Pubblichiamo la replica di Mare Libero APS al nostro articolo del 5 settembre dal titolo: “Rimini, la spiaggia dei paradossi: l’ex presidente di Mare Libero processa i “mostri” che la sua battaglia ha contribuito a generare (e dimentica la scarsità)”
L’avvocato Roberto Biagini, cofondatore del coordinamento nazionale di Mare Libero nell’ottobre 2019 e presidente sino a gennaio 2026, ha condotto, non solo a Rimini ma su tutto il territorio nazionale, la battaglia dell’associazione per affermare un principio: le spiagge sono un bene comune, l’accesso deve essere libero ovunque e lo sfruttamento economico di questo bene, le concessioni, deve rispondere primariamente all’interesse della comunità. Il sistema italiano di gestione delle spiagge, il decantato “modello italiano”, che si vorrebbe a tutti i costi difendere, con i privilegi connessi, non è più compatibile con i diritti delle comunità e con gli effetti dell’erosione e dei cambiamenti climatici. È questo il quadro
in cui si è mosso e si sta muovendo il coordinamento nazionale Mare Libero (dal luglio 2024 Mare Libero APS) e non una campagna di sostegno alla concorrenza, men che meno per favorire altre categorie imprenditoriali. Il nostro obiettivo finale, ad essere sinceri sino in fondo, è sottrarre le spiagge e il mare alle leggi del mercato, per ricondurne il godimento e l’amministrazione alle più sane regole dell’interesse generale.
Deve essere chiaro, quindi, come ha giustamente sottolineato in ogni occasione anche l’avvocato Biagini, che l’applicazione della direttiva Bolkestein, colpevolmente rinviata da tutti i governi succedutesi dal 2010, e dai noi sostenuta negli anni scorsi, anche in sede europea, serviva proprio a questo: scardinare un sistema bloccato su continue proroghe, che ha sottratto per decenni gran parte delle spiagge alla libera fruizione, garantendo di fatto posizioni di rendita e privilegio sempre agli stessi attori e favorendo uno sfruttamento intensivo di migliaia di chilometri di coste sabbiose del nostro paese, producendo cementificazione selvaggia e irreversibili danni all’ambiente e al paesaggio delle coste (proprio come le nuove piscine proposte dall’Amministrazione di Rimini nel suo recente piano per le spiagge). Il processo irreversibile dell’ obbligatorietà delle pubbliche evidenze e della illegittimità delle proroghe deliberate dal Parlamento italiano, e quindi tutto il “movimento tellurico politico-amministrativo” successivo, è stato sancito dalla famosa sentenza spartiacque della Corte di Giustizia dell’ Unione Europea Melis-Promoimpresa del 14 Luglio 2016 e a cascata dalla giurisprudenza italiana amministrativa e ordinaria successiva a tale data: l’ avv. Biagini Roberto ha cessato le funzioni assessorili nel Comune di Rimini in data 8 Giugno 2016.
Le innumerevoli diffide, inoltrate da Mare Libero ai Comuni in tutta Italia già all’indomani delle sentenze “gemelle” del Consiglio di Stato del 2021, hanno consentito all’AGCM di attivare le procedure previste dal suo statuto, ovvero ricorrere ai Tar contro le delibere delle Amministrazioni locali di proroghe illegittime e rinvii ingiustificati o, più recentemente, contro opache procedure (“rende noto”, project financing ecc.) per l’aggiudicazione delle concessioni ai gestori uscenti, nel tentativo di far rientrare dalla finestra quel passato che le norme europee e la giurisprudenza nazionale hanno sbattuto fuori dalla porta. Tra questi tentativi si inserisce anche l’ennesimo richiamo alla presunta scarsità della risorsa, cercando di estrapolare da una “ordinanza” della CGUE un elemento di dubbio su un principio che è già stato sancito dalla stessa Corte e dalla Commissione Europea. Stupisce che l’affermazione venga fatta proprio a Rimini, dove la disponibilità della “risorsa” è stata esaurita da tempo (spiagge libere praticamente inesistenti), come puntualmente denunciato dall’avv. Biagini, con il ricorso in veste di presidente protempore di Mare Libero contro il Piano spiagge del Comune di Rimini. Specifico che l’ Associazione Mare Libero, come doverosa iniziativa giudiziaria consequenziale al primo ricorso contro il Nuovo Piano dell’Arenile e proprio per non perdervi l’interesse giuridico, ha impugnato con motivi aggiunti e con richiesta di sospensiva il primo atto attuativo di tale piano cioè la pubblica evidenza per l’ assegnazione di 27 zone di arenile in zona Rimini Nord in quanto una eventuale aggiudicazione in modalità
concessoria “conformerebbe” la irrisoria quota dell’attuale 9% di spiagge libere presenti (o meglio assenti) nel comune di Rimini. Attendiamo la pubblicazione del bando per l’assegnazione delle residue zone di spiaggia per impugnare anche quello, sempre con motivi aggiunti, al ricorso iniziale contro il Nuovo Piano dell’arenile.
