulla scommessa che i numeri degli sbarchi sarebbero calati. Cosa che, in effetti, sta avvenendo.
La seconda leva è giuridica e più profonda. Secondo quanto ricostruito dal professor Fabio Spitaleri dell’Università di Trieste, una sentenza della Corte di Giustizia europea del marzo 2026 — nota come caso Daraa — avrebbe stabilito che uno Stato non può rifiutare unilateralmente le richieste di trasferimento: una prassi come quella adottata da Roma dal 2022 non è coerente né con Dublino né con il nuovo regolamento. Tradotto: lo strumento con cui l’Italia respingeva gli 80.000 è stato dichiarato illegittimo. Ed è qui che la narrazione della vendetta si sgretola. Gli Stati che oggi annunciano i rientri non stanno inaugurando una rappresaglia; stanno esercitando un diritto che, fino a marzo, si sarebbe infranto contro il muro italiano — e che ora quel muro non ce l’ha più davanti.
Resta un contenzioso interpretativo non da poco: per Roma la ripresa vale solo per chi è entrato nel sistema dopo il 12 giugno, per Berlino e Vienna anche per chi c’era prima. Ma il quadro non è simmetrico. Il regolamento contiene una trappola temporale: se il trasferimento non si perfeziona entro sei mesi, la responsabilità della domanda torna a chi l’aveva chiesto. Uno Stato del nord ha quindi un incentivo a muoversi in fretta, l’Italia a temporeggiare — e se la controversia degenera, la Commissione o un altro Stato membro possono aprire una procedura d’infrazione. È l’elemento che trasforma un braccio di ferro amministrativo in un rischio concreto per Roma.
Due partite, un solo campo
Che cosa c’entra allora Ceuta e lo scontro con la Spagna? Sul piano giuridico, nulla. La sospensione di Schengen decisa dall’Italia dopo l’arrivo di decine di migliaia di persone nell’exclave spagnola tra il 30 e il 31 luglio — poi in gran parte rientrate in Marocco — è una vicenda distinta dai rientri dublinanti. Sono due partite diverse. Ma si giocano sullo stesso campo, e nella percezione politica finiscono per saldarsi.
Il dibattito interno ha subito piegato i fatti alle proprie convenienze. L’opposizione ha letto i rientri come il “boomerang” di una linea muscolare: hai chiuso le frontiere alla Spagna, ora gli altri chiudono le loro a te. Il governo, per bocca dello stesso Piantedosi, ha negato qualsiasi correlazione, derubricando tutto a coincidenza temporale. Entrambe le versioni dicono una parte di verità e ne nascondono un’altra. È vero che i rientri non nascono dallo scontro con Madrid: la loro causa è la sentenza e il Patto, non la ripicca. Ma è altrettanto vero che il clima di sfiducia reciproca aperto dalla stagione delle frontiere chiuse ha eroso quel margine di cortesia informale con cui, in passato, molti Stati evitavano di forzare la mano sui trasferimenti. La causa è strutturale; il catalizzatore, forse, è atmosferico. Ridurre tutto all’una o all’altro è comodo per chi fa propaganda, non per chi vuole capire.
Il difetto di fabbrica
Qui conviene alzare lo sguardo dalla cronaca e chiedersi non che cosa succederà, ma che cosa questa prima vera prova rivela sul disegno stesso del Patto. Perché il punto non è che il sistema stia funzionando male in un momento di tensione. È che sta funzionando esattamente come è costruito — e la costruzione ha un difetto di fabbrica.
Il nuovo Patto poggia su un baratto: più responsabilità per i Paesi di primo ingresso in cambio di una solidarietà degli altri. Ma la solidarietà, nel testo, è “obbligatoria” solo nel principio; nelle forme è variabile, negoziabile, aggirabile. La responsabilità, invece, è puntuale e verificabile, scritta in un codice Eurodac. Il risultato è un’asimmetria: ciò che pesa sul sud è misurabile e imponibile, ciò che dovrebbe alleggerirlo è discrezionale. Quando il clima politico è collaborativo, l’asimmetria resta latente. Quando si guasta, riemerge tutta intera — ed è precisamente ciò che stiamo osservando.
Spitaleri usa un’immagine efficace: se agli ingranaggi, invece dell’olio, si mette sabbia, il sistema non gira. Il Patto è un meccanismo che presuppone la buona fede degli Stati per funzionare, ma non contiene quasi nulla che la imponga quando viene meno. Non è un incidente: è la conseguenza di un compromesso che, per essere approvato, ha rinunciato a rendere davvero vincolante la parte più scomoda. La trappola dei sei mesi, la solidarietà a geometria variabile, la procedura d’infrazione come unico deterrente reale: sono tutte spie dello stesso vizio d’origine. Un’architettura che sta in piedi solo finché nessuno la mette alla prova, e che alla prima prova mostra le crepe.
Italia ed Europa: la tentazione della scorciatoia
Davanti a questo quadro, la reazione italiana oscilla tra due mosse. Sul fronte tedesco si lavora a un accordo bilaterale, riconoscimento implicito che la via d’uscita passa dal riavvio della collaborazione tra governi, non dalla chiusura. Sull’altro fronte, al Viminale si torna a evocare la scorciatoia degli hub per il rimpatrio fuori dai confini europei — un’estensione del “modello Albania” verso Paesi africani come Ruanda e Uganda, dove trattenere o processare le domande d’asilo. Sono al momento ipotesi, non decisioni. Ma raccontano una tentazione ricorrente: rispondere a un problema di cooperazione europea esportandone i costi altrove.
È la strada che appare più rapida ed è probabilmente la più fragile. La gestione di centri offshore è complessa, costosa e difficile da tenere entro standard accettabili: con il sovraffollamento e il prolungarsi delle detenzioni, il rischio è che la tutela dei diritti fondamentali si assottigli fino a sparire, in Paesi con garanzie democratiche diverse dalle nostre. E soprattutto non risolve il nodo vero, che non è dove processare le domande, ma come far collaborare Stati che hanno smesso di fidarsi l’uno dell’altro. La stessa strumentalizzazione dei flussi da parte di attori esterni — la Turchia, la Bielorussia, la Libia — si combatte con misure congiunte e coordinate da Frontex alle frontiere esterne, non ripristinando i controlli tra un Paese europeo e l’altro. Ogni confine che si richiude all’interno dell’Unione è una risposta di sfiducia a un problema che solo la fiducia può gestire.
Il prezzo della sfiducia
La vicenda dei dublinanti, alla fine, non parla di migranti soltanto. Parla di che cosa tiene insieme un’Unione quando i suoi membri smettono di considerarsi alleati e cominciano a trattarsi come controparti. L’Italia si è illusa a lungo di poter gestire il fenomeno con un no ripetuto allo sportello; l’Europa si illude oggi di poterlo gestire con un sì automatico allo stesso sportello, in direzione contraria. Sono due facce dello stesso equivoco: l’idea che l’interdipendenza si possa amministrare a colpi di regolamenti, senza la parte più difficile, che è politica e si chiama collaborazione.
Il conto che sei Paesi stanno presentando a Roma, in fondo, è il conto di quel Patto che tutti hanno firmato sperando che gli altri lo prendessero più sul serio di quanto fossero disposti a fare loro stessi. Finché ciascuno leggerà le regole comuni come uno strumento da usare contro il vicino, e non come un vincolo che obbliga anche sé, ogni crisi migratoria continuerà a diventare, prima ancora che un’emergenza umanitaria, una prova di lealtà europea. E su quella prova, per ora, il continente non sta andando bene.
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