Tra ambizione e ricambio generazionale, l’Atalanta e un mercato in linea con la rivoluzione. Da valutare a medio-lungo termine


Quando si parla di calciomercato, nella stragrande maggioranza dei casi il proverbiale “senno del poi” trova sempre il modo di entrare in gioco, in un modo o nell’altro. “E se poi quel giocatore non rispetta le aspettative?”, “e se poi si infortuna e rimaniamo senza giocatori?”, “e se poi non si dimostra all’altezza?”. I famosi sessanta milioni di commissari tecnici quando gioca la Nazionale si trasformano in centinaia di migliaia di direttori sportivi quando si parla di mercato. Solo che, quando poi si sbagliano gli acquisti, a pagare sono giustamente quelli dietro la scrivania delle sedi e non quelli sul divano col telefono in mano.

Il giudizio sul mercato al termine della sessione è già di per sé un mezzo controsenso, visto che la reale cartina tornasole la offre solo il campo e una stagione dura nove mesi. E a volte non sono neanche sufficienti per poter avere una reale idea, soprattutto quando si ragiona su progetti pluriennali. Come è la nuova Atalanta del tandem Giuntoli-Sarri. Che sta attuando un piano ambizioso e rivoluzionario rispetto a quella che è stata la storia recente. Perché quella continuità a cui aspirava la società nella passata stagione, si è rivelata col senno del poi – eccoci qui, per l’appunto! – non così tanto vincente come scelta.

E allora ecco la direzione opposta: cambiare tutto. O quantomeno, tanto. Modulo, filosofia di gioco, principi tattici. Mantenendo però inalterato il valore tecnico. Anzi, se possibile alzandolo pure, perché uno come Jonathan Rowe mancava nella rosa da oltre un anno, vale a dire da quando è iniziata la telenovela Lookman. Che in realtà sembrava una seconda stagione di quanto successo dodici mesi prima.

Quest’anno invece a Zingonia niente braccia incrociate dei giocatori, nessun caso nazionale, nessuna polemica interna o esterna. Chi è andato via non lo ha fatto a suon di certificati medici o chiedendo di allenarsi a parte e non c’è nemmeno stato bisogno di portare al di fuori le discussioni interne, che tali sono rimaste e che come in ogni luogo di coesistenza sono parte del quotidiano. I panni sporchi che si lavano in casa nel calcio sono sempre meno un’abitudine, ma restano un’eccellente usanza per chi vuole lavorare senza distrazioni. D’altronde quando la proprietà ha scelto di puntare su Giuntoli e Sarri sapeva perfettamente a cosa andava incontro, nel senso più positivo del termine: un direttore in grado di maneggiare situazioni complicate come un ricambio generazionale e un allenatore che si concentra solo e soltanto sul campo, nel trasmettere con chiarezza e decisione i propri principi.

Merce rara, come sono per un club giocatori come Berat Djimsiti e Marten de Roon, che in estate hanno optato per seguire percorsi differenti, portando alla società richieste di cessione, uno in Arabia Saudita a svernare a 33 anni e l’altro alla Roma da Gasperini per giocarsela ancora a 35 anni con il proprio mentore. Quattro delle sei mani che a Dublino il 22 maggio 2024 hanno alzato la coppa al cielo erano loro: le altre due di Rafa Toloi, che se n’è andato già l’anno scorso tornando in Brasile alla naturale scadenza del suo contratto. È in qualche modo la fine di un’era, come dimostrano anche la meno crescente centralità di Kolasinac o il fatto che Pasalic sia un’opzione e non più necessariamente il “dodicesimo”, anche se non è detto che non si riveli comunque tale.

Le scelte forti dell’estate nerazzurra hanno riguardato le cessioni di Marco Palestra e di Honest Ahanor, entrambi al Chelsea, rispettivamente per 60 e 48 milioni di euro, anche se il secondo diventerà Blue tra un anno dopo un prestito al Crystal Palace e l’Atalanta incasserà la maxi-cifra solo nel 2027. Di fatto, l’Atalanta ha monetizzato scrivendo quasi “+100” alla voce plusvalenze, ma sul ‘domani’, scegliendo di rinunciare nell’oggi a due elementi che si immaginava sarebbero stati almeno per un paio di stagioni dei pilastri, prima di andare via per cifre comunque non così lontane da quelle pattuite al tavolo con i Blues. Ah, sì: minuti giocati in nerazzurro in carriera, 2.300’, per una cinquantina di presenze in prima squadra. La matematica dice che si parla di un valutazione di quasi 50mila euro per ogni minuto giocato in nerazzurro.

