Salvini prova a metterci una pezza


C’è una categoria di italiani di cui si parla poco quando si discute di emergenza abitativa: sono i genitori che, dopo una separazione o un divorzio, devono lasciare la casa familiare, continuare a contribuire al mantenimento dei figli e trovare contemporaneamente un nuovo alloggio. Nella maggior parte dei casi più problematici si tratta di padri.

È dentro questa frattura, economica prima ancora che abitativa, che arriva il nuovo fondo promosso dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Il Mit ha inviato al Mef la nota necessaria a sbloccare le risorse: 60 milioni di euro nel triennio 2026-2028, con l’obiettivo di sostenere complessivamente circa 15mila beneficiari. La prima platea dovrebbe essere di almeno 5mila persone.

Quando il padre perde la casa ma non le responsabilità

La dinamica è semplice, e proprio per questo spesso sfugge al dibattito pubblico. L’assegnazione della casa familiare al genitore presso cui i figli vivono stabilmente può lasciare l’altro genitore senza quell’immobile, ma non certo senza i suoi obblighi. Restano il mantenimento, le spese per i figli e la necessità di avere un’abitazione nella quale poterli accogliere.

Non è corretto trasformare questa realtà in una guerra tra uomini e donne: le madri separate possono trovarsi in condizioni economiche difficilissime e il diritto deve anzitutto proteggere i figli. Ma è altrettanto poco serio ignorare l’altra metà del problema, soprattutto quando il genitore non collocatario continua a produrre reddito e a sostenere una parte consistente dei costi familiari. Una vecchia ricerca Caritas sulla vulnerabilità dei genitori separati aveva già documentato il legame tra rottura della coppia e impoverimento, con forme di disagio differenti tra uomini e donne.

I numeri raccontano una vulnerabilità maschile

Le stime più citate negli ultimi anni parlano di circa 4 milioni di padri separati o divorziati, dei quali circa 800mila in condizioni prossime alla soglia di povertà. Si tratta però di dati che hanno origine in elaborazioni risalenti agli anni scorsi e che non possono essere spacciati per una statistica Istat aggiornata. Più interessante, e prudente, è osservare ciò che emerge dai servizi sociali e dalla rete Caritas: i padri separati compaiono con frequenza tra le nuove forme di povertà maschile.

E la situazione può diventare estrema. Il Comune di Bologna, già nel 2014, segnalava casi di padri separati costretti a rivolgersi agli enti caritativi o, nei casi più gravi, a dormire in macchina. Anche la stampa ha documentato negli anni storie di uomini che, pur mantenendo un’occupazione, non riuscivano più a sostenere contemporaneamente mantenimento, mutuo e un nuovo affitto.

È questo il paradosso più duro: avere ancora un lavoro, e non riuscire comunque a permettersi una casa.

La casa resta alla famiglia, il costo si sposta sull’altro genitore

Il punto non è sostenere che «la moglie si prende casa e figli» come regola universale. Sarebbe una semplificazione e non descriverebbe la complessità delle separazioni. Ma esiste un problema di asimmetria abitativa che non può essere rimosso con la formula dell’affidamento condiviso.

L’Istat ha documentato da tempo che, dopo la rottura dell’unione, gli uomini vivono più frequentemente da soli, mentre le donne ricoprono molto più spesso il ruolo di genitore solo. In una rilevazione sulle condizioni di vita dopo la separazione, gli uomini risultavano vivere da soli nel 43 per cento dei casi contro il 25,4 per cento delle donne; le donne erano invece molto più frequentemente genitori soli.

La conseguenza economica è evidente: una famiglia che prima viveva in una casa deve ora finanziarne due, mentre il reddito complessivo non raddoppia. È uno dei costi meno considerati della rottura familiare.

Il bonus: 500 euro al mese per chi è rimasto fuori casa

Il fondo istituito dalla Legge di Bilancio 2026 prova a intervenire proprio qui. Il contributo coprirà il 50 per cento dell’affitto, fino a un massimo di 6mila euro l’anno, cioè 500 euro al mese. Potranno accedere i genitori separati o divorziati non assegnatari dell’abitazione familiare, con almeno un figlio a carico fino ai 21 anni, in regola con il mantenimento e con un reddito Irpef non superiore a 35mila euro. Non sarà utilizzato l’Isee come parametro.

Il richiedente dovrà inoltre avere un regolare contratto di locazione e non possedere altri immobili nel raggio di 50 chilometri dalla precedente abitazione familiare. Il contributo non sarà cumulabile con altri sussidi per l’affitto. Salvini definisce l’intervento «una misura di equità e buonsenso», pensata per «contrastare una forma di disagio abitativo troppo spesso ignorata» e «aiutare concretamente padri e madri a ricostruire la propria quotidianità, continuando a essere presenti nella vita dei figli».

Un aiuto necessario, ma non necessariamente la soluzione liberale

Qui comincia però la domanda che un liberale dovrebbe porsi. È giusto aiutare chi rischia di perdere la casa e, con essa, la possibilità concreta di fare il genitore? Sì. È questa la soluzione migliore? Non necessariamente.

Un contributo pubblico può tamponare l’emergenza, ma non risolve il problema strutturale di un mercato immobiliare nel quale due abitazioni costano più di una, né quello di procedure familiari che possono produrre squilibri economici difficili da sostenere. E 60 milioni di euro, distribuiti su tre anni, sono una cifra significativa ma non sufficiente a trasformare il mercato della casa.

La vera sfida sarebbe permettere a un genitore separato di continuare a lavorare, pagare il mantenimento e trovare una casa senza essere spinto verso la marginalità. Più offerta abitativa, meno vincoli alla costruzione e alla locazione, regole più prevedibili e una valutazione realmente equilibrata dei costi sostenuti da entrambi i genitori sarebbero interventi strutturali più coerenti con una prospettiva liberale.

Perché aiutare il padre significa aiutare anche i figli

C’è infine un aspetto che va oltre il conto economico. Se un padre non può permettersi una casa, diventa più difficile ospitare i figli. Se deve dormire in macchina, la sua capacità di esercitare concretamente la propria genitorialità si riduce. L’emergenza abitativa può così trasformarsi in emergenza familiare.

Per questo il fondo ha una sua ragione precisa, anche al di là della politica di Salvini: evitare che la separazione produca una seconda separazione, quella tra un genitore e la vita quotidiana dei propri figli. Il vero banco di prova, adesso, sarà però trasformare lo stanziamento in una misura semplice, rapida e non burocratica. Perché se l’obiettivo è impedire che un lavoratore separato finisca a dormire in macchina, la prima cosa da evitare è che debba passare mesi a compilare moduli per dimostrare di averne bisogno.

Enrico Foscarini, 2 settembre 2026

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