Battesimi e diritto all’oblio. Porcelluzzi: “La libertà della Chiesa è presidio della libertà di tutti”


Alla Corte Ue il caso della diocesi di Gand sui dati dei battezzati che lasciano la Chiesa. Don Michele Porcelluzzi spiega perché l’annotazione a margine tutela i diritti della persona senza compromettere libertà religiosa, memoria ecclesiale e validità sacramentale

(Foto Vatican Media/SIR)

“La libertà della Chiesa è anche un presidio della libertà di tutti: ricorda al potere pubblico che non ogni realtà umana rientra nella sua disponibilità e che vi sono memorie che l’Autorità civile non può cancellare”. È questo il nodo centrale che sta alla base della “causa C-12/25 Bisdom Gent”, attualmente pendente dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. E a spiegarlo in questa intervista al Sir è don Michele Porcelluzzi, avvocato generale della Curia Arcivescovile di Milano, collaboratore della Segreteria Generale della Conferenza episcopale italiana. La causa coinvolge la diocesi belga di Gand e riguarda il caso di persone battezzate che successivamente avevano chiesto la cancellazione di ogni riferimento alla propria persona dai registri di battesimo della Chiesa cattolica romana. Invece di cancellare totalmente i relativi dati personali, la diocesi aveva aggiunto a margine l’annotazione del fatto che la persona aveva abbandonato la Chiesa Cattolica. Una corte belga ha chiesto alla Corte di giustizia Ue se, ai sensi del Regolamento generale sulla protezione dei dati (Rgdp), sussista il diritto alla cancellazione dei propri dati personali (il cosiddetto “diritto all’oblio”) nel registro dei battesimi e se un’annotazione a margine da parte della Chiesa possa costituire una risposta giuridicamente accettabile a simili richieste. Sulla questione è intervenuta la Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) che ha pubblicato un “Documento di posizione”. “La sentenza che la Corte Ue emetterà nel caso in questione – avvertono gli esperti della Comece – avrà un impatto molto profondo sulla vita della Chiesa in tutti gli Stati membri dell’Unione”. Abbiamo chiesto all’avvocato don Porcelluzzi di chiarirci meglio i punti in questione.

Anche in Italia è diffusa l’annotazione a margine del Battesimo. Da quando e perché si è cominciato?

Fino agli anni Novanta l’abbandono della fede non veniva registrato. La prassi dell’annotazione nasce negli ultimi trent’anni per recepire istanze che nascono nell’ordinamento civile, in particolare la richiesta di garantire il diritto all’autodeterminazione informativa, ossia la facoltà di stabilire come la propria storia sia rappresentata. La legittimità di questa prassi è stata confermata dal Garante Privacy nel 1999 e dal Tribunale di Padova nel 2000, e poi è stata formalizzata dalla Santa Sede nel 2006 e nuovamente nel 2025. In altri paesi europei molti tribunali hanno riconosciuto questa prassi e nel caso pendente dinanzi alla Corte di Giustizia UE molti governi sono intervenuti a favore della Diocesi di Gand, tra cui anche quello italiano.

Lei parla di “specificità” delle confessioni religiose che la giustizia civile non coglie. Di cosa si tratta?

Si tratta di riconoscere che gli enti ecclesiastici, come ad esempio diocesi e parrocchie, non sono associazioni private o normali titolari di dati, ma enti appartenenti all’ordinamento giuridico della Chiesa, ordinamento giuridico primario, indipendente e sovrano.

Il Concilio Vaticano II ribadisce la necessità che venga garantita la libertas Ecclesiae e la reciproca indipendenza tra comunità politica e Chiesa. A livello europeo, l’art. 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea impone all’UE di rispettare lo status delle Chiese negli Stati membri, mentre la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani vieta ingerenze statali nell’organizzazione interna delle confessioni. Trattare una Diocesi come una società commerciale significa ignorare questa architettura costituzionale.

Perché il trattamento dati e i registri sono indispensabili alla vita della Chiesa? Può fare esempi concreti?

I registri parrocchiali garantiscono la valida amministrazione dei sacramenti e la certezza del diritto canonico. Il Battesimo si riceve una sola volta ed è la porta d’accesso agli altri sacramenti. Se si cancellassero o anonimizzassero i dati di una persona, questa potrebbe ricevere per una seconda volta il Battesimo, la Cresima o l’Ordine sacro; chi è già sposato canonicamente potrebbe contrarre un nuovo matrimonio ingannando così la buona fede altrui; sarebbe impossibile verificare gli impedimenti al matrimonio derivanti da voti religiosi, celibato sacerdotale o vincoli di adozione. In sintesi: la prassi dell’annotazione è già un bilanciamento ragionevole tra autodeterminazione informativa ed esigenze ecclesiali mentre la cancellazione di un atto di Battesimo, invece, comprometterebbe la validità dei sacramenti e la tutela dei fedeli.

Qual è quindi la vera “natura” di questi registri parrocchiali?

Il registro non è una lista di soci o di membri attivi, ma la documentazione oggettiva di un fatto storico ed ecclesiale realmente accaduto: la celebrazione del Battesimo. Il registro, quindi, non giudica la fede attuale del singolo e l’annotazione dell’abbandono non fa che registrare un fatto ulteriore, cioè la richiesta di non essere più considerato cattolico, senza cancellare la storia. Come evidenziò il Garante nel 1999, il registro documenta la realtà:

la Chiesa non può cancellare la traccia di un evento che l’ha riguardata senza falsificare la propria stessa memoria.

Quale lezione si trae dal caso “Bisdom Gent”?

Innanzitutto, il caso suscita una domanda naturale, “di fondo”: quando gli Stati membri hanno fornito all’Ue la delega a occuparsi dei registri dei sacramenti? Il rischio che ultimamente stanno correndo le istituzioni europee è forse quello di voler applicare le stesse regole in tutte le materie e in tutto il continente, andando spesso oltre le competenze attribuite dai Trattati e finendo così per svilire le particolarità e le tradizioni giuridiche dei singoli Stati. La lezione che possiamo trarre è che le libertà richiedono sempre che i cittadini vigilino perché vengano rispettate.

In questo caso, se il potere pubblico potesse stabilire ciò che la Chiesa deve dimenticare di sé, potrebbe in seguito avanzare una pretesa analoga verso ogni altra comunità dotata di una memoria propria.

Per questo la libertà della Chiesa è anche un presidio della libertà di tutti: ricorda al potere pubblico che non ogni realtà umana rientra nella sua disponibilità e che vi sono memorie che l’Autorità civile non può cancellare.




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