La sintesi trasmette l’idea di una squadra che cerca di tagliare il passato e che pensa ad un futuro non troppo lontano, anzi, piuttosto prossimo, in linea con i tre anni previsti da contratto del ciclo Sarriano. I più giovani del gruppo (Bernasconi e Scalvini, 2003) compiranno 23 anni nei prossimi mesi, mentre solo in quattro sono nell’anno dei 30 o più avanti (Kessié 29, Pasalic 31, Kolasinac 33, Zappacosta 34). L’età media è di poco inferiore ai 27 anni.

È chiara l’intenzione di forgiare nuovi leader, come Ederson, che dopo aver sfiorato l’addio è tornato, ha prolungato l’accordo fino al 2031 ed è stato eletto nuovo capitano. Ha nella sua ossatura di intoccabili Marco Carnesecchi, Giorgio Scalvini e Charles De Ketelaere, ma anche – con le dovute differenze di percorso – Franck Kessié, che torna a Bergamo a 29 anni, con una Coppa d’Africa nel palmarès, due Champions League asiatiche, tre campionati vinti e la fascia di capitano della Costa d’Avorio.

Un esborso economico da 30 milioni tra stipendio lordo (4 netti l’anno, bonus compresi) per un contratto di tre anni con opzione e commissioni varie, che si somma ai solo formalmente potenziali 40 del sopracitato Rowe, l’acquisto più oneroso della storia della Dea se ci limitiamo al cartellino. Quel tassello finale che andava aggiunto per garantire all’attacco la giusta imprevedibilità — la grande assente dei primi 360 minuti ufficiali della nuova era calcistica bergamasca.

È vero, averlo alle proprie dipendenze il 15 luglio e non il 1° settembre sarebbe stato meglio, soprattutto per Maurizio Sarri. D’altronde mica sono tutti sono così forti, pronti e maturi come Eljif Elmas, arrivato dieci giorni fa – nel silenzio generale: vedi sopra – e già schierato in entrambe le partite di campionato. Nemmeno Thomas Kristensen in difesa è arrivato ‘pronto’, ma quando c’è stato bisogno di lanciarlo in una difesa a quattro Sarri non si è fatto pregare, pur essendo il danese abituato a giocare a tre. E non è neanche andata così male, fino alla distorsione alla caviglia.

Se poi saranno o meno fattori all’interno della rosa nerazzurra lo dirà solo il tempo. Il gruppo si allena al completo agli ordini di Sarri da un mese, praticamente nulla. Della trentina di giocatori che hanno iniziato a lavorare in campo il 9 luglio, ad oggi ce ne sono solo 12 in rosa della prima squadra. Segno di un gruppo che è cambiato, sia per i rientri dei giocatori dai Mondiali, sia per i vari addii, compresi quelli degli esuberi che hanno comunque aiutato a tappare buchi durante il lavoro estivo. Dopo le valutazioni tecniche di Sarri vedendo tutti i giocatori e studiandoli, alla fine di nuovi acquisti ce ne sono ‘solo’ 6, di cui uno è il terzo portiere Pompei (2006) che ha rilevato Vismara dopo la cessione alla Juve Stabia. Che la rosa sia profonda in termini di uomini è fattuale, come anche che sia matura e in grado di adattarsi ai cambiamenti.

Oltretutto, alle spalle c’è sempre una Under 23 in Serie C da cui poter attingere in caso di emergenza, in quei casi in cui il mercato non aiuta. Anche perché costruire maxi-rose da 30-35 giocatori serve a poco o nulla, se non a pagare più stipendi e avere scontenti in casa. Quella dell’Atalanta di rosa ad oggi ne ha 24: 3 portieri, 8 difensori, 6 centrocampisti, 7 attaccanti. Due per ogni ruolo e pure un ‘extra’ in attacco. Nessuno è tale da essere considerato una scommessa, nemmeno Gianluca Gaetano, che ormai a 26 anni compiuti non può neanche lontanamente essere ancora associato a termini come “giovane”, “promettente” o affini, pur giocando nel suo nuovo ruolo soltanto da febbraio.

L’Atalanta ha scommesso su di lui per governare la mediana, rinunciando anche ad avere un “vice” naturale (Pasalic? Samardzic?). Anche perché la storia di Sarri dimostra come i cambiamenti nel cuore del campo non siano poi così graditi. Anche (se non soprattutto) all’ex Napoli e Cagliari, come a tutti gli altri, va dato il tempo per capire, conoscere, entrare nelle dinamiche. E no, non sono cose che si costruiscono con uno schiocco di dita. “E se poi non si dimostra all’altezza o si infortuna?”. Risposta semplice: si cercheranno risorse in casa propria senza piangersi addosso per ciò che è stato o non è stato fatto. A Bergamo funziona così. Per Sarri pure, per Giuntoli idem. Lo spirito sembra già quello giusto.


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