Il tema delle pensioni anticipate torna al centro del dibattito politico ed economico in vista della prossima manovra finanziaria 2026-2027. Sul tavolo del governo e delle parti sociali sono comparse diverse ipotesi per superare i rigidi paletti della Legge Fornero, dall’uscita a 64 anni proposta dalla Lega fino a una nuova versione di Quota 41. Tutte queste proposte, però, condividono lo stesso punto debole: il calcolo contributivo che penalizza in modo significativo gli importi finali degli assegni. A questo si aggiunge un secondo ostacolo, altrettanto concreto, rappresentato dalla carenza di risorse economiche necessarie per finanziare una riforma strutturale del sistema previdenziale.
Le proposte in campo per la manovra 2026-2027
Dopo l’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2026, che ha confermato l’aumento graduale dei requisiti anagrafici (un mese in più dal 2027 e altri due dal 2028, con la pensione di vecchiaia che salirà a 67 anni e un mese e la pensione anticipata a 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini), il confronto politico si è già spostato sulla manovra successiva.
Tra le ipotesi più discusse figura la proposta della Lega, portata avanti dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, che punta a introdurre un canale di uscita volontaria a 64 anni aperto anche a chi ha versamenti contributivi antecedenti al 1996, oggi esclusi dalla pensione anticipata contributiva prevista dall’articolo 24 della riforma Fornero. In alternativa, lo stesso partito ha rilanciato la cosiddetta Quota 41 flessibile, che consentirebbe l’uscita a prescindere dall’età anagrafica per chi ha maturato 41 anni di contributi.
Non mancano altre proposte, come quella di M5S e PD, o del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, che suggerisce di applicare l’adeguamento alla speranza di vita ai coefficienti di trasformazione anziché all’età pensionabile, lasciando fermo il requisito contributivo per l’anticipata. Sul fronte sindacale, CGIL, CISL e UIL chiedono invece un superamento più deciso della Legge Fornero, con una flessibilità in uscita a partire dai 62 anni.
Al di là delle differenze tecniche tra le varie ipotesi, emerge un elemento comune che rischia di trasformarsi nel principale ostacolo alla loro attuazione.
Il vero nodo: il calcolo contributivo che riduce gli assegni
Quasi tutte le proposte allo studio per la manovra 2026-2027 prevedono, come contropartita per anticipare l’uscita dal lavoro, il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno pensionistico. In pratica, chi decidesse di lasciare il lavoro prima del raggiungimento dei requisiti ordinari dovrebbe rinunciare alla quota di pensione calcolata con il più favorevole sistema retributivo, accettando che l’intero trattamento venga ricalcolato sulla base dei contributi effettivamente versati.
Questo meccanismo penalizza soprattutto i lavoratori con carriere lunghe iniziate prima del 1996, cioè proprio quella platea che, avendo maturato quote consistenti di anzianità con il metodo retributivo, subirebbe la riduzione più marcata. Le simulazioni tecniche circolate negli ultimi mesi indicano tagli dell’assegno tra il 10% e il 18% per i lavoratori in regime misto, con punte che possono arrivare fino al 30% secondo alcune stime sindacali, per chi possiede fino a 17-18 anni di versamenti ancora legati al sistema retributivo.
Il meccanismo dei coefficienti di trasformazione, che convertono il montante contributivo accumulato in rendita mensile, gioca un ruolo decisivo in questo scenario. Tali coefficienti crescono con l’età di uscita: più tardi si va in pensione, più alto è il coefficiente applicato e, di conseguenza, più consistente l’assegno. Anticipare l’uscita di tre anni, dai 67 ai 64, comporta quindi una doppia penalizzazione: da un lato il minor numero di anni di contribuzione versata, dall’altro l’applicazione di un coefficiente meno favorevole.
Quanto si perde in concreto con l’uscita anticipata
Per rendere l’idea in termini pratici, alcune elaborazioni previdenziali mostrano che, a parità di montante contributivo accumulato, la differenza tra un’uscita a 64 anni e una a 67 anni può tradursi in centinaia di euro in meno ogni mese. Ogni anno di anticipo, secondo le proiezioni più prudenti circolate tra gli addetti ai lavori, può comportare una riduzione dell’assegno fino al 3% annuo, con un tetto massimo che nelle ipotesi più estreme sfiora il 10% su tre anni di anticipo.
Per i lavoratori con una parte più consistente di carriera calcolata con il sistema retributivo, che tende storicamente a garantire trattamenti più generosi rispetto al contributivo, la penalizzazione può essere ancora più marcata, con perdite percentuali che in alcuni scenari superano ampiamente la doppia cifra. È proprio questo l’aspetto che rende le nuove proposte poco attraenti agli occhi di CGIL, CISL e UIL, che pur non escludendo del tutto il principio del ricalcolo contributivo, ne contestano l’entità e chiedono correttivi per attenuarne l’impatto sui lavoratori più prossimi alla pensione.
Le posizioni dei sindacati e degli esperti
Il fronte sindacale ha reagito con cautela, se non con aperta contrarietà, alle ipotesi di ricalcolo contributivo. Secondo alcuni rappresentanti confederali, un lavoratore che scegliesse l’uscita a 64 anni con ricalcolo integrale rischierebbe di vedere il proprio assegno ridotto in misura ritenuta inaccettabile, anche a fronte di un ampliamento della platea di chi potrebbe accedere all’anticipo.
Diversi esperti di previdenza, tra cui il presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali Alberto Brambilla, hanno proposto soluzioni intermedie, come il mantenimento dei requisiti già previsti da Quota 102, riservando il ricalcolo interamente contributivo solo a una parte dell’assegno, con l’obiettivo di limitare la perdita complessiva a circa il 10% per chi anticipa l’uscita di tre anni.
La mancanza di risorse: il secondo grande ostacolo
Se il calcolo contributivo rappresenta il problema più evidente per chi valuta l’uscita anticipata, esiste un secondo fattore altrettanto determinante, di natura squisitamente economica. Una vera riforma strutturale delle pensioni, che superi in modo organico i vincoli della Legge Fornero, richiederebbe infatti risorse pubbliche molto superiori a quelle attualmente disponibili nei conti dello Stato.
Il governo ha più volte ribadito che qualsiasi meccanismo di flessibilità in uscita dovrà rispettare una condizione considerata imprescindibile: evitare un impatto marcato sui conti pubblici, senza appesantire ulteriormente il debito. Questo vincolo di bilancio spiega perché quasi tutte le proposte in discussione scarichino il costo della flessibilità sui lavoratori stessi, attraverso il ricalcolo contributivo, piuttosto che sulle casse pubbliche.
Cosa aspettarsi dalla manovra 2026-2027
Al momento nessuna delle ipotesi discusse ha modificato i requisiti attualmente in vigore, che restano quelli fissati dalla Legge di Bilancio 2026. Solo un intervento legislativo specifico, contenuto nella prossima manovra, potrà introdurre nuove forme di flessibilità in uscita. Il confronto tra governo, partiti di maggioranza e sindacati proseguirà nelle prossime settimane, ma il nodo di fondo resta lo stesso: conciliare la richiesta di maggiore flessibilità con la sostenibilità dei conti pubblici, senza penalizzare in modo eccessivo gli importi finali delle pensioni.
Fino a quando, comunque, il calcolo contributivo penalizzante e la scarsità di risorse, non troveranno una soluzione condivisa, è difficile immaginare che la manovra 2026-2027 possa portare a una riforma organica del sistema pensionistico.
Dott.ssa Serena Benedetti
La dott.ssa Serena Benedetti è un’esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell’assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all’analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi…
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