Quanto sta accadendo in varie parti d’Italia, Jesolo inclusa, non può certo addebitarsi alle battaglia condotta da Mare Libero, ma al contrario ai tentativi, assecondati dalle Amministrazioni locali con la compiacenza della politica nazionale, di assicurare a imprenditori privati, gruppi o società che siano, lo sfruttamento esclusivo della maggior quota possibile di spiagge per i prossimi due decenni, perpetuando così quella privatizzazione di fatto di un bene pubblico che abbiamo da sempre denunciato. Così come abbiamo denunciato l’odiosa pratica della vendita tra privati di quote delle società concessionarie, ovvero il proliferare indisturbato di un mercato secondario delle spiagge e degli stabilimenti, dove il bene pubblico viene scambiato privatamente senza che l’Amministrazione pubblica possa intervenire, esponendoci al rischio, non di rado materializzatosi, di vedere vaste porzioni di demanio marittimo finire sotto il controllo di gestioni tutt’altro che locali o familiari. Sventolare lo spauracchio delle multinazionali (prima) e delle “maxi-concentrazioni” (ora), così come la minaccia dell’aumento dei prezzi negli impianti balneari, o della presunta, strutturale incapacità del pubblico di occuparsi della gestione degli arenili, al pari di come già fa per strade, parchi, piazze, serve a distogliere l’attenzione dal fatto più importante: non si vuole cedere alla sacrosanta richiesta di rendere liberamente fruibili le spiagge, almeno assicurando quell’adeguato equilibrio sancito dalla legge 296/2006 tra spiagge libere e spiagge in concessione. Chiarendo, una volta per tutte, che le spiagge nascono tutte libere e che le concessioni esclusive dovrebbero essere l’eccezione e non la regola, come felicemente ricordato dall’Ordinanza n.2543 del 2015 della
VI sezione del Consiglio di Stato.
Il modo migliore per scongiurare l’avvento di chissà quale holding che non veda l’ora di impossessarsi del nostro confine di stato più lungo, è proprio renderlo non appetibile per chi intende farne un business milionario, prevedendo una pianificazione a basso impatto antropico con durata ridotta delle concessioni, destinazioni d’uso maggiormente sintonizzate con la naturale vocazione dell’ecosistema costiero. Detto questo, è evidente che i “mostri” sono dentro questo sistema al quale pervicacemente si vuole rimanere aggrappati, non la conseguenza dell’azione di Mare Libero. Assicurare a tutti l’accessibilità e la fruibilità delle spiagge, senza distinzione di condizione personale, luogo di residenza o addirittura censo, è un diritto garantito dalla Costituzione, e non può essere subordinato ad interessi privati, per quanto legittimi. Il “modello” italiano non è più accettabile ed è necessario un cambiamento di paradigma e che questa necessità sia finalmente chiara a tutti, amministratori e imprenditori. Ora che le leggi europee e nazionali, come auspicavamo, hanno azzerato il vecchio assetto, nel momento in cui si sta decidendo il futuro delle spiagge italiane (mentre il Governo risulta
ancora non pervenuto), Mare Libero APS è in prima linea per sostenere un cambiamento graduale verso un uso delle spiagge socialmente equo e sostenibile per l’ambiente.
Perciò Mare Libero APS sta chiedendo alle Amministrazioni comunali di rispettare, nella redazione dei piani per l’uso degli arenili (PAD, PUD, PUA ecc.), quanto previsto dal Codice del Terzo Settore (art. 55-57, D.Lgs. 117/2017), ovvero assicurare la partecipazione preventiva della cittadinanza e delle associazioni, per ascoltarne i bisogni, individuare soluzioni e distribuire risorse, il tutto nell’interesse generale della collettività.
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